Dialoghi tra l'Ade e l'Olimpo di Giuseppe Vecchi - Ecco il racconto “Immortalità”

Giuseppe Vecchi, autore di molte poesie pubblicate su La Città Futura, ci presenta il suo nuovo libro, una serie di dialoghi mitologici sulla falsariga dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese.


Dialoghi tra l'Ade e l'Olimpo di Giuseppe Vecchi - Ecco il racconto “Immortalità” Credits: la copertina del libro Dialoghi tra l'Ade e l'Olimpo di Giuseppe Vecchi

Abbiamo pubblicato nello scorso numero la presentazione del nuovo libro di Giuseppe Vecchi, dal titolo Dialoghi tra l’Ade e l’Olimpo” ovvero “Nuovi dialoghi con Leucò, Altro Mondo editore, pubblicato il 1 febbraio 2019, e un primo brano estratto. Pubblichiamo anche un altro racconto in forma di dialogo, dal titolo “Immortalità”(La redazione)

Immortalità (di Giuseppe Vecchi)

Eos rapì Titone, figlio del re spartano Laomedonte, perché innamoratasi di lui. Chiese ed ottenne dagli dèi l’immortalità per il suo amante, ma dimenticò di chiedere anche l’eterna giovinezza. Così il tempo infierì sul corpo di lui, trascinandolo in una vecchiezza sempre più estrema.

Eos: Ricordo ancora Sparta, città stupenda priva di mura e di edifici imponenti. La semplicità sua bellezza e forza, l’essere tutt’uno con il paesaggio: ulivi e muretti di pietra intorno agli orti, greggi vaganti e armenti a brucare sin dentro i cortili. E soprattutto ricordo te, il tuo limpido sguardo scolpito nel vento, gli occhi gettati oltre l’orizzonte, un triste sguardo volto ad abbracciare il mondo. M’innamorai subito di quel giovane che non sapevo esser figlio di un re, ma che regale era nell’aspetto, più legato al Cielo che alla terra, e per questo degno di assaporarne il gusto, di condividerne privilegi e onori. M’innamorai della tua tristezza vera. Eri giovane come la verde canna che spunta sulle rive del ruscello, fresco e nuovo come il ruscello stesso, che sempre si rinnova del limpido umore dei nembi e canta lieto, accarezzando le pietre levigate, scese insieme a lui dai colli boscosi.

Titone: Per questo mi rapisti. Le tue dita dorate mi sollevarono al levar del Sole, nell’ora in cui sei solita donarti al mondo. Quasi non mi accorsi di te, tanto lieve e tenero fu l’abbraccio con cui mi portasti in cielo. Tutto era simile a un sogno, e inscindibile era la realtà terrena dal percorso alato verso il divino Olimpo. Avvolto nel tuo abbraccio mi sussurrasti parole d’amore, mi sfiorasti le labbra col tuo bacio di rosa, mi inebriasti il cuore di un dolce afflato che mi unì a te in un vincolo inscindibile. Poi ti vidi implorare Zeus e gli altri Eterni perché concedessero a me, nato a corrompermi, il dono dell’immortalità. Ancora non riuscivo a comprendere cosa mi stesse accadendo, confuso tra la visione degli Dei e il calore del tuo abbraccio.

Eos: E l’ottenni. Gli Dei si mossero a compassione, o forse finsero soltanto pietà e comprensione. Già tanto avevo sofferto a causa loro: Astreo fu relegato nel Tartaro profondo e Orione, ucciso da Artemide per un capriccio della Dea, trasportato tra le stelle, a splendere sulle nostre notti. Perché, per ben due volte, essi mi tolsero la felicità, non ho ancora compreso. E ancora non intendo le ragioni di quell’ulteriore inganno: non si apparecchia un desco mescolandovi sopra ambrosia e cibo stantio, dolce nettare d’uva con acqua torbida e amara.

Titone: Alludi forse alla vecchiezza, o amata?

Eos: E a che altro? Forse l’invidia di Artemide o di qualche altro Dio tessé l’ordito di un silenzio colpevole? Troppo presa dalla gioia del tuo volto, confusa dalla rincorsa della parola “sempre” tralasciai ogni altro aspetto! La morte è il limite sempre presente che si mostra fiero, sospeso su ogni vita; di esso si è consci in ogni istante, non può essere dimenticato o sminuito. Essa è il muro invalicabile che chiude ogni spazio, che annulla tutto il tempo. Ma altri pesi accompagnano la vita dell’uomo: la malattia e il dolore e, da ultima, la vecchiezza che secca la carne e rende torvo lo sguardo, che porta seco tutti gli affanni, cosparge il capo di noia e stanchezza; non uccide, ma rende amara la vita e la prepara al salto nel buio estremo.

Titone: E come potevi immaginarti questo, mia diletta? Troppa era la gioia sparsa a noi d’intorno, troppa l’attesa di un amplesso consumato al limitare del Sole, troppo frementi le nostre carni per pensare a un futuro lontano.

Eos: Non così lontano, Titone. Il tempo divora i giorni e ciò che oggi appare remoto ci assilla col suo ricordo, mentre ciò che ieri appariva un sogno si trasforma ben presto in una realtà quotidiana. A volte mi chiedo: chi inventò e volle la vecchiezza? Un Dio dispettoso, una ninfa invidiosa cui parve troppo lieto il dimorare in terra degli uomini? Può la Natura imporsi un limite? L’intelligenza che la governa trovare in sé stessa la sua morte e resurrezione?

Titone: Sempre il dono dell’immortalità si è accompagnato a quello di una vita perfetta, priva di difetti e ignara del decadimento legato al tempo. Come potevi immaginare che un giorno le rughe sarebbero apparse sul mio volto, che i miei sensi si sarebbero offuscati, il mio passo fatto malfermo e incerto, e questo sempre più in un vortice infinito, non conoscendo il mio tempo fine?

Eos: E invece avrei dovuto, se non altro perché avvisata da quanto, e per ben due volte, ebbi a

subire. L’invidia non alberga solo tra i mortali, anche gli Eterni ne fanno largo uso, e tanto più essa è frutto di un disegno celeste, tanto più è infima e sottile. E poi non può un Dio dimenticare il futuro; lasciamo agli uomini tale mancanza, imperdonabile a chi invece tutto governa e prevede.

Titone: Non serve rivangare il passato, angustiarsi per una mancanza, per una opportunità non

colta, lasciata nel campo come un fiore, alla mercé dell’autunno che l’inaridisce, consumandola insieme alle erbe intorno. Una seconda supplica non ti fu concessa, il tuo lamento non toccò più il cuore agli Eterni. Ma dimmi: tu m’ami ancora? Nonostante sia solo la brutta copia di quel giovanem fiero e venusto? Tu, che ancora con mani di rosa dipingi i mattini e profumi di balsamo e miele?

Eos: Anche una mano grinzosa può cogliere una rosa. Delicato restare il gesto e dolce la sua

carezza, anzi: il tempo può averla resa più paziente e la minore irruenza compensata dal maggior trasporto e da un più profondo afflato. Certo: mentirei a te e a me stessa se dicessi di non desiderare di poterti vedere accanto a me, come il primo giorno nel palazzo di Sparta. Ma la tua decadenza fisica è anche un monito: ci insegna che di illusioni non si può nutrire un’esistenza; che occorre misurarsi col divenire del mondo; che altri valori, oltre quelli che colpiscono i sensi, esistono, più profondi, da cogliere nei recessi dell’essere e del cuore. Forse è giusto così. Forse non fu un inganno quello ordito in Olimpo. Quello fu il mio Fato, ed ogni Dio gli soggiace, pagando ad esso un proprio tormento.

Titone: Abbiamo legato le mani ad Atropo, ma le altre Moire proseguono il loro assiduo lavoro.

Eos: Non si curano esse di noi, per loro tu sei solo un numero, come qualsiasi altro mortale. Anche loro invecchiano. Come me sono eterne, ma il tempo passa come un’ombra sul loro viso e le dipinge negli anni. Non so se vorrebbero tessere anche la vita degli Dei, ma ne sono escluse. Forse ne invidiano il destino. Filano mute.

Titone: E il nostro destino, per quanto imperfetto, è parimenti motivo d’invidia?

Eos: Chi può dirlo? Non ci deve però importare né di loro, né degli Dei, né delle forze che scuotono e conducono il mondo. Solo per noi deve levarsi il pensiero, anche perché abbiamo un solo modo per vincere le insidie del Cielo e lo sguardo di chi, intorno, non ci nutre affetto: continuare ad amarci, oltre le forme che vorrà assumere il corpo, consci che la nostra essenza non sta in esso, ma in qualcosa che portiamo dentro e ci rende simili a Dei o, forse, ad essi ancora maggiori.

Titone: Dunque nulla ho da temere dallo scorrere delle stagioni?

Eos: Solo la mia pietà, un giorno che non conosco e non bramo, potrebbe chiedere di trasformarti in un figlio dei prati per ascoltare il tuo canto e ad esso appoggiarsi in uno struggente rimpianto.

Titone: Forse quel giorno, se vedrò le mie membra troppo prossime a un disfacimento estremo, sarò io a chiedertelo.

Eos: Se me lo chiederai, fallo in silenzio, con un solo taglio degli occhi. Non voglio udire parole insane dalla tua bocca.

Titone: Così farò, e per alleviarti il compito, lo suggellerò in un bacio, l’ultimo ricordo di un eterno amore.

Eos: Che non sia troppo dolce, o non esaudirò il tuo volere.



Dove trovare i “Dialoghi tra l’Ade e l’Olimpo”

Il libro è reperibile sia sul catalogo online della distributrice che su quello della casa editrice ai seguenti link:

https://www.cinquantuno.it/shop/altromondo-editore/dialoghi-tra-lade-e-lolimpo/

http://www.altromondoeditore.com/libri/dialoghi-tra-lade-e-lolimpo/

Disponibile su Amazon prime, mentre per acquistarlo tramite la distributrice Cinquantuno è necessario sulle opzioni di acquisto cliccare su "nuovo" e selezionare cinquantuno.it

Si trova inoltre in alcune librerie che ne abbiano fatto richiesta.

02/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: la copertina del libro Dialoghi tra l'Ade e l'Olimpo di Giuseppe Vecchi

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L'Autore

Giuseppe Vecchi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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