Le cause della prima guerra mondiale

Iniziamo la pubblicazione del corso dell’Università popolare A. Gramsci: Controstoria del secolo breve


Le cause della prima guerra mondiale
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Presentazione del corso / vedi qui il video con la prima lezione del corso tenuto all’Unigramsci

La causa immediata dello scoppio della Prima guerra mondiale è generalmente individuata nell’attentato terroristico con cui, il 28 giugno 1914, uno studente serbo-bosniaco uccide l’erede al trono dell’Impero austro-ungarico Francesco Ferdinando d’Asburgo. Si tratta di una convenzione, in quanto l’attentato era a sua volta un effetto, in qualche modo prevedibile, della provocazione ordita dal reazionario erede al trono di sfilare per le vie di Sarajevo, per sottolineare la controversa annessione della Bosnia al proprio Impero appena cinque anni prima. In Bosnia viveva una forte e combattiva minoranza serba che aspirava all’unificazione degli slavi del sud – finiti sotto il dominio austriaco – con la Serbia. L’azione avventuristica del giovane attentatore sarà a sua volta il pretesto atteso e prontamente sfruttato dalle forze scioviniste dell’Impero come casus belli necessario per aggredire la Serbia, che si era posta alla testa delle lotte degli slavi del sud per l’autodeterminazione nazionale. Tale secolare rivendicazione aveva condotto a importanti lotte contro il dominio turco-ottomano, che erano state sfruttate dall’Impero asburgico per la sua ulteriore espansione verso sud. In tal modo i bosniaci erano passati dal dominio di un impero in crisi, al dominio di un impero egualmente transnazionale e potenzialmente altrettanto in crisi, in quanto ormai superato dal corso storico che, con l’affermazione del modo di produzione capitalistico, stava portando alla costituzione, in primis in Europa, di Stati nazionali.

D’altra parte l’attentato e la conseguente aggressione austriaca alla Serbia costituiscono il lungamente preparato casus belli fra le potenze imperialiste che, dopo essersi spartite il mondo in aree di influenza – spinte dalla prima grande crisi di sovrapproduzione iniziata nel 1873 e riesplosa nel 1907 – non potevano che fare del costituitosi mercato mondiale il terreno per il primo scontro a livello globale fra le potenze imperialiste.

Dunque, una piccola scintilla – ossia uno fra i diversi attentati terroristici, che avevano in quelli anni di diffusione del terrorismo su scala internazionale, condotto all’uccisione di un altro pretendente despota – poté incendiare la prateria in quanto essa era stata, da oltre trent’anni, cosparsa di materiale infiammabile, di tipo economico, sociale, geo-politico e culturale.

Così, la causa immediata, l’attentato del 28 giugno, appena lo analizziamo con maggiore attenzione vediamo che non è altro che la conclusione, in qualche modo necessaria, di un processo iniziato sul piano – a sua volta più immediato, più apparente – geopolitico e diplomatico oltre quarant’anni prima. Dobbiamo risalire, infatti, quanto meno al 1870 per comprendere le cause politiche della Prima guerra mondiale, ovvero alla precedente grande guerra europea e, più nello specifico, al trattato di “pace” con cui si era conclusa. Quest’ultimo, come avviene spesso nei “trattati di pace”, conteneva già in sé i germi, o meglio le cause profonde, di lungo periodo del successivo grande confitto. L’Impero germanico, nato dalla sconfitta dell’altrettanto anacronistico Secondo impero francese, invece di sfruttare la vittoria – resa completa dall’esigenza della classe dominante di chiudere al più presto la guerra, per unire le forze e reprimere la prima rivoluzione proletaria, da cui era sorta la Comune di Parigi – impose una “pace” punitiva alla Francia, imponendogli oltre a pesanti crediti la cessione di guerra di due ricche e strategicamente importanti regioni di confine come l’Alsazia e la Lorena. Era evidente che a queste condizioni inaccettabili la sedicente “pace” era l’ennesima tregua armata, che avrebbe portato, appena ce ne fossero state le condizioni, a una nuova guerra ancora più ampia e distruttiva.

Tale tregua, favorevole al vincitore come ogni “pace” punitiva, fu strenuamente difesa da Bismarck per oltre un decennio, con un’abile politica di alleanze volta a isolare la Francia e a rafforzare gli accordi internazionali con le altre grandi potenze al fine di impedire al nemico sconfitto di poter riprendere la guerra e rifarsi dell’umiliazione subita.

Bismarck – che era riuscito dopo secoli di parcellizzazione della Germania, a unificarla in quella che era divenuta la più grande potenza europea, anche per l’eccezionale sviluppo economico in senso capitalistico che tale processo aveva favorito – giocò sulle tendenze espansionistiche delle grandi potenze per poter rafforzare l’impero così faticosamente costituito. Egli sfruttò la necessità di un’espansione in senso imperialista delle due principali potenze europee a capitalismo avanzato, la Francia e la Gran Bretagna, per spingerle a concentrare le proprie forze fuori dell’Europa, entrando così necessariamente in contraddizione fra loro per la spartizione dei continenti extra-europei, in primo luogo dell’Africa. D’altra parte aveva ricostituito una sorta di rinnovata Santa alleanza conservatrice con le due altre potenze reazionarie europee, ovvero l’impero Asburgico e Russo; favorendo l’espansione verso sud-est del primo, per fargli abbandonare la nostalgia per la sua precedente capacità di egemonia su una Germania divisa, spingendo verso est le mire espansionistiche del secondo. In tal modo la Russia era entrata in una situazione di contrasto sempre maggiore con le due principali potenze imperialiste con cui si contendeva più direttamente il controllo dell’Asia: l’Inghilterra e il Giappone; nel primo caso giungendo a un accordo per la reciproca determinazione delle proprie aree di influenza, a discapito dei popoli asiatici, nel secondo caso arrivando a una catastrofica guerra per il dominio coloniale sulla parte settentrionale dell’Impero cinese.

D’altra parte l’Inghilterra era riuscita a trovare una comune intesa con la Francia per la spartizione dell’Africa ai danni dei popoli coloniali. Ciò aveva consentito un accordo per impedire l’espansione del gigante russo verso il Mar mediterraneo ai danni dell’impero turco-ottomano in via di dissoluzione. I russi nascondevano il proprio progetto espansionista, presentandosi come difensori del diritto dei popoli slavi e ortodossi a ottenere l’indipendenza dall’impero islamico turco. D’altra parte la battuta di arresto inflitta ai Russi dagli anglo-francesi – postisi come improbabili difensori dell’Impero ottomano – aveva involontariamente favorito l’espansione nei Balcani dell’Austria, che era riuscita a porre sotto il proprio controllo la stessa Bosnia, grazie al sostegno interessato della Germania.

Questo non poteva che portare a una rottura dell’intesa della Germania con la Russia, spingendo quest’ultima, per non rimanere isolata sul piano internazionale, a un’alleanza tattica con gli ex nemici anglo-francesi i cui capitali finanziari sovraprodotti apparivano necessari per lo sviluppo di un capitalismo di stato autocratico in Russia, funzionale allo sviluppo di una rivoluzione passiva indispensabile per tenere a bada le molteplici forze di opposizione che si erano radicalizzate nel corso della Rivoluzione del 1905, resa possibile dalla clamorosa sconfitta dell’autocrazia russa dinanzi al primo stato imperialista affermatosi in Asia: il Giappone.

Del resto la politica “pacificatrice” portata avanti da Bismarck aveva ormai fatto il suo tempo, poiché la sua capacità di egemonizzare la borghesia era venuta meno, nel momento che quest’ultima – dopo essersi sviluppata al massimo dal punto di vista economico, in cambio del potere lasciato nelle mani del principale esponente degli Junker, i grandi proprietari terrieri – cominciava a subire le avvisaglie della crisi di sovrapproduzione. Ciò imponeva alla Germania, per poter mantenere i rapporti di produzione favorevoli al blocco sociale dominante della ricca borghesia e dei grandi proprietari terrieri, di sviluppare a sua volta una politica espansiva di tipo imperialista. Così Bismarck fu liquidato dal più ottuso e reazionario nuovo Kaiser Guglielmo II, che lanciò in pompa magna la nuova politica imperialista. Tale politica non poteva che accentuare i contrasti con la Francia, la Gran Bretagna, la Russia, gli Stati Uniti e il Giappone, che nel frattempo si erano divisi gran parte del globo in zone di influenza imperialistiche.

A questo punto la “pace” conveniva maggiormente alle potenze che si erano già spartite buona parte del mondo in zone di dominio imperialista, mentre era proprio la Germania ad apparire ora il principale ostacolo alla pace dei potenti in quanto, per non rimanere soffocata dall’eccezionale sviluppo economico in senso capitalista, doveva necessariamente espandere il proprio impero ai danni degli altri.

Del resto, se ampliamo un po’ lo sguardo e dalle cause di lunga durata più appariscenti risaliamo al loro fondamento nascosto, non possiamo che rinvenire le ragioni sociali che spingevano tutte le potenze imperialiste alla guerra che, proprio perciò, non poteva che avere un respiro mondiale, per scaricare – come sempre era avvenuto nella storia – all’esterno le contraddizioni interne.

In effetti in ogni paese in cui si affermava sempre più il modo di produzione capitalistico, cresceva e si rafforzava sempre più il suo principale antagonista, il suo becchino per dirla con Marx, ovvero il proletariato moderno. Quest’ultimo – dopo essersi conquistato, per paura delle sue violente rivolte, i diritti all’organizzazione sindacale – si era conquistato – per cercare di integrarlo anche sul piano politico, emarginandone le componenti sovversive – i diritti politici. Così, con la lotta economica portata avanti dalle crescenti forze sindacali, il proletariato diminuiva il proprio sfruttamento erodendo margini di profitto. In tal modo, per mantenere i propri privilegi garantiti da un margine più ampio di profitto, i capitalisti si credevano spinti a rifarsi ai danni dei popoli coloniali. Anche perché gli extra-profitti garantiti dalle conquiste imperialiste consentivano di corrompere gli intellettuali, generalmente di origine borghese, che guidavano i sindacati e i partiti proletari. Così si arrivava a un accordo per cui l’ulteriore espansione dei salari veniva legata all’ulteriore espansione in senso imperialista del “proprio Stato”.

In tal modo le ragioni di fondo, strutturali, sociali ed economiche che portavano necessariamente alla guerra le potenze imperialiste, furono rafforzate dalle sovrastrutture culturali, dal momento che la cultura dominante era al solito espressione della classe dominante. Così mentre gli intellettuali organici alla borghesia aderivano in modo sempre più aperto ed esplicito alla concezione del mondo dei pensatori più reazionari come Nietzsche, anche gli intellettuali che, in un primo momento, si erano schierati con le classi subalterne, finirono spesso per essere “comprati” dai sovra-profitti imperialistici. In tal modo una parte significativa della cosiddetta aristocrazia operaia garantì il sostegno di buona parte delle classi subalterne alle politiche di guerra funzionali al mantenimento del potere da parte delle classi dominanti.

05/05/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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