L’eccezione e la regola: il caso Venezuela

Per la borghesia internazionale non basta seguire le regole della democrazia formale.


L’eccezione e la regola: il caso Venezuela Credits: http://www.carc.it/2014/04/30/rivoluzione-bolivariana-in-venezuela-tentativi-di-colpo-di-stato-e-quei-comunisti-critici/

I tragici eventi in atto in Venezuela sono emblematici della concezione che hanno i liberali e, più in generale la borghesia, della democrazia formale. Tale forma di selezione del gruppo dirigente si è dimostrata la più adeguata alla dittatura democratica della borghesia per poter continuare a dominare a livello socio-economico e dirigere lo Stato grazie più alla capacità di egemonia, quale dominio con il consenso dei dominati, che attraverso il solo uso del monopolio della violenza legalizzata. In tal modo, il dominio oligarchico della grande borghesia si ammanta del velo di Maya del suo contrario, ovvero della democrazia, il cui reale significato è: dominio delle masse popolari.

Dunque, mediante le elezioni con suffragio universale la dittatura democratica della borghesia è suggellata e resa inattaccabile dal consenso ottenuto da quelle stesse masse popolari che, in tale sistema, sono ridotte in una stato di subalternità. Naturalmente tale sistema non è stato un parto delle oligarchie liberali, ma è dovuto alle lotte delle classi dominate per conquistarsi i diritti politici. Nel momento in cui la classe dominante si è resa conto che il suffragio universale generalmente non metteva in discussione i propri privilegi economici-sociali, ma li consolidava grazie al consenso generalmente inconsapevole dei subalterni, ha finito con l’adattarsi a tale sistema, mirando ovviamente a manipolarlo e modificarlo, ad esempio in senso maggioritario o uninominale, per garantire il proprio successo. Successo in generale garantito dal pieno controllo che ha la classe dominante degli apparati dello Stato e più nello specifico della società civile, atti a formare l’opinione pubblica in modo conforme all’ideologia dominante, che esprime gli interessi complessivi del blocco sociale al potere. Così, grazie al controllo dei principali mezzi di comunicazione, dei partiti, dei sindacati, delle scuole e università, delle chiese e, più in generale, degli intellettuali, la classe dominante è in grado di assicurarsi un dominio tanto saldo da apparire “naturale”, in quanto legittimato dal consenso dei suoi stessi potenziali antagonisti.

Tale naturalizzazione del sistema democratico formale borghese è stato utilissimo per tacciare come totalitarie tutte le forme storiche di dittature del proletariato, di governi di paesi in transizione al socialismo o di democrazie popolari. Misconoscendo le varie forme di democrazia diretta in essi sperimentati e ritenendo come realmente democratiche le forme di delega del potere a dei professionisti della politica, forma propria della tradizione liberale e antitetica della democrazia effettuale che significa gestione diretta del potere da parte delle masse popolari.

Per tale motivo non essendo in grado – in una fase di totale sbilanciamento a vantaggio del capitale finanziario dei rapporti di forza sul piano internazionale – di mettere in discussione il pensiero unico liberal-democratico dominante, chi in America Latina, a partire proprio dal Venezuela, ha cercato di rilanciare la prospettiva socialista nel XXI secolo, dopo la storica débâcle subita alla fine del XX secolo, non ha potuto fare a meno di accettare le regole del gioco imposte dal nemico di classe, in quanto a lui favorevoli. D’altra parte, come è noto, in una guerra e tanto più in una guerra civile come quella di classe nei fatti tutto è permesso, in quanto a essere determinanti, in ultima istanza, sono i rapporti di forza. Per questo, storicamente, tutte le volte che la democrazia formale ha favorito un governo che mettesse in discussione i privilegi economico-sociali delle classi dominanti, sono state proprio queste ultime a non rispettare più le regole del gioco, sebbene si trattasse delle proprie regole e del proprio gioco.

Ecco, così, che negli anni Trenta la vittoria elettorale del Fronte popolare in Spagna sarà rovesciata manu militari dall’esercito impegnato nelle colonie, agli ordini del futuro dittatore Francisco Franco. In paesi come l’Italia, la possibilità di un successo delle forze comuniste, che potesse mettere in discussione i rapporti di classe, è stato impedito da strutture clandestine, coordinate dalla Nato, come Gladio e Stay-behind. Senza contare le minacce costanti di golpe contro i primi reali governi di centro-sinistra negli anni sessanta e, poi, la strategia della tensione e le stragi di Stato per contrastare i movimenti sociali negli anni successivi.

Allo stesso modo in Grecia, non appena nel 1967 un reale centro-sinistra rischiava per la prima volta di vincere le elezioni nel paese, minacciando di portare il paese fuori dalla Nato, un colpo di Stato militare di estrema destra, coordinato ancora dalla Nato, portava al potere una dittatura aperta della borghesia. Pochi anni dopo, il governo di Salvador Allende, nonostante la vittoria nelle elezioni presidenziali in Cile, non riuscì a portare avanti le misure progressiste promesse, perché un colpo di Stato – orchestrato con la collaborazione dell’imperialismo statunitense – impose una nuova dittatura aperta della borghesia. Dittature aperte delle borghesia in realtà, fra gli anni sessanta e gli anni settanta furono imposte in quasi tutto il “cortile di casa” degli Stati Uniti, ossia l’America latina, per prevenire possibili governi di sinistra.

Del resto già negli anni cinquanta erano state rovesciate, con colpi di Stato di destra, con il sostegno dell’imperialismo transnazionale i governi democratici di Iran e Guatemala, in quanto rischiavano di mettere in discussione, una volta vinte le elezioni, i rapporti di proprietà. Anzi, le potenze imperialiste non esitarono a intervenire militarmente, senza paura del ridicolo, neanche nel caso di affermazione elettorale delle sinistre in Stati minuscoli come San Marino o Granada. Possiamo, dunque, concludere che in un modo o nell’altro, con le buone o con le cattive, la borghesia ha sempre impedito che attraverso il suffragio elettorale si potessero mettere in discussione i rapporti di proprietà favorevoli al proprio blocco sociale.

Ovviamente tali tendenze non potevano che accentuarsi ulteriormente dopo la fine della guerra fredda. Quando è venuto meno il blocco antagonista sovietico le potenze imperialiste sono intervenute in modo sempre più sfacciato contro persino dittatori che avevano loro stesse imposto al potere, come nel caso dell’invasione di Panama, o avevano a lungo militarmente sostenuto, come Saddam Hussein nelle due guerre del Golfo. Aggressioni militari hanno dissolto uno dei paesi chiave del blocco dei non allineati, come la Federazione di Jugoslavia, dopo aver fomentato le spinte centrifughe e secessioniste delle zone più ricche, secondo un modello più volte sperimentato, quanto meno a partire dal rovesciamento del governo democraticamente eletto di Lumumba in Congo. Infine, non riuscendo a piegare in nessuno dei modi tradizionali il governo socialista serbo, l’imperialismo ha introdotto una nuova forma di rovesciamento dei governi eletti nel rispetto della democrazia formale borghese, ovvero quelle che saranno definite (contro)rivoluzioni colorate. Il modello serbo è stato subito brevettato e utilizzato in molteplici altri scenari: ad esempio per rovesciare governi regolarmente eletti di paesi ex sovietici non disponibili a schierarsi apertamente contro la Russia aderendo alla Nato, come la Georgia e più recentemente l’Ucraina.

Ora lo stesso modello, con le varianti del caso, stanno cercando di portare a termine in Venezuela, grazie a un loro uomo, formato a questo scopo da anni, il per altro quasi sconosciuto esponente dell’estrema destra Guaidó che, dopo aver studiato in Serbia i metodi per rovesciare il governo di Milosevic, ha completato la propria formazione con le agenzie statunitensi specializzate in questi, più o meno violenti, regime change. Anche in questo caso si è arrivati a questa tattica più postmoderna di cambio di regime, dopo che il classico colpo di Stato militare contro Chavez era fallito, in quanto era apparso nella sua sfacciata brutalità addirittura controproducente, provocando un’enorme sollevazione popolare. Tanto più che lo stesso Chavez, dopo aver visto fallire un altrettanto inefficace tentativo di putsch rivoluzionario, aveva deciso di giocare le proprie carte politiche, vincendo praticamente sempre, con le regole liberaldemocratiche imposte dall’egemonia del nemico di classe.

Lo stesso attuale governo Maduro – pur rispettando sostanzialmente le regole della democrazia formale borghese e pur non utilizzando il suo potere per espropriare gli espropriatori e socializzare i mezzi di produzione – non è più considerato tollerabile dal pensiero unico dominante. Anche perché l’esempio venezuelano aveva finito per fare scuola un po’ in tutta l’America latina, mettendo in discussione quello che gli Usa consideravano il proprio cortile di casa.

Ecco allora la borghesia reagire con i soliti mezzi, per riaffermare ancora una volta che la democrazia formale borghese è una forma di governo riconosciuta e intoccabile – se non si vuole essere marchiati come totalitari – solo quando rappresenta la forma democratica della dittatura di classe borghese. Non era, quindi, possibile legittimare che i paesi soggetti dai tempi della dottrina Monroe al neocolonialismo statunitense potessero paradossalmente liberarsi da esso utilizzando la stessa democrazia formale borghese.

A cominciare la reconquista del cortile di casa è stato Obama – forte della sua capacità di egemonia quale rappresentante del nuovo corso democratico dell’imperialismo Usa – ordendo il golpe volto a rovesciare il legittimo presidente dell’Honduras, colpevole di aver stabilito rapporti amichevoli con il Venezuela. Poi è venuto il turno del Paraguay che, dopo decenni di dittatura di regimi della destra più estrema, aveva infine eletto un presidente cristiano di sinistra: Fernando Lugo, destituito mediante un colpo di stato istituzionalizzato sotto la sapiente regia degli Usa del “democratico” Obama.

Aperta così la strada, le forze della reazione internazionale hanno puntato direttamente sull’obiettivo più rilevante, ovvero il Brasile, grande da solo come quasi tutto il resto dell’America latina. Anche in questo caso si è passati attraverso un colpo di Stato istituzionalizzato che ha portato alla destituzione della presidente, appena rieletta secondo tutti i crismi della democrazia borghese, Dilma Rousseff. In seguito, visto che si doveva andare a nuove elezioni presidenziali – in cui il vice presidente che aveva preso il posto della Rousseff non aveva nessuna possibilità di essere rieletto e tutti i sondaggi davano come certa, già al primo turno, la vittoria del candidato storico della sinistra, l’ex operaio Lula – ecco di nuovo mettersi in atto la tattica del golpe istituzionalizzato con l’arresto e la condanna, senza lo straccio di una prova, del candidato nettamente favorito, per un reato minore di corruzione, problema per altro generalizzato fra i politici brasiliani di centro-destra.

In conclusione, contrariamente a quanto sostenuto fino a non molto tempo fa da revisionisti di tutto il mondo, la possibilità di sviluppare la rivoluzione bolivariana senza prendere il potere, ma sottostando alle regole della democrazia borghese, non dimostra affatto che l’epoca delle rivoluzioni si è definitivamente conclusa, visto che ormai sarebbe possibile trasformare radicalmente la realtà senza conquistare il potere. Al contrario, come i fatti non hanno mancato di dimostrare, il caso venezuelano deve essere considerato più l’eccezione che la regola, dovuta in primo luogo al fatto del tutto atipico che il principale apparato repressivo dello Stato, l’esercito, ha fino a oggi generalmente difeso i governi rivoluzionari eletti, con la significativa eccezione del colpo di Stato contro Chavez. Va, infine, ricordato che le importanti riforme strutturali realizzate dai governi bolivariani sono state generalmente realizzare non solo senza espropriare gli espropriatori, ossia senza socializzare i mezzi di produzione, ma senza toccare più di tanto i profitti e le rendite, grazie ai grandi introiti garantiti dalle straordinarie riserve naturali del paese, a partire dal petrolio.

23/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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