La parabola dell’economia politica dalla scienza all’ideologia – Parte VIII: Marx e il plusvalore

L’unica fonte del valore è il lavoro. L’unica fonte del profitto è il pluslavoro, cioè lavoro non pagato. I mezzi di produzione non creano valore ma trasferiscono il proprio nel prodotto. Il plusvalore può essere aumentato o prolungando l’orario di lavoro a parità di salario o aumentando la produttività del lavoro.


La parabola dell’economia politica dalla scienza all’ideologia – Parte VIII: Marx e il plusvalore

Segue da Parte VII.

Il plusvalore

Nel precedente articolo avevamo visto che la valorizzazione del capitale è possibile solo se si mette in movimento la forza-lavoro per un numero di ore superiore a quelle cristallizzate nel suo costo di acquisto. Il valore della forza-lavoro è infatti dato, come quello di tutte le merci, dal tempo di lavoro necessario alla sua riproduzione. Detto lavoro necessario corrisponde a quello occorrente per produrre i mezzi di consumo necessari al lavoratore e alla sua famiglia per riprodursi secondo gli standard sociali medi della classe lavoratrice, i quali ovviamente possono variare nelle diverse epoche e nei diversi luoghi. Questo valore, a livello fenomenico, appare nel salario corrisposto al lavoratore, salario che gli permette la sussistenza.

Così se per esempio la giornata lavorativa è di otto ore e nell’equivalente pagato per l’uso giornaliero della forza lavoro, nel salario, sono oggettivate solo cinque ore, il lavoro svolto nelle rimanenti tre ore (pluslavoro) determina il plusvalore di cui si appropria il capitale, l’entità della sua valorizzazione. Se si prescinde dai casi di super sfruttamento, non c’è quindi nessun furto, il capitalista paga regolarmente la forza-lavoro al suo valore e la fa lavorare secondo quanto previsto dal contratto. Lo sfruttamento dipende dalla circostanza che il lavoratore, privo di mezzi di produzione e di mezzi di sussistenza, è costretto a vendere la sua forza-lavoro e a prestare un lavoro in più rispetto a quello che sarebbe sufficiente per campare. Ma il tutto, formalmente, su un piano di parità, obbedendo alle regole del mercato.

In termini formali, se l è la quantità di lavoro impiegata per una determinata produzione e v il lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro, il plusvalore, pv, sarà dato dal pluslavoro prestato in eccedenza rispetto al lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro, 

pv = l - v            (1)

Il plusvalore, quindi il pluslavoro, è per Marx l’unica fonte del profitto, la cui realizzazione e accumulazione costituiscono il fine immediato del capitale. Pertanto, i capitalisti praticano metodi per accrescere il plusvalore. Tali metodi sono classificati da Marx nel modo seguente.

Plusvalore assoluto

Si tratta di tutti i metodi che cercano di espandere, a parità di altre condizioni, il lavoro assoggettato al capitale. Tra questi il più classico è il prolungamento della giornata lavorativa, che consente di ampliare le ore di pluslavoro quando siano date e costanti le ore di lavoro necessarie alla riproduzione della forza-lavoro (lavoro necessario). Anche l’estensione dei soggetti sottomessi allo sfruttamento (si pensi per esempio al lavoro minorile) possono rientrare in questa classificazione.

Esemplificando supponiamo che la giornata lavorativa sia di 8 ore e che il lavoro necessario sia di 4 ore, il pluslavoro eccedente sarà pari a 4 ore, così come il plusvalore. 

Se i capitalisti riescono a prolungare l’orario di lavoro fino a 10 ore, il lavoro necessario rimane 4 e, per differenza, le altre sei ore sono pluslavoro, che viene così incrementato del 50%. Si veda la seguente figura 1 in cui si passa dallo stato 1 (giornata di 8 ore), allo stato 2 (giornata di 10 ore). 

Plusvalore relativo

Deriva dall’introduzione, nell’ipotesi che rimanga costante la durata della giornata lavorativa, di metodi che consentono di ridurre le ore di lavoro necessario. Infatti al diminuire delle ore di lavoro necessario a riprodurre la forza-lavoro il pluslavoro aumenta per differenza. Poiché il salario non può scendere al di sotto del livello di sussistenza, il modo tipico di ridurre il tempo di lavoro necessario è l’aumento della produttività del lavoro: se occorrono meno ore di lavoro per produrre i medesimi beni di consumo dei lavoratori, si riduce il lavoro necessario anche senza diminuire i consumi dei lavoratori, i salari reali. Quindi l’aumento dei ritmi di lavoro, l’abolizione dei “tempi morti”, la razionalizzazione del processo produttivo, l’introduzione di macchine che risparmiano lavoro, sono tutti mezzi per produrre in meno ore l’equivalente dei consumi dei lavoratori e quindi accrescere il margine del plusvalore.

Esemplificando di nuovo, rispetto alla situazione precedente, senza dover prolungare la giornata lavorativa da 8 a 10 ore, si può ottenere ugualmente un plusvalore di 6, riducendo il lavoro necessario a 2, il che è possibile raddoppiando la produttività del lavoro.

Nella figura 2 che segue si può visualizzare che anche in questo caso il pluslavoro è stato incrementato da 4 a 6 ore pur rimanendo inalterata la durata complessiva della giornata lavorativa (8 ore).

Produzione del plusvalore relativo

Storicamente le tappe osservate da Marx per accrescere il plusvalore relativo, cioè la produttività del lavoro, sono state la cooperazione semplice, la manifattura e la grande industria.

La cooperazione semplice, esistita già nelle società primordiali, consiste nel mettere insieme e far collaborare più lavoratori. Questa collaborazione consente di effettuare operazioni altrimenti impossibili (per esempio sollevare e trasportare oggetti molto pesanti) o di effettuare altre operazioni con meno dispendio di lavoro, per esempio passarsi oggetti senza necessità di spostarci (immaginiamo un lavoratore sopra una scala a pioli e uno che gli passa gli utensili necessari evitandogli di scendere ogni volta la scala). Altro esempio è il passamano di oggetti in una catena di lavoratori.

La manifattura invece è il diretto antenato dell’industria moderna. Più lavoratori vengono messi insieme e specializzati in fasi distinte della lavorazione. Un esempio è la famosa fabbrica di spilli descritta da Adam Smith, in cui un lavoratore, utilizzando sempre il medesimo utensile, forgia il metallo in configurazione filiforme, un altro, sempre usando un solo utensile, taglia il filo di acciaio in segmenti, un altro appuntisce un lato dello spillo, un altro ancora realizza la testa dello spillo nel lato opposto, uno lucida la superficie ecc. Con la manifattura iniziano un’accentuata divisione del lavoro e una produzione su larga scala, anche se gli utensili adoperati sono ancora derivati da quelli dei tradizionali artigiani, con modesti adattamenti.

Con la grande industria invece sono le macchine che, incorporando gli utensili e sostituendo i movimenti dei lavoratori, realizzano i prodotti. In questo modo il capitale espropria i lavoratori anche della loro abilità e del loro sapere. Non è più l’utensile a essere un’appendice, una protesi del lavoratore, bensì il lavoratore diviene un’appendice della macchina, seguendone il ritmo, compiendo le azioni ancora non automatizzabili e sorvegliandone il buon funzionamento.

Mentre il mercato è il regno della libertà e dell’anarchia, in cui tutto è demandato alla spontaneità, il regime della fabbrica deve essere razionalmente programmato e dispotico. La stessa divisione del lavoro assume caratteri diversi nella fabbrica e nella società. Nella società ciascun produttore si organizza per realizzare consapevolmente merci vendibili, nella fabbrica ciascun lavoratore è parziale, svolge una determinata fase della produzione e si occupa di quella, non del risultato finale. È anche vero, però, che nella società la divisione del lavoro avviene attraverso il meccanismo del mercato, la spontaneità e l’anarchia e la composizione dei diversi lavori avviene a posteriori quale esito delle forze della domanda, dell’offerta e dei prezzi, mentre nella fabbrica essa è programmata razionalmente e scientificamente secondo un piano prestabilito; la razionalità è a priori. 

I pezzi del Capitale che illustrano questi passaggi storici sono stati presi a pretesto per sostenere che la teoria di Marx, se era applicabile al capitalismo del XIX secolo, non è più attuale, perché parla di una realtà che nel frattempo è mutata profondamente, con la produzione snella e flessibile, la robotica, l’informatizzazione, l’industria culturale, i lavori atipici, le partite Iva ecc.

L’equivoco sta nel confondere le parti teoriche del Capitale con le parti meramente illustrative ed esemplificative. Certamente, sono cambiate le figure storiche descritte da Marx. Il lavoratore non è più solo l’operaio della grande industria, il lavoro intellettuale pesa molto più di prima, le forme contrattuali sono fin troppo articolate. Non si devono però confondere queste figure storiche, che evolvono come ogni altra cosa, con le forme che assume il processo lavorativo non tanto in questo o quel capitalismo, in questa o quella fase, ma nel modo di produzione capitalistico, che presenta alcuni caratteri costanti finché perdurerà. Marx non intendeva solo parlare di queste concrete figure storiche, ma soprattutto sviluppare una teoria delle forme del processo lavorativo all’interno del modo di produzione capitalistico. Le modalità attraverso le quali opera il processo lavorativo in questo modo di produzione non sono necessariamente la manifattura o la grande industria, le quali semplicemente esemplificano alcune determinazioni che valgono tutt’oggi: il carattere cooperativo del lavoro, quello parziale del soggetto che lavora e realizza solo una parte dell’opera, il carattere subordinato del lavoratore fino addirittura alla sua estromissione con l’automatizzazione completa, relegandolo al ruolo marginale di semplice supervisore. 

Nell’organizzazione contemporanea del processo lavorativo non abbiamo solo le figure illustrate da Marx, che tuttavia esistono ancora, ma abbiamo anche altre organizzazioni del lavoro, in cui comunque la parzializzazione, la subordinazione e il carattere cooperativo, può sussistere, grazie alla telematica, perfino fra individui che lavorano a grandi distanze, dispersi in tutte le parti del mondo. Queste forme rimangono nella struttura portante del modo di produzione. Inoltre le nuove figure storiche sono salariate allo stesso modo di prima, cioè subordinate di fatto a un processo di valorizzazione del capitale, a prescindere dalla tipologia giuridica del contratto di lavoro o addirittura della sua inesistenza, come nel caso delle partite Iva. Il risultato complessivo della loro attività non è da loro posto, ma ne sono subordinati, sussunti, lavorando per il capitale.

Questo fraintendimento deriva anche dall’avere ignorato il livello di astrazione della maggiore opera marxiana (e a maggior ragione del primo libro), il cui scopo dichiarato è l’individuazione delle leggi generali di movimento del modo di produzione capitalistico e non la critica di questa o quella particolare formazione economico-sociale di tipo capitalistico [1].

Se si considera ciò si può comprendere perché potenziali soggetti antagonisti vadano moltiplicandosi anche se purtroppo manca una loro unificazione organizzativa, quanto mai necessaria. I vari “post”, postfordismo, postoperaismo, post imperialismo e chi ha più post più ne metta, sono fuorvianti, perché tutti gli individui che si trovano a lavorare in varie forme in processi eterodiretti dal capitale si trovano completamente sussunti in queste modalità. 

Uno degli obiettivi della lotta politica è trovare il modo di unire queste forze che adesso non sono più fisicamente nello stesso posto. Metterli in dialogo è molto più complesso ma è indispensabile. Occorre sviluppare forme di lotta internazionali in quanto la sfida del capitale è a livello internazionale.

Capitale costante e capitale variabile

Perché ci sia valorizzazione del capitale è necessario che anche il valore dei mezzi di produzione consumati non vada perso ma si trasferisca nel prodotto. Ciò è reso possibile dalla qualità utile del lavoro. Infatti il valore deve necessariamente fissarsi in un valore d’uso, solo producendo merci utili non si perde il valore dei mezzi di produzione consumati ma lo si trasferisce in esse. Ciò avviene contemporaneamente alla creazione di nuovo valore, non con un lavoro supplementare. Quindi, il duplice carattere del lavoro produce un duplice effetto: in quanto lavoro utile fa sì che non si perda il valore dei mezzi di produzione, bensì che esso si trasferisca nel prodotto, in un nuovo valore d’uso; in quanto lavoro astratto, crea nuovo valore idoneo sia a riprodurre il valore della forza lavoro sia a produrre un’eccedenza, il plusvalore.

Marx denomina lavoro morto il lavoro che è oggettivato nei mezzi di produzione, scaturito da precedenti processi produttivi, esistente in forma oggettivata già prima di mettere in azione la forza-lavoro viva. Parla invece di lavoro vivo riferendosi a quello che viene speso nel corso del processo produttivo.

I mezzi di produzione (materie prime, macchine ecc.), attraverso il lavoro utile, via via che si consumano, si trasformano in un nuovo valore d’uso. Senza l’intervento del lavoro utile il filato e il telaio non si trasformerebbero in tessuto. Ma il valore esiste in un valore d’uso, in una cosa utile. Se si perde l’utilità di un oggetto si perde anche il suo valore. Per fortuna nel processo produttivo, mentre i mezzi di produzione vedono perso il loro valore d’uso, non viene parallelamente disperso il loro valore, che si trasferisce interamente nel nuovo prodotto. Tali mezzi perdono così solo la forma originaria del loro valore d’uso e raggiungono la forma di un altro valore d’uso, quella del prodotto. Per il capitale è del tutto indifferente in quale valore d’uso materializzarsi. In questo modo, grazie al carattere di utilità del lavoro, si verifica il trapasso di valore dal mezzo di produzione al prodotto. Il prodotto acquista cioè solo il valore perso dal mezzo di produzione e i mezzi di produzione cedono il loro valore al prodotto solo in quanto durante il processo lavorativo perdono valore nella forma dei loro vecchi valori d’uso.

Al contrario, il lavoro vivo aggiunge nuovo valore al prodotto. Esso aggiunge una determinata grandezza di valore perché svolto in un tempo determinato, nella sua qualità astratta e generale, come dispendio di forza lavoro umana, la quale è fonte di nuovo valore in quanto la sua messa in movimento è oggettivazione di tempo di lavoro in un valore d’uso. La messa in atto della forza-lavoro per l’intera durata della giornata lavorativa consente quindi sia il trasferimento di valore dai mezzi di produzione consumati al prodotto, sia la riproduzione del valore della forza-lavoro stessa, sia, infine, la creazione del plusvalore, il quale è l’unica fonte dell’eccedenza del capitale valorizzato su quello impiegato.

Per questi motivi, Marx chiama queste due diverse forme di esistenza assunte dal capitale anticipato, una volta abbandonata la forma di denaro, cioè i mezzi di produzione e la forza lavoro, rispettivamente capitale costante e capitale variabile: il primo cede al prodotto, senza alcun incremento, il proprio valore, mentre il secondo cresce di valore. Con questa formulazione egli respinge così le teorie che spiegano il profitto come remunerazione dei servizi produttivi del capitale.

Chiamando c il valore dei mezzi di produzione o capitale costante, v il valore della forza-lavoro o capitale variabile e pv il lavoro che eccede quello necessario al reintegro del monte-salari o plusvalore, il valore del prodotto, w, è dato dall’espressione

w = c + v + pv (2)

Vi sono due relazioni che Marx considera cruciali e di cui esaminerà attentamente la loro evoluzione nel corso dello sviluppo capitalistico. La prima è il saggio del plusvalore che rappresenta il rapporto fra il pluslavoro (lavoro non pagato) e il lavoro necessario o capitale variabile, pv/v. Questa relazione è un indicatore del saggio di sfruttamento della forza-lavoro, che tende a crescere con l’accumulazione capitalistica e con il progresso tecnico. In una determinata economia, tale rapporto tende a essere uniforme, in quanto tutti i lavoratori tendono a percepire l’equivalente del costo di riproduzione della forza-lavoro, che è prodotto mediante il lavoro di una certa frazione della giornata lavorativa. Ma anche la durata della giornata lavorativa, tendenzialmente, è uniforme in virtù di modelli simili di contrattazione sindacale o di norme di legge. Per quanto riguarda i lavoratori part-time si presuppone che essi percepiscano solo una parte aliquota del lavoro necessario, mantenendo inalterato il rapporto fra lavoro pagato e lavoro non pagato.

L’altra relazione è il rapporto fra il capitale costante e il capitale variabile, che egli denomina composizione del capitale. È importante considerare sia la composizione tecnica, cioè il rapporto fra la massa dei mezzi di produzione usati e la quantità di lavoro impiegata per il loro uso, sia la composizione di valore, cioè il rapporto c/v, valore dei mezzi di produzione in rapporto al valore della forza-lavoro. Marx chiama composizione organica del capitale la composizione di valore in quanto determinata dalla composizione tecnica e sua espressione in valore. Tale rapporto varia da industria a industria in quanto varie sono le tecnologie utilizzate. Per esempio, in un’azienda di ristorazione è probabile che predomini il valore della forza-lavoro impiegata, mentre in una fabbrica robotizzata è probabile che vi sia un peso predominante del capitale costante.

Si noti infine che tutto il capitale anticipato si presenta inizialmente in forma di denaro, e solo dopo l’acquisto dei mezzi di produzione e dell’uso della forza-lavoro esso si materializza in altro. Il valore del capitale costante e del capitale variabile non può che essere quindi equivalente al lavoro astratto rappresentato dal denaro che è stato speso per l’acquisizione di tali fattori, che poi è anche il lavoro speso e socialmente validato dal mercato per la produzione dei mezzi di produzione e per la riproduzione della forza lavoro. Va sempre tenuta a mente questa rappresentazione del valore complessivo del capitale come una quantità di denaro anticipato, perché ci aiuterà a superare alcune obiezioni provenienti sia dalle scuole economiche marginaliste sia da quelle neoricardiane, problemi che per oltre un secolo hanno tormentato gli economisti marxisti.

 

Note:

[1] Debbo questa importante distinzione fra forme e figure storiche a Roberto Fineschi, si veda per esempio l’intervista a lui di questo giornale del 15/01/2016.

22/04/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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