Biodiversità linguistica e imperialismo

Come costruire l’Europa come nazione, si chiede De Mauro, senza unificarne la lingua? L’idea di nazione è collegata a quella di territorio, popolo, e di unitarietà linguistica, a quest’ultimo aspetto è ancorata la stessa possibilità di vita democratica, nella nuova polis.


Biodiversità linguistica e imperialismo

 

 

Recensione al più recente libretto di Tullio De Mauro In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia?, Laterza, 2014, dove per democrazia si intende l’utopistica concezione di una Repubblica universale europea, totalitaria al punto da cancellare le differenze linguistiche e imporre a tutti l’idioma dell’impero. Forse occorre più coerenza nell’affrontare un ragionamento che non può nascondersi dietro il prestigio del linguista, perché è squisitamente ideologico

di Renata Puleo

Il linguista Tullio De Mauro, già docente universitario, ex Ministro della Pubblica Istruzione nel 2001, attualmente attivo come esperto nell’Associazione Treellle, dedica la sua ultima fatica alla necessità che l’inglese diventi “lingua ufficiale” della nazione europea. 

Come costruire l’Europa come nazione, si chiede De Mauro, senza unificarne la lingua? L’idea di nazione è collegata a quella di territorio, popolo, e di unitarietà linguistica, a quest’ultimo aspetto è ancorata la stessa possibilità di vita democratica, nella nuova polis.

La prima considerazione che questo nesso mi suggerisce è che le nazioni, spesso nella storia, sono nate sull’asservimento, sull’espulsione, talvolta sul genocidio, delle popolazioni divenute minoritarie, comunque sconfitte su un piano economico e culturale. Tutti i sistemi imperiali hanno costruito la loro egemonia sulle popolazioni conquistate mediante l’imposizione della lingua di cui erano depositari, in ogni caso sulla sua supremazia politica, burocratica, giudiziaria. I sottoposti, a seconda della tenacia e della ricchezza delle proprie tradizioni e dei propri idiomi, hanno continuato a praticarle e a parlarli, piegandosi alla necessità di imparare anche la lingua dominante per provare a sentirsi cittadini. Oppure, hanno creato lingue bastarde, i pidgin, i creoli, in un lavorio strenuo di costruzione di altri corpi grammaticali, semantici, nel tentativo di non abbandonare la Lingua Materna, ma di piegarla, come una donna violata, alle nuove esigenze. Anche questa impresa ha dato spesso frutti culturali, letterari, poetici inaspettati, ma tradisce la sua origine violenta, oppressiva, come ricorda lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun. 

Seguendo le riflessioni di De Mauro, nel corso di sette scarni capitoli, troppo scarni per l’entità del problema posto, si arriva alla conclusione che l’Europa ha bisogno di trovare la sua lingua ufficiale, standard. Se il plurilinguismo, la facoltà di esprimersi in più lingue, è genetico, il multilinguismo, la coesistenza di più lingue in un territorio unificato, è Babele. 

De Mauro racconta, in pochi tratti, l’affermarsi del latino sul greco e sui dialetti nella vecchia Europa e nel Mediterraneo, il progressivo sorgere delle lingue nazionali come dominanza politico-culturale, e l’arretramento delle altre ad idiomi di nicchia. Il caso dell’italiano gli pare emblematico. È quasi luogo comune ricordare le vicende risorgimentali legate al diffondersi nella penisola di una sola lingua ufficiale. Il linguista cita le intuizioni di Leopardi sull’esistenza di “una piccola lingua” che attraversa tutte le lingue europee, accomunandole. Tesi di cui De Mauro si serve per sostenere l’importanza dell’inglese in questa funzione unificatrice, come dirà meglio alla fine del testo.  

Forse è utile ricordare che, nelle note alle Canzoni, lo stesso Leopardi difende con fierezza vocabolario e sintassi italiani, anche contro i pareri della Accademia della Crusca, nel tentativo di rendere la nostra lingua più solida, capace di diventare non solo una, ma espressiva, autenticamente sentimentale, non solo aridamente letteraria o scientifica, come era allora il francese. Nello Zibaldone si legge: "Il possedere più lingue dona una certa maggior facilità e chiarezza di pensare seco stesso, perché noi pensiamo parlando. Ora nessuna lingua ha forse tante parole e modi da corrispondere ed esprimere tutti gl’infiniti particolari del pensiero". Prosegue, nello stesso frammento, affermando che la conoscenza di più lingue consente confronti utilissimi, permette di fissare in più idiomi le sfumature di un pensiero. Sfumature che proprio i vocaboli di quelle lingue evidenziano, essendo ciascuna di loro un modo originale di "pensare quello stesso pensiero". In un’altra annotazione individua il legame fra potenza economica e diffusione di una lingua. Cita il caso del francese, assai più conosciuto dell’inglese, malgrado "gli inglesi sono padroni del mare e del commercio". Nei passi successivi indica molteplici altri fattori del variare nel tempo e nello spazio delle lingue. Bisognerà arrivare alle riflessione di Gramsci sul rapporto fra dominanza e alterità linguistica, a quelle dell’ultimo Wittgenstein su sistema e uso, per cogliere nelle intuizioni di Leopardi la dimensione economica, i rapporti di potere, tipici del problema.

Era il recanatese multilinguista o plurilinguista, secondo la distinzione che fa De Mauro? Forse le due modalità stanno, sincronicamente e diacronicamente, insieme, nello spazio, nel tempo. Il “vocabolario universale” di cui parla Leopardi è quello di una lingua colta, filosofica e scientifica che ne parla tante, e da tante prende quella chiarezza del pensiero da lui auspicata, non è una lingua che può sostituire le altre. Nemmeno i dialetti, aggiunge in molti frammenti. La “grazia” degli idiomi popolari  ha contribuito a formare la stessa lingua greca. 

Ma se lo scopo di De Mauro è chiaro, la promozione dell’inglese a lingua dominante dell’Europa, la maniera per raggiungerlo è molto ambigua. "Scuola, politica, esigenze di economia (…) hanno operato per stabilizzare esclusivamente alcuni tra i molti pullulanti idiomi (…) !" dice e, se le lingue materne non sono eliminabili con un tratto di penna a sapore giuridico, si deve all’Europa del XXI secolo una lingua franca che tutti parlino e intendano. L’inglese assolve brillantemente al compito di servire il pensiero europeo, perché ha già un vocabolario “bastardo”, al 75%  composto da prestiti di altre lingue, compreso il latino, e perché è limpido, semplice, conciso. L’ambiguità della tesi consiste nel tentativo di bilanciare la proposta, unita alla solita reprimenda sulla pigrizia italiana e sull’inefficacia della nostra scuola, con l’importanza di mantenere le lingue materne, per scopi privati, si direbbe. 

Franco Lo Piparo, filosofo del linguaggio, recensendo il libretto di De Mauro, consente con la ricostruzione delle vicende linguistiche italiane ed europee. Soprattutto, concorda con il fatto che l’Europa non dispone di una lingua che permetta ad "un idraulico calabrese di intendersi col collega tedesco o finlandese". 

Il problema mi pare mal posto: qualsiasi operaio è in grado di capire il funzionamento di un attrezzo e le operazioni di qualsivoglia mansione, come appare chiaro osservando al lavoro operai di tutte le nazioni nei nostri cantieri. Per non parlare della facilità con cui i membri delle ‘ndrine calabresi comunicano con i faccendieri del porto di Amburgo o di Marsiglia. 

Si viene così occultando quella che è la matrice del prevalere di una lingua sulle altre, l’utilità, l’interesse economico. Come del resto avveniva con le lingue franche parlate dai mercanti medioevali, oggi l’inglese è la lingua dei circoli economici, delle borse, delle banche, e come tale è entrata anche nella lingua colloquiale. E’ diventata la lingua dell’uomo imprenditore, e le sue locuzioni hanno invaso non solo la rete, ma anche il mondo dell’educazione, della scuola, come si può leggere nel documento renziano La Buona Scuola.

Lo Piparo conclude il suo commento dicendo che, «Sulla questione linguistica si gioca anche il destino democratico o tecnocratico dell’Europa che verrà». Polis democratica che, ricorda, forse poco si adatta ad una lingua transglottica: " l‘inglese (…) va bene per comunicare ragionamenti astratti, ma non può avere la flessibilità semantica delle lingue in cui si forma un’opinione pubblica. E questa è fatta di sentimenti argomentati e verbalizzati più che di ragionamenti asettici". Una riflessione che sembra l’eco di quanto sosteneva Leopardi, la necessità di tenere distinti i “termini”, denotati, tipici dei linguaggi specialistici o commerciali, dalle “parole”, le cui proprietà letterarie, poetiche, sono legate alla lingua viva, alla sua proficua confusione e vaghezza.  

I tecnicismi, i linguaggi scientifici e economici, sono in ballo nella questione sollevata da De Mauro, perché l’inglese che fa da lingua franca per questi aspetti, non è bastarda, è primitiva, barbara. Una lingua che già George Orwell lamentava essere in decadenza, "a exhausted idiom", consumata dall’uso improprio fatto soprattutto dai politici, dalla frettolosità e dalla incuria dei giornali, proprio per questo utile ad ingannare le masse. Niente a che vedere con Shakespeare, e – aggiungo io – nemmeno con lo scrittore statunitense Foster Wallace, inventore e purista ad un tempo della sua lingua materna. 

Dunque, il fenomeno da considerare è quello del dilagare della lingua inglese, intrecciato con altri due fattori: la decadenza dell’inglese usato in rete, e la mania italiana di infarcire la nostra lingua di termini anglosassoni con effetti comico-perversi. Le traduzioni dall’inglese offerte dal traduttore di Google, l’uso inflazionato di vocaboli e di neologismi, di varia fattura ad uso della velocità della comunicazione in tweet, tipo “very, realy”, diventati prefissi onnicomprensivi, ne sono un esempio. Ma se il problema non è esprimersi – come auspicava Leopardi – ma comunicare, le lingue possono diventare tranquillamente segni di codici telegrafici o nautici e niente di più. 

Il problema politico, accennato con precauzione da Lo Piparo e ignorato da De Mauro, è che l’inglese non è uno, ma tanti: quello della Trilaterale, quello degli intellettuali cosmopoliti e quello dei poveracci o degli incolti per i quali la rete è l’unico spazio linguistico. È in gioco non la democrazia tout-court, ma la sua deriva autoritaria. Una lingua povera, che sia l’inglese o l’italiano, è funzionale alla propaganda, al suo corrispettivo populista. Lo aveva capito, con grande finezza di filologo, l’ebreo tedesco Victor Klemperer ascoltando, leggendo gli slogan e i discorsi dei gerarchi nazisti. Una lingua tedesca violenta nella sua concisione, che diventa, nell’arco di un decennio, un modo di sentire e di pensare del cittadino comune, difficile da sradicare, da de-nazificare.

De Mauro sembra dimenticare il cambiamento antropologico operato dal ventennio berlusconiano, la cui lingua, fitta di metafore calcistiche, guerriere, patriottiche, pseudo-economiche, è passata in eredità all’attuale Primo Ministro Matteo Renzi, insieme all’inglese maccheronico, orribile, atto allo scopo di dir poco con nulla. In questo - occorre ricordare all’ex Ministro dell’Istruzione - la scuola c’entra, ma non perché non ha insegnato alle provinciali teste italiane la lingua inglese. Semmai, non ha vigilato sul depauperamento che l’invasione dell’utilità economica e della sua ragione ha prodotto sulle finalità costituzionali, quelle che davano all’educazione e all’istruzione il compito di formare menti critiche. Se, come si è detto ricordando Leopardi, si può conseguire questo fine anche attraverso l’apprendimento delle lingue, non si può, quasi per paradosso, pensare che non serva più la filosofia e lo studio delle cosiddette lingue morte. Che morte non sono, visto che continuano a lavorare nelle etimologie dei linguaggi filosofici, scientifici e fanno da modello a quelli letterari e poetici. 

Forse occorre più coerenza nell’affrontare un ragionamento che non può nascondersi dietro il prestigio del linguista, perché è squisitamente ideologico.

26/02/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renata Puleo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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