Sulla Rivoluzione

Proseguiamo, sulla scorta del corso tenuto per l’Unigramsci, la nostra analisi tematica della grande opera di Bertolt Brecht: Me-ti – Il libro delle svolte


Sulla Rivoluzione Credits: http://www.biagiocarrubba.com/poesie-frammenti-1948-1953-bertolt-brecht/

Link alla lezione su temi analoghi tenuta per l’Università popolare Antonio Gramsci

Tutela e saccheggio [1]

Nel medioevo i feudatari erano come vampiri che vivevano esclusivamente succhiando il sangue dei servi della gleba, ovvero sfruttando i lavoratori agricoli. D’altra parte se altri feudatari aggredivano i loro possedimenti, gli stessi proprietari erano pronti a combattere in difesa dei propri lavoratori che sfruttavano il più possibile. In tal modo, fa notare acutamente Bertolt Brecht, a dimostrazione della validità della legge dialettica del rovesciamento degli opposti, la protezione dei propri servi della gleba era funzionale al loro sfruttamento e quest’ultimo si giustificava sulla base della tutela offerta in caso di aggressioni esterne. Tale rovesciamento degli opposti si realizzava anche materialmente, dal momento che i “bravi” al soldo dei signori, in cambio della protezione fornita ai contadini, ne saccheggiavano le proprietà acquartierandosi nelle loro umili dimore. Dunque anche i guerrieri, i cavalieri erano al contempo protettori e depredatori dei loro contadini.

Per altro, come nota acutamente Brecht: “Le attitudini dei baroni e dei contadini contenevano qualcosa di contraddittorio. I baroni malmenavano i loro protetti e i contadini attendevano con impazienza i loro tormentatori” (8). Da buon dialettico Brecht sottolinea l’esigenza di osservare con attenzione tali contraddizioni, in quanto proprio da esse “è possibile ricavare delle valide soluzioni” (8) alle complesse problematiche in questione. Nel momento in cui un numero significativo di subalterni comprenderanno che tutti i membri delle classi dominanti, nazionali o stranieri, li sfruttano, ma che tendono a scontrarsi fra loro per spartirsi il plusvalore loro estorto, potranno sfruttare queste contraddizioni nel campo nemico per liberarsi di tutti gli sfruttatori: compatrioti e stranieri. Del resto, solo nel momento in cui si libereranno di entrambi il loro sfruttamento avrà termine, in quanto se si limitano a contrastare i capitalisti stranieri, continueranno a essere sfruttati dai padroni del loro paese, se si scontrassero solo con questi ultimi, continuerebbero a essere sfruttati dagli stranieri.

Sul flusso delle cose (8-9)

Brecht, dopo aver ricordato che i capitalisti sfruttatori sarebbero perduti se non avessero più salariati da sfruttare, osserva che gli operai sfruttati hanno ripetutamente scioperato per ottenere degli aumenti salariali ma, nel momento in cui i padroni chiudono le loro fabbriche, gli stessi lavoratori si battevano affinché continuasse il loro sfruttamento. Come nota acutamente Brecht questa contraddizione dipende dal fatto che i subalterni sono portati a credere, dalla impietosa realtà della società capitalistica, che “vivere significa essere sfruttati”. Così, nel momento in cui il luogo del loro sfruttamento viene chiuso dai padroni, “temono per la loro stessa vita” (9), ossia hanno paura di non poter sopravvivere. Tale condizione apparentemente assurda, corrisponde in realtà alla tragica realtà di quel mondo capovolto che è il modo di produzione capitalistico, in cui i subalterni possono sopravvivere unicamente nella misura in cui trovino qualcuno che gli sfrutti. Così altrettanto paradossalmente, i proletari si sollevano contro i padroni e sono pronti, per così dire, a sbarazzarsene, proprio in quanto i capitalisti gli negano la possibilità di continuare a essere sfruttati. In tal modo Brecht pone in evidenza il dialettico fluire delle cose, della stessa realtà con il tendenziale rovesciamento degli opposti, che favorisce dei radicali mutamenti sociali.

Un distruggere che è un imparare (44)

Brecht ricorda che quando gli sfruttati presero il potere in Urss e vietarono lo sfruttamento vi fu un enorme slancio in avanti e un gigantesca ripresa in funzione di uno sviluppo fuori del comune. Le industrie di base non producevano più macchine per sfruttare a vantaggio del loro profitto coloro che ne avevano bisogno per aumentare la produzione, ma al contrario producevano proprio per poter soddisfare la richiesta di chi intendeva aumentare la produzione. In tal modo, questa attitudine collaborativa, opposta alla precedente concorrenza, non poteva che favorire uno sviluppo complessivo dell’economia e del paese. A dimostrazione di come il socialismo sia il semplice – in quanto è il modo di produzione attualmente più razionale – ma difficile a realizzarsi, in quanto chi vive nel lusso più sfrenato sfruttando la maggioranza del genere umano, sfrutterà gli enormi mezzi di cui dispone per impedire la transizione a questo più razionale e giusto modo di produzione.

Prosegue Brecht: “siccome bisognava apprendere a utilizzare le nuove macchine, diverse andarono distrutte. Si levarono così presto voci che sostenevano che occorresse prima apprendere a usarle e solo dopo riceverle”. Di contro a questo modo di vedere le cose poco dialettico, Brecht sostiene che si apprende prima a utilizzare qualcosa di proprio quando si può prenderci la mano anche con il rischio di distruggerlo. D’altra parte, le tragiche condizioni endogene ed esogene del paese della Rivoluzione imponevano di stringere i tempi. Quindi, con un ennesimo dialettico rovesciamento degli opposti, Brecht mostra come distruggere qualcosa può essere il modo più rapido per imparare a utilizzarla, dal momento che solo sbagliando gli uomini imparano. È, altrettanto significativo notare, come proprio negli anni del grande scontro all’interno del partito bolscevico fra la linea di Stalin e quella di Trotskij, Brecht si giovi di citazioni dalle opere di entrambi per sviluppare i proprio ragionamenti dialettici.

Sempre a proposito della dialettica della distruzione creativa Brecht narra un nuovo significativo apologo. Gli operai inviarono a dei “taglialegna che stavano all’estremo confine del paese” e che erano stati abituati “a tagliare con le accette, nuove seghe di grande efficacia” (45). Scettici i taglialegna provarono la sega su alberi sottili e poi sempre più massicci e, in ogni caso, la sega diede ottima prova di sé. Al punto che travolti dall’entusiasmo pretesero di provare a tagliare una grossa pietra, contro la quale la sega non potette che spezzarsi. Affranti si recarono da Stalin, sperando di poter avere una nuova sega. Stalin gli rispose: “avrete nuove seghe. Ci piacete. Non avremmo mai inventato seghe che tagliano i nodi delle radici degli alberi più duri, se, come voi, non avessimo tentato cose sempre più impossibili”. Dall’apologo emerge il ruolo decisivo che ha nel pensiero di Brecht lo spirito dell’utopia, un elemento chiave della filosofia del marxista tedesco E. Bloch, con il quale, per altro, il grande scrittore comunista non andò mai particolarmente d’accordo.

Del resto, è soltanto nella fiducia della realizzabilità di un modo di produzione e di organizzazione sociale sempre considerato utopistico dalla ideologia dominante che è stato possibile realizzare la rivoluzione socialista in contesti che persino al marxismo scientifico di Marx ed Engels sarebbero apparsi del tutto inadeguati. Certo, come è necessario, questi primi tentativi, in contesti così arretrati hanno portato degli incredibile risultati, che i loro stessi esecutori avevano creduto impossibili, ma anche a errori che a noi possono apparire frutto di estrema ingenuità. D’altra parte, per quanto gli esiti di queste impossibili imprese di realizzare la transizione al socialismo in paesi in cui non ve ne erano le condizioni – per altro costantemente sotto attacco da parte dei paesi imperialistici, affermatisi in tutti i contesti maggiormente avanzati – non potevano che avere esiti distruttivi, lo spirito dell’utopia che gli ha animati ha dato una eccellente prova di sé. Inoltre, dal momento che solo sbagliando è possibile imparare, o meglio, per dirla con Brecht, si apprende più in fretta quando si può sperimentare fino a poter distruggere quello che si è costruito, e tale fretta è assolutamente giustificata dalle tragiche circostanze esterne, tali esperienze per quanto apparentemente nichiliste saranno di grande importanza – pur con i loro clamorosi errori – per realizzare in futuro dei tentativi di transizione al socialismo ben più duraturi e autoconsapevoli dei propri limiti. Tali futuri tentativi, non dovranno però porsi come una negazione astratta, dei primi ancora ingenui e necessariamente fallimentari tentativi – per quanto eroici e titanici possano essere stati – ma dovranno sviluppare un superamento dialettico dei tentativi originari, che conservi quello spirito d’utopia ed elimini, invece, quegli aspetti decisamente ingenui, per cui visti i grandi risultati conseguiti si è finito nel credere nella possibilità di raggiungere degli obiettivi assolutamente impraticabili, come appunto i taglialegna dell’apologo di Brecht che, conquistati dall’efficacia del nuovo strumento, avevano finito necessariamente per schiantarlo, nella pretesa assurda di poter tagliare con una sega una grande pietra. Ciò non può che farci venire in mente l’ingenua fiducia di grandi dirigenti comunisti come Ernesto “Che” Guevara, Mao Tse Tung o Nikita Khrushchev che, dopo aver realizzato delle straordinarie imprese, hanno finito con lo schiantare il poderoso strumento di cui erano entrati in possesso, nel tentativo di conseguire obiettivi assolutamente irrealizzabili, almeno nei tempi così ristretti che si erano dati. Ancora più ingenuo e distruttivo non può che apparire lo sforzo idealistico e soggettivistico di Michail Gorbaciov di riformare il socialismo, realizzando quel vano sogno idealistico di Georgij M. Malenkov e Khrushchev di poter realizzare una società effettivamente socialista, non dovendo più preoccuparsi dello Stato di assedio imposto dalle potenze imperialiste, dal momento che con loro sarebbe stato possibile realizzare una inverosimile e quasi idilliaca coesistenza pacifica.


Note:

[1] B. Brecht, Me-ti. Libro delle svolte [1934-37], tr. it. di C. Cases, Einaudi, Torino 1970, p. 8. D’ora innanzi citeremo quest’opera indicando direttamente nel testo le pagine della traduzione italiana fra parentesi tonde, senza segnalare le modifiche che vi apporteremo.

21/03/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: http://www.biagiocarrubba.com/poesie-frammenti-1948-1953-bertolt-brecht/

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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