Marx apud Hegel

Secondo Losurdo, la filosofia di Hegel non solo non è imputabile di coscienzialismo, ma neanche di idealismo storico e lo dimostra mettendo a confronto la diversa spiegazione di Hegel rispetto ad autori come Alexis de Tocqueville e John Stuart Mill riguardo una tematica politica che si presenta tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento.


Marx apud Hegel

Attraverso un’accurata disamina delle opere di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Domenico Losurdo mostra come il richiamo alla natura e al lavoro sia presente in molti passi dei suoi testi e come tali temi giochino un ruolo tutt’altro che secondario nel suo pensiero. Nelle Lezioni sulla filosofia della storia, per esempio, Hegel sottolinea l’importanza della natura ossia della “base geografica” della storia del mondo: “il grado di coscienza, che lo spirito ha di sé, appare nella storia del mondo come lo spirito esistente di un popolo, come un popolo presente. Con ciò questo grado viene per principio a cadere nel tempo e nello spazio, nel tipo di esistenza naturale” [1]. Anche se il rapporto con la natura è esteriore, la natura influenza lo spirito dei diversi popoli; la situazione naturale costituisce per Hegel la base sulla quale si sviluppa lo spirito. Hegel, nelle sue Lezioni, sottolinea anche l’importanza del clima: “vero è che il clima ha influenza in quanto né la zona calda, né quella fredda sono terreno propizio perché vi nasca la libertà dell’uomo, perché vi operino uomini cosmico-storici” [2]. Lo sviluppo spirituale dell’uomo implica così uno scontro con la natura che l’uomo necessariamente si trova di fronte, “ora, nei luoghi in cui la natura è troppo potente, la liberazione gli è resa più difficile” [3]. Infatti, sia nella zona calda che in quella fredda, a parere di Hegel: “l’uomo è mantenuto in un’ottusità troppo grande: è depresso dalla natura, e non si può separare da essa, cioè non può compiere quel ch’è la prima condizione di una superiore cultura spirituale. La violenza degli elementi è troppo grande perché l’uomo, lottando con essi, possa venirne a capo, perché sia abbastanza potente per far valere la sua libertà spirituale contro la forza della natura” [4].

Per tali motivi è la zona temperata quella che, per il filosofo tedesco, “deve fungere da teatro per lo spettacolo della storia del mondo” [5]. L’elemento naturale determina anche, per Hegel, alcuni aspetti delle varie civiltà che si presentano nella storia: le civiltà che si affacciano sul mare sono più aperte e intraprendenti a differenza di quelle che vivono negli altipiani generalmente più chiuse e ostili. Oltre alla situazione naturale, anche la natura stessa dell’uomo è determinante per la storia: Hegel, per esempio, spiega la conquista del Nuovo Mondo a partire dalla debole costituzione fisica degli indios e dalla mancanza “degli strumenti assolutamente necessari per la fondazione di uno stabile potere, la mancanza cioè del cavallo e del ferro” [6]. 

Non si può dire certo che nei passi sopra menzionati Hegel non dia importanza alla natura, sia quella fisica che quella biologica dell’uomo. A parere di Losurdo, in questi passi in realtà “se una critica dev’essere rivolta al filosofo, essa è non già l’idealismo ma la caduta talvolta nel naturalismo” [7]. In effetti, in queste pagine delle Lezioni sulla filosofia della storia, la natura sembra rivestire un ruolo molto importante per lo sviluppo dello spirito, il legame tra quest’ultimo e la natura sembra essere molto accentuato e in alcuni casi determinante, come del resto evidenzia Losurdo. Tuttavia, in queste stesse pagine, Hegel sottolinea anche che “quel nesso [tra natura e spirito] non è da considerare come un rapporto di dipendenza, tale che il carattere dei popoli venga formato solo dalla determinatezza naturale del suolo” [8]. Inoltre se è vero che Hegel dà importanza al clima, tanto da considerare le zone calde e fredde inadatte allo sviluppo dello spirito, nello stesso tempo, però, ritiene anche che il senso comune attribuisca al clima un ruolo più grande rispetto a quello che ha realmente. A tale proposito illustra il seguente esempio: “così si parla spessissimo del mite cielo ionico, che avrebbe prodotto Omero. Certo, esso ha molto contribuito alla grazia della poesia omerica. Ma la costa dell’Asia Minore è sempre stata la stessa, e lo è ancora: eppure dal popolo ionico non è sorto che un Omero” [9].

Oltre all’importanza dell’elemento naturale nei riguardi della storia dello spirito, Hegel si occupa anche della relazione tra l’uomo e la natura, che in questo caso, “è una relazione pratica che si estrinseca mediante il lavoro” [10]. La relazione uomo-natura è evidenziata da Hegel, per esempio, nel § 245 dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche: “l’uomo è in relazione pratica con la natura allorché si pone di fronte ad essa come un individuo immediato ed esterno a qualcosa di immediato ed esterno, e quindi come un individuo sensibile” [11]. Al fine di appagare i suoi bisogni l’uomo, attraverso il lavoro, cerca di domare la natura che gli oppone resistenza. Solo vincendo la resistenza della natura, l’uomo può continuare ad esistere e a svilupparsi storicamente; certo “sarebbe immancabilmente l’uomo a cedere e soccombere, se egli affrontasse la lotta a mani nude” [12], in tal caso, infatti, vincerebbe la natura. Allo scopo di addomesticare la natura, l’uomo inventa quindi gli strumenti. Lo sviluppo della tecnica è quindi un aspetto fondamentale dello sviluppo dello spirito: “queste invenzioni umane appartengono allo spirito, e perciò lo strumento inventato dall’uomo sta più in alto di un oggetto di natura: è infatti una creazione spirituale” [13]. Certo, nonostante l’uomo riesca attraverso lo sviluppo delle forze produttive a domare la natura, non può mai, per Hegel, continua Losurdo, subordinarla del tutto ai suoi fini

Questi passi tratti dall’Enciclopedia e dalle Lezioni sulla filosofia della storia dimostrano, per Losurdo, come Hegel abbia assegnato, nella sua filosofia, un ruolo importante alla natura e al lavoro concreto, diversamente da quanto affermava Marx nei suoi scritti giovanili, e cioè che “il lavoro di cui parla Hegel sarebbe esclusivamente «il lavoro spirituale, astratto»” [14]. Questa interpretazione di Marx che, per Losurdo, può considerarsi una “intemperanza giovanile”, viene invece enfatizzata da molti suoi interpreti, soprattutto novecenteschi. In realtà che non si tratti di lavoro astratto, quello di cui si occupa Hegel, emerge anche nei Lineamenti di filosofia del diritto e nelle corrispondenti Lezioni. Al § 67 dei Lineamenti, per esempio, così si esprime Hegel: “attraverso l’alienazione del mio intero tempo, concreto grazie al lavoro, e della totalità della mia produzione io ne renderei proprietà d’un altro il sostanziale, la mia universale attività e realtà, la mia personalità” [15].

Secondo Hegel, quindi, l’alienazione di tutto il tempo della vita di un lavoratore al datore di lavoro è “una riduzione in stato di schiavitù” [16]. A parere di Losurdo, Hegel, in questo passo – e ancora più chiaramente nei corrispondenti brani delle Lezioni –, sembra anticipare lo stesso Marx. Marx ne Il capitale, infatti, considera la lotta “per la regolamentazione e riduzione dell’orario di lavoro come lotta per la libertà. Nelle parole di Marx, l’operaio si organizza e si impegna per non essere ridotto a semplice forza-lavoro «durante tutto il tempo della sua vita», per non subire un’ulteriore «riduzione del tempo che egli ha da vivere»” [17].

Se così stanno le cose, come mai è così diffusa, si chiede Losurdo, l’interpretazione in chiave coscienzialista di Hegel? A tale proposito, può esserci di aiuto un’osservazione dell’ultimo Lukács il quale “dopo aver sottolineato, come sappiamo, lo straordinario «senso della realtà» proprio di Hegel, aggiunge che in lui, «simultaneamente all’appropriazione dei fatti stessi, al centro dell’attenzione vi era la loro costruzione categoriale». Basta separare la seconda dimensione dalla prima e il gioco è fatto!” [18].

Tuttavia, secondo Losurdo, la filosofia di Hegel non solo non è imputabile di coscienzialismo, ma neanche di idealismo storico. A riprova di ciò, Losurdo, utilizza, come è solito fare, il metodo comparativo e mette a confronto la diversa spiegazione di Hegel rispetto ad autori come Alexis de Tocqueville e John Stuart Mill riguardo una tematica politica che si presenta tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento. Il problema è il seguente: come mai in Francia si susseguono rivoluzioni e controrivoluzioni e rispettivamente diversi regimi politici mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti al contrario vi è una “evoluzione graduale e costruttiva” e la storia di tali Paesi è priva di quella instabilità politica propria della storia francese

Tocqueville e J. S. Mill “celebrano il robusto senso morale e pratico e l’amore dell’autonomia e delle libertà individuali che caratterizzerebbero gli angloamericani [19], virtù fondamentali per la salvaguardia della libertà e che metterebbe Inghilterra e Stati Uniti al riparo dalle terribili guerre civili”. Peccato che, commenta Losurdo, almeno per gli Stati Uniti, la successiva guerra di secessione provocherà “un bagno di sangue” e questo alcuni anni “prima che, con l’avvento della Terza Repubblica, la Francia veda emergere una solida democrazia parlamentare” [20].

Hegel, invece nella Lezioni sulla filosofia della storia, parlando degli Stati nordamericani, evidenzia come questi, diversamente dagli Stati europei, non hanno uno Stato confinante verso il quale devono stare in guardia e quindi “mantenere un esercito stanziale”, inoltre, grazie alla colonizzazione dell’ovest riescono a tenere a bada le tensioni sociali, “è perciò impossibile – continua Hegel – un paragone fra gli Stati liberi nordamericani e i paesi europei: in Europa infatti, nonostante l’emigrazione, un tale efflusso naturale di popolazione non sussiste. Se le foreste della Germania fossero ancora esistite, non avrebbe certo avuto luogo la rivoluzione francese” [21]. 

Secondo Losurdo, l’interpretazione di Hegel, diversamente da J. S. Mill e Tocqueville, fa riferimento all’essere sociale, proprio perché l’aspetto geopolitico si interseca con l’elemento storico, mentre “nella contrapposizione stereotipa che Tocqueville e Mill fanno di francesi e anglosassoni l’idealismo storico risiede nell’oblio dell’essere sociale e nell’invenzione di un essere naturale inesistente” [22]. È, quindi, la spiegazione di Tocqueville e Mill a essere idealista, non quella di Hegel, che, a parere di Losurdo, è invece materialista, al pari, e forse anche più ricca, di quella sullo stesso tema di Engels. “Non diversamente da Hegel argomenta Engels, il quale fa notare che in «Nord America […] i conflitti di classe sono sviluppati solo in modo incompleto; le collisioni di classe vengono di volta in volta camuffate mediante l’emigrazione all’Ovest della sovrappopolazione proletaria»” [23].

 

Note:

[1] Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia (4 vol.), traduzione it. di G. Calogero e C. Fatta, La Nuova Italia, Firenze 1989, vol. I, p. 206.

[2] Ivi, p. 209.

[3] Ivi, p. 210.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 211.

[6] Ibidem.

[7] Domenico Losurdo, Hegel, Marx e l’ontologia dell’essere sociale, in «Critica Marxista», Settembre/ottobre, pp. 40-49, 2010, p. 41.

[8] G.W.F. Hegel, Lezioni sulla…, vol. I, p. 208, grassetto nostro.

[9] Ivi, p. 209.

[10] Ivi, p. 42.

[11] Id., Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, BUL Laterza, Bari 1994, p. 219.

[12] D. Losurdo, Hegel…, op. cit., p. 42.

[13] G.W.F. Hegel, Lezioni sulla…, vol. III, p. 22.

[14] D. Losurdo, Hegel…, op. cit., p. 41.

[15] G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, trad. e a cura di G. Marini, Laterza, Bari, p. 67.

[16] D. Losurdo, Hegel…, op. cit., p. 42.

[17] Ivi, p. 43.

[18] Ivi, p. 45.

[19] Ibidem.

[20] Ibidem.

[21] G.W.F. Hegel, Lezioni sulla…, vol. I, pp. 231 e 232.

[22] D. Losurdo, Hegel…, op. cit., pp. 45-46.

[23] Ivi, p. 46.

24/12/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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