Colonia, La pazza gioia e Wilde Salomé

Recensiamo i tre film a nostro avviso più significativi presenti nelle sale italiane in questi giorni.


Colonia, La pazza gioia e Wilde Salomé

Recensiamo i tre film a nostro avviso più significativi presenti nelle sale italiane in questi giorni. Colonia rappresenta in modo avvincente un’altra pagina nera della controstoria del liberalismo e della sua faccia oscura, totalitaria. La pazza gioia riflette sulle fonti della follia che rischia di travolgere la nostra società, la cui decadenza è ben rappresentata da Wilde Salomé. Tali opere indicano la necessità di un mondo migliore, i cui contorni restano ancora piuttosto indefiniti.

di Renato Caputo e Rosalinda Renda

Colonia di Florian Gallenberger (valutazione: 8-)conferma una rinascita del cinema tedesco all’insegna di film che riescono a produrre godimento estetico e a far pensare criticamente gli spettatori. Anzi, l’aspetto indubbiamente più significativo è che consentono di sviluppare uno sguardo critico sulla storia della Repubblica Federale Tedesca, sulla sua anima oscura, filonazista, fino a oggi in tutti i modi occultata dal momento che tale Paese era stato costruito come avamposto della guerra fredda contro “l’impero del male”. In tal caso viene messo in evidenza il filo nero che lega la messa in sicurezza con la complicità di Vaticano e Stati Uniti di alcuni dei peggiori criminali nazisti in America Latina e con il pieno appoggio della Repubblica Federale Tedesca, la cui esperienza nella tortura e nelle forme di governo totalitario si riveleranno preziose per la violentissima repressione del principio speranza e dello spirito dell’utopia diffusisi in America Latina a seguito dell’epica esperienza della rivoluzione cubana e della conseguente Tricontinental che aveva lanciato la parola d’ordine guevarista di creare due, tre, molti Vietnam. 

Assistiamo così al calvario di un giovane e idealista internazionalista tedesco che sostiene l’esperienza cilena di Unidad popular e finisce per essere travolto dalla successiva repressione che cerca eroicamente di denunciare. D’altra parte, però, a favore dello Stato totalitario cileno si mobilita l’internazionale nera e i settori più reazionari della religione cristiana, che tesaurizzano l’esperienza sul campo dei criminali nazisti trasferiti in America Latina e protetti dalle liberal-democrazie occidentali, primo fra tutti Joseph Mengele, il medico che condusse atroci sperimentazioni su cavie umane ad Auschwitz.

Quest’ultimo fu uno degli animatori della Colonia Dignidad, i cui dossier sono stati solo ora desecretati dal governo tedesco e hanno così consentito la realizzazione di questo significativo e coraggioso film di denuncia. Qui, sotto la guida di un membro delle SS, che aveva dovuto lasciare la Germania perché ricercato per violenze sessuali su orfani disabili, si ricrea un universo concentrazionario sfruttando il fanatismo religioso, in cui operano e perpetuano i loro abusi, dai minori agli oppositori politici, moltissimi criminali nazisti. Tale riedizione degli orrori dei campi di concentramento nazisti prolifera grazie al supporto della famiglia Pinochet, posta al potere in Cile grazie a un golpe del premio nobel per la pace Kissinger, funzionale a sperimentare per la prima volta le ricette choc ultraliberiste della Scuola di Chicago, poi affermatesi in larga parte del mondo globalizzato grazie al pensiero unico imposto dalla società civile egemonizzata dalla borghesia.

Attraverso questa colonia di integralisti religiosi, enormi ricchezze e ingenti quantità di armi, compresi gas tossici, furono trasferiti dai grandi finanziatori e sostenitori occulti delle dittature terroriste e totalitarie imposte in Sud America per contrastare lo spirito dell’utopia, fra i quali in Italia si distinsero i membri della P2, in grado di egemonizzare larghi settori dello Stato e della società civile. Di tali orrori si sono resi complici gli stessi rappresentanti della Repubblica Federale Tedesca in Cile, come ha dovuto ammettere lo stesso Ministro degli Esteri tedesco, dinanzi allo scandalo esploso nel suo Paese dopo che il grande pubblico è venuto a conoscenza degli esplosivi documenti desecretati grazie a questo coraggioso film.

Non può che colpire come, mentre in Germania e negli stessi Stati Uniti vi siano stati diversi artisti che hanno avuto il coraggio di denunciare le spaventose pagine nere dei loro regimi, che pretendono ancora oggi di diffondere con la violenza in tutto il mondo i loro “superiori valori” democratici e religiosi, in Italia manchino del tutto film di questo genere e i registi più acclamati dalla critica anche della complice a-sinistra, continuino a esaltare acriticamente il secentismo programmatico di registi come Garrone o Sorrentino, consentendo così la sopravvivenza del mito revisionista degli italiani brava gente, sulla cui scia la società civile esalta come eroi della patria i militari responsabili del massacro di inermi civili del terzo mondo.

Da questo punto di vista non può che apparire al quanto deludente l’ultima prova di uno dei rari registi italiani che aveva operato in modo sostanzialmente indipendente dal pensiero unico dominante, il livornese Paolo Virzì. Certo, per quanto sotto tono, il suo La pazza gioia (valutazione: 7-) è decisamente migliore di molti dei pessimi film del desolante panorama offerto dal cinema italiano, e vergognosamente esaltati dalla critica anche di “sinistra”, come ad esempio Il racconto dei racconti o Sangue del mio sangue. Il film ha il pregio di farci assumere il punto di vista di una giovane proletaria macchiatasi dinanzi alla società civile di un terribile crimine, aver cercato di suicidarsi insieme al suo bambino. La donna è bollata come pazza criminale, rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario, e gli viene impedito di sapere alcunchè sulle sorti del figlio, dato in adozione. 

In realtà la sua follia è in larga parte prodotta dall’ambiente familiare e sociale che la circonda, i cui membri sani non sono in realtà, sotto diversi punti di vista, più sani di lei e, anzi, dimostrano di essere decisamente più criminali, a cominciare dal suo padrone che dopo averla sfruttata come cubista, la mette incinta, per poi licenziarla e abbandonarla, fino a farla arrestare dai carabinieri nel momento in cui prova a far valere le proprie ragioni. Il parziale riscatto di questa tipica espressione degli attuali umiliati e offesi avviene grazie alla sua determinazione a voler ristabilire un legame con il figlio perduto, alla definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, finalmente sostituiti da istituti di riabilitazione decisamente più civili, e dall’amicizia con un’altra matta, per altro apparentemente totalmente diversa da lei.

Si tratta di un’altra vittima dell’attuale società, non a caso un’altra donna, anche se espressione in questo caso delle classi dominanti. I suoi crimini, apparentemente minori, sono in realtà decisamente meno perdonabili, in quanto si tratta comunque di un rappresentante di quella classe dominante che per difendere i propri irrazionali privilegi sta facendo precipitare la società in una nuova epoca di barbarie.  Ciò non toglie che tale imbarbarimento finisca per travolgere gli stessi membri delle classi dominanti, che da aguzzini finiscono per divenire a loro volta vittime. 

Tale inedita situazione di imprevista debolezza porta la stessa rappresentante dei ceti dominanti a riscoprire, al di là delle attitudini razziste e classiste che ormai ne traviano il carattere, la virtù della solidarietà fra oppresse, da cui solamente può sorgere una qualche possibilità di riscatto. Affinché quest’ultimo si realizzi è indispensabile, però, che la lotta dal basso provochi delle trasformazioni istituzionali, come quella che porta alla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. 

Tale catarsi finale appare, però, piuttosto inverosimile e lascia perplessi, in quanto purtroppo si tratta di un’eccezione che finisce per occultare la regola, ossia che viviamo in un’epoca in cui purtroppo le istituzioni, proprio per la carenza di solidarietà fra gli oppressi e i subalterni, non conoscono affatto uno sviluppo in senso progressivo, in grado di oggettivare l’emancipazione del genere umano. Al contrario, le istituzioni formalmente democratiche prodotte dal biennio rosso, dalla Resistenza, dalle grandi lotte sociali e politiche degli anni Cinquanta e Sessanta, sono oggi in via di smantellamento a causa del clima di restaurazione che si è cominciato ad affermare dalla seconda metà degli anni Settanta.

Inoltre, la totale mancanza di coscienza di classe rende piuttosto inverosimile la lotta dal basso portata avanti dalle due protagoniste del film. La prospettiva ideologica del regista finisce per risentire negativamente dell’ideologia sessantottina e francofortese, poi estremizzata dalla cultura postmoderna, che ha fatto credere che il soggetto rivoluzionario non sia più da ricercare nel proletariato moderno, una volta che avrà acquisito grazie al partito rivoluzionario coscienza di classe, ma dagli esclusi, dai marginalizzati, dai sottoproletari, dai pazzi ecc.

Abbiamo infine da segnalare la tardiva uscita nelle sale italiane del film Wilde Salomé (valutazione: 6,5), che conferma come Al Pacino, oltre a essere un grande attore, possiede anche grandi doti nelle regia.  Tuttavia quest’ultimo film non è all’altezza dello splendido Riccardo III - Un uomo, un re. In primo luogo perché il dramma teatrale di Oscar Wilde alla base della sceneggiatura del film non è all’altezza del grande dramma shakespeariano alla base della precedente pellicola. Lì l’intenso scavo psicologico, la grande capacità degli attori e del regista, a sua volta eccezionale interprete, potevano operare su un notevole dramma storico, mentre qui hanno a che fare con un’opera tipicamente decadente decisamente meno realista e più formalista. 

Mentre l’opera di Shakespeare è opera esemplare di una borghesia che svolge ancora una funzione decisamente progressiva, se non rivoluzionaria, nella sua lotta contro l’ancien régime, il dramma di Wilde è espressione altrettanto tipica di una borghesia ormai divenuta classe dominante e, ormai, non più disponibile a operare come classe universale in funzione del processo di emancipazione del genere umano. Anzi, il suo dominio diviene sempre più oppressivo, irrazionale e decadente, come quello di Erode, protagonista del dramma, e la sua crescente crisi anche a livello sovrastrutturale è altrettanto ben rappresentata dall’immoralità di Erodiade e Salomé.

Tuttavia questo dramma, come il film di Al Pacino, sono delle ottime espressione di tale crisi, da cui finiscono però per essere a loro volta invischiati e infine travolti, non riuscendo a sviluppare fino in fondo uno sguardo critico e straniante nei suoi confronti, non avendo coscienza la necessità di porsi dal punto di vista di una civiltà superiore, prodotto di un modo di produzione più razionale, per poter comprendere nella sua prospettiva storica tale crisi e indicarne anche catarticamente il suo necessario superamento, quale compito essenziale da consegnare agli spettatori. Questi ultimi, al contrario, non possono che rimanere con l’amaro in bocca perché dinanzi a questa radicale denuncia della decadenza della classe dominante l’alternativa viene rappresentata in modo al quanto ambiguo da Giovanni Battista, che per quanto sia l’annunciatore di una nuova epoca, in cui i precedenti dominatori saranno finalmente travolti, non rappresenta soltanto un momento di sviluppo, ma anche un momento di reazione, come è stato l’avvento del cristianesimo dinanzi alla crisi del mondo antico.

Rispetto alla splendida ma corrotta raffinatezza delle classi dominanti colpisce non solo la crudezza e la rozzezza del Battista, tipica incarnazione del buon selvaggio, ma anche il suo sferzante moralismo, che si accanisce non contro l’essenza del potere, ma contro il suo aspetto fenomenico. Perciò gli strali di Giovanni, in attesa dell’avvento del Messia, che travolgerà gli attuali assetti di un mondo sempre più decadente, si scagliano contro Erodiade, certo colpevole, ma indubbiamente meno del tiranno Erode, che anzi sfrutta tale attacco - per altro violentemente maschilista - per cercare di sedurre la figliastra.

27/05/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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