Hegel, la rivoluzione francese e Kant

 

Nel periodo di Tubinga (1788-1793), all’inizio dell’itinerario spirituale di Hegel, stanno l’incontro con la Rivoluzione francese e l’entusiasmo per essa. Da questo entusiasmo è derivato tutto; esso fonda l’amicizia con Hölderlin e Schelling.


Hegel, la rivoluzione francese e Kant

Venga il regno di Dio, e le nostre mani non restino inerti in grembo! [1]

 

Un passaggio di una lettera di Friedrich Schelling a Georg Wilhelm Friedrich Hegel, ben illustra i motivi del dissidio hegeliano nei confronti della concezione fichtiana della religione: “tu stesso scrivi che fin quando quel modo di argomentare che Fichte nella Critica di ogni rivelazione ha riavviato – forse per accomodamento o per dilettarsi anche lui con la superstizione e intascare sorridendo il ringraziamento dei teologi – sarà considerato ancora valido, non ci sarà fine alla follia filosofica” [2]. L’equivoco maggiore in cui rischiava di cadere Immanuel Kant e in cui era realmente incorso Johann Gottlieb Fichte era, a parere di Hegel, l’aver applicato indebitamente alla ricerca metafisico-cosmologica quei postulati validi soltanto in ambito di esperienza morale. Nello specifico, sul Saggio di una critica di ogni rivelazione di Fichte disponiamo di una importante documentazione in un passaggio dello scambio epistolare tra Hegel, che aveva lasciato Tubinga per Berna, e il più giovane Schelling che vi era ancora confinato [3]. Hegel ritiene Fichte colpevole di aver, in qualche modo, contribuito all’affermarsi del dogmatismo cristiano in quanto aveva accettato il piano del confronto su dio e i suoi attributi che, a rigore, doveva considerarsi come posto al di là di ogni possibile disquisizione scientifica. Ancora più netta nella condanna dell’utilizzo fatto della filosofia kantiana allo Stift è la risposta di Hegel: “Sì, mio amico, Ella deve essere stanco degli elogi con cui si tempesta la nuova filosofia, e delle continue invocazioni a essa, non appena valga a indebolire la ragione!” [4].

Per quanto concerne la critica rivolta implicitamente a Kant dal giovane Hegel, ha scritto Johann Karl Friedrich Rosenkranz: “secondo Kant l’uomo ha bisogno di credere nell’immortalità e, per dare ad essa un contenuto, in un Dio che ricompensa il bene e punisce il male commesso in questo mondo. Hegel non negava né Dio, né l’immortalità, ma voleva indagare se senza quel presupposto dovessero continuare ad esistere i doveri e potessero essere esercitate le virtù. Da un punto di vista morale voleva far valere come fine in sé, in modo completamente disinteressato, la ragione pratica. Per quanto concerne il divenir effettuale della sua necessità, considerava il credere in Dio solo tra gli impulsi a compiere quel che il dovere, con ben altra intimità di convinzione, comanda” [5]. Ancora più significativo quanto osserva, ancora a questo proposito Roberto Finelli: “la religione cristiana quindi per Kant non era incompatibile con il criticismo della Critica della ragion pratica: a patto di spersonalizzare le sue dottrine e di non dare alcun rilievo alla possibile genesi divina del maestro del Vangelo e a quelle pretese conferme di tale genesi che vorrebbero essere i miracoli” [6].

Molto si è discusso sul presunto superamento della filosofia kantiana da parte di Hegel negli scritti composti a Tubinga; tuttavia, ancora oggi gli studiosi non sembrano essersi accordati su quanto Hegel sia andato a fondo, in questi anni, nella conoscenza della filosofia di Kant. Mancano, del resto, fonti documentarie in grado di convalidare in maniera inequivocabile un’interpretazione piuttosto che un’altra, anche perché – a differenza del periodo di Stoccarda – non ci sono rimasti excerpta riferibili con certezza all’epoca di Tubinga. Il primo biografo di Hegel, Rosenkranz, fa risalire proprio al 1789, l’anno della rivoluzione, il primo studio della Critica della ragion pura [7]. D’altra parte egli stesso riporta nella sua biografia hegeliana la testimonianza di un certo Leutwein, anche lui studente allo Stift, a parere del quale Hegel non avrebbe avuto particolare interesse né per Kant, né per i problemi della metafisica in generale. 

Anche se il carattere scandalistico di questa testimonianza non la rende pienamente attendibile [8], sembra certo che Hegel non abbia aderito alla società kantiana che si era formata tra i giovani dello Stift, mentre non solo prese parte, ma pare sia stato tra i più accesi animatori del club segreto nato per sostenere la Rivoluzione francese. Racconta Rosenkranz: “Mentre nello Stift si costituiva un gruppo di giovani kantiani, egli avrebbe letto Rousseau (…). Fu il più entusiastico oratore della libertà e dell’eguaglianza e, come tutti i giovani intellettuali, si infervorò per le idee della rivoluzione. Una domenica mattina – Hegel, Schelling ed altri amici si recarono su un prato non lontano da Tubinga ed ivi innalzarono un albero della libertà” [9]. E ancora, entrando maggiormente nei dettagli, “nello Stift si fondò un club politico, si leggevano giornali francesi e si divoravano le notizie. (…) L’eccitazione degli studenti crebbe ancora per un certo tempo per il fatto che il gruppo degli emigranti facenti capo al conte Mirabeau risiedeva nella vicina Rottenberg. Se qualcuno di essi si faceva vedere a Tubinga, doveva subire molti affronti (…). Ma quando un repubblicano prigioniero degli emigranti fuggì a Tubinga, lo si tenne per molti giorni nascosto nello Stift. (…) Il padre di Hegel era un aristocratico convinto. Il figlio si trovò trascinato dalla corrente del tempo e non aveva paura di intavolare col padre le più accese discussioni su questi argomenti. Nel club, lui che già al ginnasio così spesso e volentieri aveva letto Rousseau e a cui Kant e Platone nell’università non avevano opposto a questo indirizzo alcuna resistenza, era non solo il più deciso fra tutti i partecipanti, ma anche l’oratore. Da questo periodo in poi Hegel ha sempre conservato un’affettuosa venerazione per quanto di autenticamente grande vi fu nella Rivoluzione francese, anche se lo disgustavano la vuotezza delle astratte declamazioni sulla libertà, l’uguaglianza, i diritti dell’uomo, il bene del popolo ecc.” [10]. Presumibilmente lo stesso legame d’amicizia tra i tre dello Stift, Hegel, Schelling e Hölderlin, più che sul piano della ricerca teorica si sviluppa su quello della prassi politica. Come ha osservato Ritter: “nel periodo di Tubinga (1788-1793), all’inizio dell’itinerario spirituale di Hegel, stanno l’incontro con la Rivoluzione e l’entusiasmo per essa. Da questo entusiasmo è derivato tutto; esso fonda l’amicizia con Hölderlin e Schelling. Come «i più nobili fra i tedeschi», in quel tempo gli amici si rivolgono verso questo «spettacolo schiettamente filosofico»” [11]. Rosenkranz, a proposito del rapporto di Hegel con Schelling, ha scritto: “Schelling entrò nel giro di amicizie di Hegel nell’autunno 1790. (…) Per quanto Schelling al suo ingresso nello Stift non avesse ancora quindici anni, la sua posizione di primo nella Promotion gli aprì le porte di quel club politico di cui si è parlato. (…) Le comuni simpatie politiche li condussero gradualmente ad instaurare rapporti di studio e di amicizia” [12]. Osserva, infine, Carmelo Lacorte: “le idee dell’89 avevano trovato entusiastica accoglienza fra gli studenti di Tubinga. Hegel e Schelling ebbero per la prima volta occasione di stringersi in amicizia all’interno di un club politico di amici della rivoluzione sorto nell’ambiente degli studenti. Si leggevano französische Papiere, i resoconti della seduta della Convenzione Nazionale, gli scritti di Rousseau. (…) Schelling viene incolpato di aver tradotto la Marsigliese; Hölderlin compone, nello spirito di Rousseau, inni alla libertà e all’umanità” [13].

Tornando ai rapporti con la filosofia critica, pur non potendo escludere – al di là della mediazione dovuta agli insegnanti, ai colleghi e più in generale all’ambiente culturale – che Hegel abbia avuto una conoscenza diretta della filosofia kantiana, alla luce delle contraddittorie testimonianze in nostro possesso ci sembra non vi siano elementi sufficienti a dimostrare che egli abbia fatta pienamente sua tale filosofia. Interpretazioni sostanzialmente opposte, come quelle di chi (Peperzak, Mirri etc.) tende a ricondurre pienamente alla filosofia kantiana gli scritti di questo periodo e di chi (Dilthey, Nohl, Haering etc.) punta al contrario a leggere questi stessi scritti come un’evidente critica alle posizioni della filosofia kantiana, sembrano non tenere conto che non vi è nulla nei frammenti di Tubinga che indichi una conoscenza approfondita dell’opera di Kant in questi anni. Tropo spesso, in effetti, come prova dell’influenza o della critica si prendono in considerazione brani di Hegel che possono esser stati influenzati o far riferimento tanto a Kant, quanto a altri autori dell’illuminismo o a considerazioni più facilmente attribuibili a una certa “vulgata” kantiana, piuttosto che al filosofo di Königsberg. L’unico dato inoppugnabile – come hanno puntualmente messo in evidenza i curatori dell’edizione critica dell’opera hegeliana [14] – è una conoscenza sufficientemente buona della Religione nei limiti della sola ragione, opera cui Hegel sembra richiamarsi più volte negli scritti frammentari risalenti all’ultimo anno passato a Tubinga allo Stift. Inoltre, Hegel doveva necessariamente avere una certa dimestichezza con la filosofia pratica kantiana, considerata la presenza costante negli scritti di questi anni dell’opposizione fra la purezza dell’imperativo categorico e la natura sensibile dell’uomo, fra strutture a priori del trascendentale e la fenomenicità del piano storico. Più complesso è, invece, attestare se la conoscenza della prima e della terza critica – che più in là svolgerà un ruolo decisivo nella formazione della filosofia hegeliana – sia stata diretta o semplicemente mediata da insegnanti dello Stift [15]. I pochi manoscritti che risalgono all’epoca non sembrano particolarmente influenzati dalle idee presenti in queste due opere.

Note:

[1] G. W. F. Hegel, Epistolario I(1785-1808), tr. it. di P. Manganaro, Guida, Napoli 1983, p. 111.

[2] Ivi, p. 115.

[3] Ivi, p. 110.

[4] Ibidem.

[5] K. Rosenkranz, La vita di Hegel [1844], tr. it., Firenze 1964, p. 58.

[6] R. Finelli, Mito e critica delle forme. La giovinezza di hegel (1770-1801), Editori Riuniti, Roma 1996, p. 77.

[7] K. Rosenkranz, op. cit., p. 36.

[8] Riportiamo da Rosenkranz, che lo cita, un passaggio del ricordo di Leutwein, notando, per inciso, che egli lo ritiene piuttosto attendibile a differenza di Hoffmeister: “«avrebbe lavorato poco, soprattutto all’inizio degli studi, non avrebbe combinato niente in teologia, letto tutt’al più Kant e trascorso il resto del tempo a giocare a tarocchi. (…) Nessuno intravedeva in lui alcunché di geniale (…) Tutte queste circostanze concordano nell’attribuirgli un aspetto esteriore di leggero, malcontento e di gravità, tanto da farlo apparire più anziano di quanto fosse. Ricevette perciò nello Stift il soprannome di uomo vecchio o più semplicemente di «vecchio»” Zeitung für elegante Welt del 1839, numeri 35-37, ripresi in K. Rosenkranz, op. cit., pp. 50-2.

[9] K. Rosenkranz, op. cit., pp. 51-2.

[10] Ivi, p. 54.

[11] J. Ritter, Hegel e la rivoluzione francese [1965], tr. it. di K. Gründer e G. Cantillo, Guida, Napoli 1970, p. 27.

[12] Rosenkranz, op. cit., p. 61.

[13] C. Lacorte, Il primo Hegel, Sansoni, Firenze 1959, p. 175.

[14] Per completezza va anche menzionato un accenno piuttosto generico in un documento, pubblicato per la prima volta da Hoffmeister nei Dokumente, in cui è attestato l’interesse di Hegel a Tubinga per le opere di Platone e di Kant. G. W. F. Hegel, Dokumente zu Hegels Entwicklung, a cura di J. Hoffmeister, Fr. Frommans Verlag, Stuttgart 1936, p. 295.

[15] Del resto anche chi, come Edoardo Mirri, sostiene con forza la tesi interpretativa della decisiva influenza kantiana su Hegel in questi anni è costretto, per giustificarla, a ricorrere proprio agli insegnanti di Tubinga, nominando – oltre a Flatt – lo stesso rettore Storr: “a ciò dovette certamente contribuire – sia pure «ex parte oppositi» – il magistero di Gottlob Christian Storr, professore nella «facoltà teologica» e soprintendente dello «Stift», le cui Annotationes theologicae ad philosophicam Kantii de religione doctrinam, come giustamente nota il Betzendorfer, «sono testimonianza di un penetrante studio della filosofia kantiana e furono apprezzate dallo stesso Kant». Le Annotationes di Storr furono pubblicate nell’ultimo anno della permanenza di Hegel nello «Stift», ma certamente furono oggetto di meditazione, elaborazione ed insegnamento anche negli anni precedenti” G.W.F. Hegel, Scritti giovanili, traduzione italiana di E. Mirri, Guida, Napoli, 1993, p. 111. Per quanto riguarda invece Flatt: “alla formazione «kantiana» di Hegel, poi, dovette dare un contributo addirittura decisivo – sempre «ex parte oppositi» – il magistero di Johann Friedrich Flatt, scolaro di Storr, che secondo il Rosenkranz «fu uno dei più aperti e intelligenti oppositori di Kant»; di lui Hegel deve aver seguito il corso di ontologia e cosmologia del 1790, nel quale si dichiarò pronto a spiegare «potiora kantianae criticae capita»; e dopo gli anni della «facoltà filosofica» Hegel lo ebbe maestro anche nella «facoltà teologica», dove forse poté seguire il corso di teologia morale sul Paragone tra la critica della ragion pratica di Kant e la dottrina cristiana. D’altronde la recente scoperta che i presunti Materialen zu einer Philosophie des subjektiven Geistes pubblicati dallo Hoffmeister in realtà altro non sono se non una diligente trascrizione – quasi un «excerptum» – di un corso di Flatt sulla psicologia empirica, ma densissimo di riferimenti anche letterali alla Critica della ragion pura, dà testimonianza irrefutabile della cultura filosofica, in senso kantiano, del giovane Hegel” ivi, pp. 111-12.

02/07/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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