I sofisti, gli illuministi del mondo greco?

I sofisti girano per la Grecia presentandosi come maestri di virtù, quale tecnica di comportamento politico e dell’arte dei discorsi, ovvero la retorica, facendosi pagare un compenso per il loro insegnamento.


I sofisti, gli illuministi del mondo greco?

Link al video della lezione tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci su argomenti analoghi

Il V secolo: condizioni storiche e culturali

Con il termine sofista nell’antica Grecia si denota chi è in possesso della sapienza (sophia). Il termine è usato per indicare i molti pensatori di diversa origine che girano per la Grecia presentandosi come maestri di virtù, quale tecnica di comportamento soprattutto politico, e dell’arte (téchne) dei discorsi (la retorica), facendosi pagare un compenso per il loro insegnamento, cosa allora inaudita.

Origine e significato del termine sofista e contesto storico 

L’ostilità degli ambienti conservatori e le dure critiche di Socrate, Platone e Aristotele alla seconda generazione sofistica, ossia agli epigoni, hanno dato al termine un’accezione negativa, tanto da indicare chi utilizza strumentalmente la forma della filosofia e la retorica per raggirare gli altri, insegnando a prevalere nei discorsi anche quando si è in torto. In tale accezione negativa il sofista, dunque, sarebbe un mercante disonesto che corrompe i giovani insegnandoli a persuadere con lunghi discorsi e artifici oratori gli ascoltatori, senza curarsi del contenuto. Oggi gli studiosi tendono ad attenuare tale accezione negativa ricomprendendo la funzione dei sofisti nella loro epoca storica: il V secolo, o meglio l’epoca che segue le guerre persiane 490-79 a. C., l’epoca del fiorire di Atene con la lega delio-attica 477 a.C. e il governo di Pericle 460. Tale epoca si chiude con la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso a opera di Sparta nel 404 a.C. In particolare, si tratta dei cinquant’anni che vanno dalla vittoria nelle guerre persiane nel 479 alla morte di Pericle 429 a. C.; il periodo di maggiore splendore della democrazia ateniese.

Funzione socio-politica dell’insegnamento dei sofisti 

Con l’affermazione delle istituzioni democratiche ad Atene, dopo la costituzione di Clistene nel 508/07 a. C., diviene essenziale la capacità di persuadere gli altri con la parola. È in particolare la classe emergente dei mercanti, che diviene via via dominante nell’età periclea, egemonizzando le masse, ad aver bisogno dell’insegnamento dei sofisti per mantenere il potere nelle assemblee democratiche. I sofisti hanno il compito della formazione (paidéia) di un nuovo ceto dirigente, competente in tutti i campi, precedentemente gelosamente custoditi dalla tradizione aristocratica. Perciò erano così apprezzati dalla classe emergente e così contrastati dai conservatori.

Multiculturalismo e relativismo 

Inoltre, aumentando i traffici e l’afflusso di stranieri ad Atene da tutto il Mediterraneo, sorge un grande dibattito sulle diverse culture, che mette progressivamente in crisi la cultura tradizionale. Si crea così un confronto-scontro fra la costante validità di “ciò che è per natura” e la variabilità e relatività di “ciò che è per convenzione”. Tale conflitto ritorna nelle grandi tragedie del tempo di Eschilo, Sofocle ed Euripide – decisamente influenzato dalla sofistica – e nelle grandi commedie di Aristofane che è acerrimo nemico dei sofisti. Su tale conflitto delle idee, che riproduce un conflitto politico, riflettono anche i grandi storici greci come Erodoto e soprattutto Tucidide, il primo a passare da una storia come “testimonianza” a una storia “politica”.

Cultura umanista dei sofisti e attenzione per il mondo fenomenico 

I Sofisti si distinguono dai pensatori precedenti per il loro interesse esclusivo per le cose umane. Inoltre i sofisti svalutano ironicamente l’astratto razionalismo eleatico, contrapponendovi la rivalutazione di opinioni e fenomeni. Di qui le impostazioni individualistiche e relativistiche, la rivalutazione di ciò che sembra a ciascuno, della capacità persuasiva dei discorsi. Ciò ha favorito un’indagine razionale dell’intero mondo fenomenico, che spaventa moltissimo i conservatori e, a proposito della quale, si parlerà di illuminismo greco. Tuttavia i sofisti non danno vita a una scuola, con un indirizzo di pensiero univoco. 

Protagora: vita e opere

Nato a Abdera fra il 484 e il 481 a. C., Protagora, giunto ad Atene, entra in buoni rapporti con Euripide e Pericle. Con il governo oligarchico dei Quattrocento 411 a. C. è colpito dal moto di reazione antidemocratico e muore, pare, cercando di fuggire da Atene via mare. Le opere più importanti di Protagora sono Discorsi demolitori o la Verità e Sugli dei. Occorre ricordare inoltre le Antilogie, di argomento etico-politico, esposte con il tipico metodo della contrapposizione degli argomenti, e l’opera Sull’essere in cui Protagora critica in particolare la filosofia eleatica.

L’uomo come misura di tutte le cose 

Protagora si dedica a quelle che considera le due attività più importanti dell’uomo: la virtù o scienza politica e l’arte di ben parlare. Nel suo più celebre frammento Protagora afferma: “di tutte le cose è misura l’uomo, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono”. In tal modo Protagora esprime una nuova posizione radicalmente soggettivistica e antieleatica. Si tratta di una posizione ultra-relativistica se per uomo non si intende l’umanità, o gli uomini liberi, ma piuttosto il singolo uomo. Per ciascuno è vero ciò che gli appare tale. Non è l’essere o non essere della cosa a importare, ma la valutazione del singolo uomo in base all'uso che ne fa. Così tutte le opinioni individuali hanno eguale valore. Sul piano della certezza soggettiva il miele appare dolce al sano e amaro al malato e non ha senso interrogarsi sul suo sapore in sé, quando nessuno lo gusta. 

Relativismo e agnosticismo 

Ciò vale per tutte le valutazioni umane sia etiche che politiche: ciò che a ciascuno sembra bene o utile tale è per lui, ciò che alla città e al popolo sembra giusto tale è per essi. Da qui l’agnosticismo religioso di Protagora, che gli valse l’accusa di empietà, espresso nel secondo celebre frammento: “quanto agli dei non sono in grado di sapere né che esistono né che non esistono, né di che aspetto sono: molte cose impediscono di saperlo, l’oscurità della cosa e la brevità della vita umana”.

Protagora e l’utilitarismo 

Tuttavia, se le opinioni sono indistinguibili sul piano della verità (“tutto è vero”), hanno un criterio di distinzione sul piano dell’utilità. Essere sani è meglio che essere malati e, dunque, anche le opinioni del sano saranno migliori. E come il medico può sanare il malato, così il sofista può far pensare in modo conveniente chi pensa e agisce in modo sconveniente. Il principio di scelta è, quindi, il principio debole dell’utilità sia privata che pubblica, intesa come bene del singolo e della comunità. Il sofista si presenta come propagandista dell’utile che, mediante la parola, cerca di modificare le opinioni degli altri nel senso dell’utile.

L’oratoria

Perciò è l’oratoria lo strumento del magistero sofistico, ossia la capacità di discutere e soprattutto di comporre lunghi discorsi, che ammaliando il pubblico, ne diminuiscono le capacità critiche e di reazione e lo dispongono alla persuasione. Del resto, se tutte le opinioni sono egualmente vere, compito dell’oratore è di far apparire il proprio discorso come migliore e più persuasivo di quello altrui. Tanto più abile sarà, quindi, il sofista quanto più plausibile è il discorso altrui, da qui la celebre formula protagorea: “rendere più forte il discorso più debole”. Solo che, mentre Protagora utilizza la retorica in funzione politico-educativa, in quanto concepiva l’utile come benessere comune della polis, in seguito i sofisti la utilizzeranno al fine di legittimare l’utile dei potenti ponendosi al loro servizio.

Centralità della politica e della tecnica

 

Secondo Protagora l’uomo primitivo non sarebbe potuto sopravvivere per mancanza di difese naturali, se non grazie all’acquisizione delle tecniche – rappresentate dal fuoco rubato da Prometeo agli déi – e per il possesso della virtù politica che Zeus, ossia la natura, ha dato a tutti, visto che le sole tecniche sono insufficienti.

Gorgia 

Nato a Lentini in Sicilia, Gorgia vive molto a lungo: dal 484 al 376 a.C. Nel 427 è ambasciatore ad Atene, dove ha un enorme successo esercitando l’arte della retorica, tanto che Crizia, Alcibiade e Tucidide si dichiarano suoi discepoli.

Oratoria e relativismo 

Nei suoi numerosissimi viaggi, da cui trae lauti guadagni, tiene molte orazioni. Gorgia è ritenuto tra gli inventori della retorica e della prosa d’arte: mediante cui si esercita la persuasione, potente più della coercizione a muovere gli animi.

Rispetto a Protagora, la sua dottrina è più negativa per quanto concerne le capacità conoscitive e pratiche dell’uomo; mentre per Protagora “tutto è vero”, per Gorgia “tutto è falso”. Mentre in Parmenide vi era l’identificazione tra essere-pensiero e linguaggio, in Gorgia questa identificazione viene meno. Il linguaggio non è più veritativo ma diventa strumentale, persuasivo

Della natura o Del non-essere la critica agli eleati 

Inoltre Gorgia ha scritto Della natura o Sul non-essere, che ci è giunto in parafrasi posteriori. Per Gorgia l’essere è impensabile e inesprimibile, tant’è che in questa sua prima opera dimostra che l’essere non è. 

L’impensabilità e l’inesprimibilità dell’essere 

L’opera documenta l’estremo scetticismo della posizione di Gorgia. Si tratta di una polemica ironica con la filosofia eleatica che pretende essere l’unico discorso vero. Gorgia porta all’assurdo tale posizione utilizzando i suoi stessi argomenti. Così, trattando dell’unità o molteplicità della realtà Gorgia critica con gli argomenti di Zenone la molteplicità della realtà, ma rivolge contro l’uno di Zenone come elemento del molteplice i medesimi argomenti critici.

Così, contro gli eleati, Gorgia sostiene tre tesi apparentemente paradossali: nulla esiste; se anche qualcosa esistesse non sarebbe conoscibile; e se anche fosse conoscibile non sarebbe comunicabile ad altri. Questo capolavoro di retorica non è solo un paradosso volto ad affermare il carattere strumentale e non veritativo del linguaggio, ma ha anche un’importanza filosofica.

Con la prima affermazione (l’essere non è) Gorgia non vuole negare la realtà testimoniata dai sensi, ma vuole negare la pensabilità logica di questa realtà, realtà intesa come la natura, il principio originario, dio, l’essere che va oltre le cose, oltre i fenomeni (ovvero la struttura metafisica della realtà). Inoltre, costituisce una negazione radicale dell’essere (nichilismo) che può essere interpretata come professione di ateismo. Le altre due tesi invece sono scettiche e agnostiche in quanto sostengono che l’uomo non ha gli strumenti per affermare o negare l’esistenza di dio.

Per quanto concerne la seconda tesi, Gorgia afferma che il pensiero non rispecchia necessariamente la realtà, per conoscerla dovremo avere una fotografia esatta della realtà. Gorgia insiste sul necessario divorzio fra pensiero ed essere, in quanto si possono pensare anche cose che non esistono; quindi se il pensiero non rispecchia la realtà, neanche la realtà rispecchia il pensiero.

Per quanto concerne la terza tesi, Gorgia intende sostenere che il linguaggio è diverso dalla realtà e, quindi, non ha una funzione veritativa, non esprime l’essere; la parola non è l’oggetto che percepiamo con i sensi. Sganciati dall’essere e dalla verità, il pensiero e il linguaggio perdono valore di strumenti di verità, da ciò l’affermazione di Gorgia “tutto è falso” (non c’è neanche il criterio dell’utile di Protagora). L’unica cosa che conta è la potenza del linguaggio, la sua capacità di persuadere, che porta Gorgia a una apologia della retorica.

La visione tragica della vita

In contrasto con il razionalismo e l’ottimismo dei filosofi precedenti e, poi, seguenti che vedono la realtà dominata dal Logos, ovvero dalla ragione, per Gorgia al contrario la vita dell’uomo non è dominata dal logos, le azioni degli uomini non sono rette da ragione e verità, ma dalle circostanze, dalle passioni, dalla menzogna. Quindi, nelle vicende umane domina l’irrazionale, non c’è una logica. 

Da qui il famoso Encomio di Elena, un puro esercizio di abilità oratoria in difesa della celebre traditrice dell’epos, mostrando come l’oratore possa impadronirsi dell’animo dello spettatore e portarlo dove vuole.

Elena per Gorgia non ha colpa, la sua psiche non ha colpa, la sua scelta non è stata razionale, si è arresa alla necessità, al volere divino, alla forza e alla violenza del suo rapitore, ma, soprattutto, è stata soggiogata dal discorso persuasivo – a prescindere se fosse vero o falso – di Paride, cui non poteva resistere, si è arresa alla forza ammaliatrice della parola e alla forza indomabile dell’amore. Da qui la consapevolezza della fragilità umana e il sentimento dell’aspetto tragico dell’esistenza.

Altri protagonisti e tendenze della sofistica 

Prodico nasce a Ceo, una generazione dopo Protagora. Viaggia molto e ha successo in particolare ad Atene. Prodico spiega la religione sulla base della divinizzazione delle cose utili all’uomo, per cui Demetra non sarebbe altro che il simbolo del pane, Dioniso del vino ecc.

Antifonte si occupa di molteplici problemi, dal linguaggio alla geometria. Le cose più importanti da lui trattate riguardano il terreno etico-politico. Egli giudica la natura superiore alle convenzioni giuridiche. In effetti, non si hanno conseguenze se si viola la legge senza essere scoperti, mentre non altrettanto si può dire delle violazione delle leggi di natura. Sulla base della superiorità della legge naturale Antifonte arriverà a proclamare l’eguaglianza (naturale) fra greci e barbari.

Crizia: ateniese, nobile ed esponente di spicco della fazione filospartana, è membro del governo oligarchico del 411 e del governo dei Trenta tiranni. Crizia fa professione di ateismo, sostenendo che la religione è solo un instrumentum regni. Visto che le leggi da sole non bastano a far sì che non si faccia di nascosto il male, allora ci si è inventati il controllo divino. Al quale non devono dare credito i potenti.

Nella seconda generazione dei sofisti si pone al centro il contrasto natura-leggi. Sostenendo la superiorità della natura sulla legge, Alcidamante affermava così l’eguaglianza fra padroni e schiavi. D’altra parte, la superiorità della natura sulla legge può essere funzionale ai reazionari che vi fondano la legge della giungla, ovvero la legge del più forte. Da qui muove, esemplarmente, Callicle che rivendica su tali basi la superiorità dell’individuo su ogni vincolo morale e su ogni legge, dunque la superiorità della forza, della violenza sul discorso, sul logos. Le leggi sarebbero opera dei più deboli, per limitare il potere naturale dei più forti. Mentre Trasimaco sostiene che il diritto altro non è che l’utile del più forte. Perciò democratici, oligarchi o tiranni faranno leggi funzionali a rafforzare il proprio potere. L’altro aspetto caratteristico di questa seconda generazione di sofisti è l’eristica quale tecnica di argomentare e confutare – spesso in modo capzioso – nelle contese verbali.

11/03/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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