Gli strumenti di egemonia sulla società civile

Dai mezzi di comunicazione a scuole e università, dalle chiese ai sindacati, ai partiti quali strumenti essenziali dell’egemonia sulla società civile.


Gli strumenti di egemonia sulla società civile Credits: https://www.libriantichionline.com/divagazioni/antonio_gramsci_studio_mestiere_molto_faticoso

Per quanto potenti possano essere divenuti i mezzi di comunicazione di massa, costituiscono per il Gramsci dei Quaderni del carcere solo il primo e più appariscente strumento di controllo ed egemonia del blocco sociale dominante sulla società civile. Il secondo e altrettanto decisivo e micidiale strumento egemonico dello Stato borghese è il controllo della formazione stessa dell’opinione pubblica, mediante il controllo di scuole e università. Anche tali luoghi di formazione delle nuove generazioni sono o private e, quindi, direttamente assoggettate al controllo diretto della classe dominante, o pubbliche e, dunque, soggette a un controllo indiretto per mezzo della classe dirigente politica che è generalmente espressione del blocco sociale economicamente dominante.

Perciò anche i luoghi di istruzioni statali, essendo determinazioni dello Stato borghese, costituiscono un efficacissimo strumento preventivo di controllo e uniformazione della società civile funzionale alla piena affermazione del pensiero unico. La loro funzione essenziale è, da una parte, di formare la futura classe dirigente e dominante, dall’altra servono a formare i figli dei subalterni affinché interiorizzino, considerandola naturale, la propria condizione di subalternità. Così, sin dalla più tenera età, i futuri lavoratori salariati vengono formati ad accettare come necessaria e immodificabile la propria condizione di subalternità all’ideologia dominante e, attraverso di essa, alla classe dominante.

Gramsci indica, inoltre, ulteriori strumenti decisivi allo Stato per il controllo sulla società civile. Fra di essi un ruolo preminente continuano a svolgere le chiese, che costituiscono il più classico degli instrumentum regni. Le chiese continuano a svolgere la funzione decisiva di convincere i subalterni che anche quando il grande fratello al potere non è in grado di controllarli direttamente, vi è un potere onnipotente che sorveglia sia fatta la sua volontà, ossia che nessuno osi mettere in discussione l’ordine dominante in quanto necessariamente prodotto da tale onnipotente volontà.

Così, chiunque provi a sviluppare un pensiero critico e, peggio, un’azione a esso conseguente, anche se avesse la fortuna di riuscire a sfuggire ai sempre più pervicaci apparati di controllo e repressione dello Stato, non potrebbe sfuggire al giudizio divino e alle terribili conseguenze che si abbatteranno sui ribelli, a una volontà divina che assolutizza l’esistente condannando ogni forma di spirito dell’utopia. In altri termini, le chiese svolgono l’essenziale funzione di legittimare i poteri forti dominanti, in quanto il loro stesso dominio non può che essere il prodotto della volontà divina. Quest’ultima, dunque, giustifica il dominio dei pochi basato sullo sfruttamento e la subalternità dei molti, anche perché gli eletti da dio non possono che essere pochi.

Strumenti altrettanto importanti di egemonia del blocco sociale dominante sono i sindacati e i partiti. Anche questi ultimi sono legalizzati e riconosciuti dal potere costituito in quanto sono generalmente strumenti estremamente efficaci dell'egemonia della classe dominante, in quanto tendono a occultarla sulla base di un pluralismo più apparente che reale. In effetti, generalmente, i partiti e i sindacati tendono, soprattutto quando gli è offerta la possibilità di gestire dei poteri istituzionali reali, a fare gli interessi del blocco sociale dominante lo Stato. Tanto che appare sempre più evidente che chiunque vada al governo non può che fare gli interessi di chi detiene il potere reale dello Stato, anche perché in caso contrario tale potere reagisce imponendosi con la violenza attraverso colpi di Stato più o meno aperti o mascherati. In tal modo, l’egemonia del blocco sociale dominante appare davvero inscalfibile, in quanto è generalmente in grado di esercitare il governo con i voti della maggioranza degli stessi subalterni. Discorso analogo vale per i sindacati, tendenzialmente neocorporativi, e sempre più funzionali a occultare lo sfruttamento su cui si fonda il sistema di dominio di una società classista dominata da una minoranza, dando a intendere che lo sfruttamento della forza del lavoro sia un’eccezione, in quanto tale tollerabile, e non la regola indispensabile al mantenimento del modo di produzione capitalistico dominante.

Perciò, fa notare Gramsci, se i rivoluzionari nei paesi a capitalismo avanzato, ovvero l'avanguardia dei subalterni nel mondo occidentale, non sono in grado di rovesciare questi rapporti di forza – che consentono al blocco sociale dominante di egemonizzare la società civile – non saranno mai in grado di conquistare effettivamente il potere, ovvero non modificheranno i rapporti di produzione e la natura classista borghese dello Stato. A tale scopo è necessario che chi realmente mira alla rivoluzione in occidente si attrezzi a questo scopo.

Dunque, se non si vuole cadere nella trappola suicida dell’avventurismo, prima di accettare una nuova guerra di movimento, che ha per obiettivo la conquista del potere, dello Stato, bisogna attrezzarsi per una lunga e dura guerra di trincea, volta a conquistare a una a una le casematte indispensabili per ottenere l’egemonia sulla società civile. In altri termini, come evidenzia Gramsci, vi sono due tipi di guerra anche di classe, la prima è la guerra di movimento in cui i due eserciti nemici si scontrano direttamente in campo aperto. In questo caso non ci sono alternative, ovvero o si vince o si finisce nel migliore dei casi per divenire prigionieri del nemico, nel peggiore di essere uccisi. L’altra forma di guerra è quella di logoramento che si combatte dalle trincee. Nel primo caso, è indispensabile calcolare bene i reciproci rapporti di forza, perché andare a uno scontro aperto con il nemico – uno scontro totale dove si combatte per la vita e per la morte, per stabilire chi deve dominare e chi essere dominato – in modo avventuristicamente incosciente, significa non solo condannarsi individualmente al suicidio, ma destinare a una certa sconfitta anche il proprio campo.

A tale scopo, ossia per comprendere i rapporti di forza reali – al di là della questione non trascurabile della capacità di mettere in discussione realmente il monopolio legalizzato della violenza da parte del nemico di classe – è indispensabile valutare la propria capacità di tenuta e avanzamento in quella continua e quotidiana guerra di logoramento che si combatte per l’egemonia sulla società civile. In effetti, dal momento che la storia in una società divisa in classi, non può che essere segnata e determinata dalla lotta di classe, quando non si è nei momenti topici in cui i blocchi sociali antagonisti si affrontano in uno scontro decisivo in campo aperto, la battaglia non può che condursi quotidianamente nella forma di una guerra di logoramento, per difendere le proprie trincee e provare a conquistare, quando se ne hanno i rapporti di forza, le casematte dell’avversario.

Proprio per questo, fa notare Gramsci, prima di avere i rapporti di forza per cui può divenire sensato accettare lo scontro in campo aperto, è necessario conquistare il consenso almeno passivo delle masse dei subalterni e avere la capacità di egemonizzare la parte preponderante della classi intermedie, altrimenti, se le avanguardie rivoluzionarie vanno isolate allo scontro con lo Stato, vanno incontro a una certa disfatta. Ma come si fa a conquistarsi il sostegno prima delle masse degli sfruttati e poi della maggioranza delle stesse classi medie?

In primo luogo, occorre vincere la decisiva lotta di classe per l’egemonia nella società civile, ossia, come primo punto, è indispensabile contrastare il dominio che ha la borghesia sui mezzi di comunicazione. In secondo luogo, occorre mettere in discussione il dominio che esercita sulle chiese e attraverso di esse sulla parte più culturalmente arretrata della popolazione, ancora in buona misura prigioniera di una visione del mondo mitologico-religiosa. In terzo luogo occorre contrastare e progressivamente rovesciare il dominio che ha il blocco sociale al potere sulle sovrastrutture culturali e, in primis, sulla scuola e l'università, ossia suoi luoghi di formazione delle future generazioni, a partire dalla pedagogia. Infine, le avanguardie reali delle classi subalterne, ossia quelle in grado di portarsi dietro una parte significativa delle masse, dovrà mettere in discussione il dominio che la borghesia esercita su sindacati e partiti.

In altri termini, se non si sarà in grado di conquistare queste casematte – così le chiama Gramsci – ossia queste piazze fortificate che svolgono una funzione decisiva di controllo sulla società civile, la prospettiva della rivoluzione in Occidente resterà una mera utopia. Per invertire i rapporti di forza, al momento estremamente sfavorevoli alle classi subalterne, a un livello non molto differente da quello dei tempi in cui Gramsci scriveva i suoi Quaderni del carcere che – proprio perciò – restano tanto attuali, occorre puntare innanzitutto a conquistarsi l’appoggio degli intellettuali, dal momento che per conquistare molecolarmente le masse popolari, generalmente ridotte a plebe, e le classi intermedie – al momento spinte dagli stessi rapporti di forza sfavorevoli per le classi subalterne a schierarsi con le classi dominanti – ci vorrebbero tempi biblici, in contrasto con la sempre più rapida distruzione dell’habitat naturale dell’uomo a opera di una società che ha come unico valore il profitto individuale. Al contrario, conquistando nella lotta per l’egemonia gli intellettuali, sarà molto più semplice ottenere l’appoggio attivo o passivo della maggioranza dei subalterni e della classi intermedie. Sono, infatti, gli intellettuali che indicano la strada alla maggioranza degli appartenenti ai ceti sociali subalterni o alle classi medie, da sole incapaci di delineare una visione del mondo autonoma e contrapposta a quella dominante.

Il ruolo degli intellettuali

Dunque, secondo Gramsci, se i rivoluzionari mirassero a conquistare le masse popolari e le classi medie un lavoratore alla volta non finirebbero mai. In effetti, mentre le avanguardie, gli intellettuali, i dirigenti sono necessariamente limitati numericamente, i lavoratori sono moltissimi e, inoltre, la classe dominante possiede, come abbiamo visto, strumenti potentissimi per mantenere l’egemonia su quegli individui incapaci di elaborare una visione del mondo alternativa e contrapposta, mentre i rivoluzionari non disporranno mai, sino a che non avranno conquistato il potere, lo Stato, degli stessi mezzi.

Proprio perciò, i comuni lavoratori sono generalmente assoggettati all'egemonia della classe dominante, che controlla i mezzi di comunicazione, di formazione, le chiese, i partiti politici e i sindacati, ecc., quindi il loro modo di vedere le cose è molto differente, per non dire antitetico, a quello dei rivoluzionari. Quindi, se si dovesse andare a convincerli uno per uno non si finirebbe più, cioè la rivoluzione la si farebbe fra qualche secolo, ma può darsi che in questo ampio lasso di tempo le classi dominanti, mirando al solo profitto, avranno già distrutto l'ambiente naturale in cui vive l’uomo e non ci sarà più, dunque, vita umana sulla terra, oppure continueranno a fare tante di quelle guerre, con armi sempre più micidiali, che l'umanità sarebbe pesantemente ridotta di numero e le condizioni di vita sul pianeta sarebbero in buona parte compromesse.

30/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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