La storia è una questione di classe

Dai piccoli fatti storici si possono scorgere i riflessi di  più ampi mutamenti sociali.  Il caso esemplare della “rivoluzione” del 1983 nel paesino campano di Ruviano e il ruolo giocato dall’egemonia esercitata dal Partito comunista italiano.


La storia è una questione di classe

Era il lontano 1983 e a Ruviano si compiva una piccola rivoluzione. Ruviano è un paesino di circa mille abitanti situato nell’entroterra casertano, ai confini con la provincia di Benevento alla quale offre il fianco est, il cui contorno è segnato dal fiume Volturno. Un territorio a tradizione prevalentemente agricola, relativamente vasto all’interno della provincia, e porta di passaggio quasi obbligata sulla direttrice per Benevento e più in generale per chi va in direzione della Puglia. Subito dopo Ruviano infatti, guardando verso est, si apre la Valle Telesina, protetta dal monte Taburno e dal Monte Acero, dove i sanniti hanno eretto le proprie fortificazioni per proteggersi dal nemico romano proveniente dalla Campania e intenzionato all’ingresso nel Tavoliere.

Quello che voglio raccontare è un “fattarello” della Storia, ma è un illuminante esempio, a mio avviso, per capire come la società umana si muova sempre sulla base di una razionalità fondata sullo scontro tra gruppi sociali, scontro mediato dalla coscienza dei propri mezzi e dei propri bisogni, della propria capacità di organizzarsi e lottare e non è, al contrario di quello che la propaganda dominante attuale tende a far credere, il caotico divenire di una mescolanza di scelte individuali.

Nel 1983 le elezioni comunali a Ruviano si svolsero in un clima infuocato e del tutto inedito nella storia politica del paesino. La popolazione, infatti, da mesi si era sollevata per chiedere interventi strutturali necessari a sviluppare la viabilità del paese. In alcune aree rurali le strade o erano totalmente assenti o consistevano in viottoli in terra battuta ed erano quindi impraticabili per buona parte dell’anno, soprattutto durante la stagione piovosa.

Tale stato di arretratezza delle infrastrutture stradali era un fatto conclamato da decenni, ma solo sul finire degli anni ’70 - inizio anni ’80, se ne prendeva coscienza, divenendo causa di mobilitazione collettiva poiché tale bisogno diveniva un elemento di riflessione e azione.

Dopo decenni di “sonnolenza”, improvvisamente, scoppiò la scintilla che portò una parte consistente della popolazione a vedere chiaramente in cosa consistessero i “propri bisogni” e la possibilità concreta di realizzarli lottando. E quando un popolo prende coscienza di sé storicamente, comprende cioè il suo ruolo storico di avanguardia e capisce che può vincere, allora non lo ferma più nessuno.

La battaglia infuocò per settimane, le riunioni inizialmente si svolgevano anche “segretamente” per organizzare alcune piccole azioni di sommossa e per organizzare il programma e la lista elettorale. Si può dire che si sentiva una certa tensione a causa dalla paura di mettersi a fare “casino” in un paesino non certo abituato a questo clima di lotta e dove, soprattutto, vi era il concreto rischio di ripercussioni per chi volesse schierarsi contro tutta la gerarchia democristiana dominante nella zona. Ma ben presto la battaglia divenne a viso aperto e, ascoltando i racconti dei protagonisti, si scorge come questa intensa attività di lotta era anche caratterizzata da una profonda sensazione di stare nel giusto e quindi si accompagnava a fierezza e felicità di fondo. Vi furono vari episodi di lotta e il più noto, divenuto poi simbolo di questa battaglia, avvenne proprio a ridosso del voto. Come ad ogni tornata elettorale il sindaco di turno, normalmente un democristiano,  compiva piccole operazioni di “rivoluzione passiva”: cercava cioè di dare l’impressione che le cose stessero cambiando il tanto che bastava per tenere la popolazione nel genuino candore della sonnolenza fanciullesca. Una delle più praticate operazioni di un simile maquillage era quella di ricoprire le strade, specie quelle più critiche,  di uno strato di pietre vive scaricate e spianate pochi giorni prima del voto, utili a drenare il fango per qualche mese.

Ma quell’anno le cose andarono diversamente. Alcuni lavoratori della zona, conoscendo le vecchie abitudini del sindaco, si organizzarono affinché quest’ennesima operazione di passivizzazione non andasse in porto. Presidiarono per giorni i punti critici dove sarebbe potuto avvenire il classico scarico delle pietre, finché un giorno, puntuale, si udì di lontano il rombo del solito camioncino. Questa volta, però, il malcapitato autista trovò ad attenderlo un piccolo comitato di accoglienza alla testa del quale c’era un giovanotto ben piantato e armato di zappa che incuteva non poco timore e che, bloccando il camioncino, raccomandò caldamente all’autista di non azzardarsi a scaricare alcunché, in quanto per quell’anno le pietre era necessario che andasse a scaricarle dinanzi alla casa del sindaco. Quel giovanotto si chiamava Marco Vecchiarelli, padre di chi scrive. Le elezioni furono vinte dal popolo in lotta e il paesino trasformato nel giro di pochi anni.

Quell’esperienza politica intensa ha prodotto risultati ancora oggi percepibili. Nel decennio successivo non solo furono realizzate importanti opere infrastrutturali ma, ciò che più colpisce, fu il fiorire di attività sociali e associazioni culturali, alcune esistenti ancora oggi. Fu come se la popolazione avesse fatto una grande esperienza di sviluppo collettivo delle coscienze, tanto che i gruppi politici che si sono succeduti alla guida del municipio dopo “la rivoluzione”, chi più, chi meno, hanno sentito sulla propria pelle la necessità di fare del bene per la collettività e lasciare il segno come se fossero tutti “ispirati” da quel movimento.

Ma questa piccola storia è necessario incastrarla nella grande Storia per comprenderla fino in fondo. Come mai proprio in quell’epoca quel popolo prendeva coscienza di sé? Io credo che vi sia stato un legame forte con la grande Storia nazionale, nell’epoca culminante del grande Partito comunista il quale giungeva, infatti, alla fine degli anni ’70,  almeno in alcune aree del Paese, al punto più alto della propria forza. Il Pci aveva un esercito di militanti che svolgevano un lavoro di propaganda immenso ma, insieme alla propaganda, il partito era in grado di guidare le masse grazie a un’egemonia che si dipanava attraverso mille rivoli all’interno di tutte le casematte della borghesia (scuole, sindacati, università , circoli sociali, circoli sportivi, giornali, televisione, riviste, chiesa cattolica, partiti etc.), facendo in tal modo un lavoro pedagogico impressionante.

Aveva formato rivoluzionari e avanguardie in tutto il Paese, vi erano sezioni del partito persino in paesini come Ruviano. Insomma il partito imponeva il proprio “discorso” e il proprio punto di vista sul mondo, sviluppando la capacità critica della popolazione.

Il Pci, nonostante già a quell’epoca avesse intrapreso la strada (poi rivelatasi errata) dell’eurocomunismo, egemonizzava il pensiero politico, rendendo vivida l’idea che ribellarsi non solo fosse giusto ma anche possibile e finanche necessario.

Dunque, in quella fase a Ruviano, ma non solo, si realizzava un’alchimia importante: la capacità critica si mescolava alla capacità di organizzazione e proposta e ciò consentiva alle masse di prendere coscienza di sé e divenire così attrici della propria storia.

Ovviamente dopo la fine del Pci è iniziata una lenta ritirata ideologica e pratica in tutto il Paese e di conseguenza anche nei piccoli centri come Ruviano. Ciò è verificabile su almeno due aspetti: l’attività sociale delle masse è andata riducendosi e modificandosi qualitativamente, abbandonando la grande riflessione politica e riabbracciando  il folklore, la tradizione, il programma della Chiesa cattolica o, nella migliore delle ipotesi, inserendosi nel solco dell’istituzionalismo, cioè in attività sociali “prefabbricate” dall’ideologia dominante. Anche quelli che un tempo erano definibili “politici di avanguardia”, venuto meno il partito e la lotta di classe, mancando di una solida formazione marxista, hanno avuto un terribile arretramento su posizioni riformiste a parole, ma social-imperialiste nei fatti; alcuni addirittura abbracciando la concezione propria del liberismo che pone l’individuo, invece delle classi sociali, al centro della riflessione storico-sociale, rinnegando in tal modo la propria stessa esperienza politica.

Ma questo fa parte del grande gioco della Storia: si avanza , si arretra, a volte si stagna e ci si addormenta per decenni, ma tutte le “avanzate” portano con se profondi insegnamenti dai quali non si torna più indietro. Ogni piccolo fatterello, se compreso nel “grande divenire”, diviene “indimenticabile”. Le masse fanno esperienza storica e le nuove generazioni non possono che attingere da ciò che di buono vi è stato.

22/10/2021 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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