Gramsci Togliatti e noi

Nell’Italia odierna un personalismo mediatico, privo di pensiero e di progetto lungimirante, dilaga tra le forze politiche di governo e di opposizione, negando o ignorando la tradizione comunista. Noi, invece, dobbiamo ricercare se quella tradizione italiana del Novecento non debba essere integrata in un’epoca di globalizzazione dissennata e disumana.


Gramsci Togliatti e noi Credits: @zak_says

Nell’Italia odierna un personalismo mediatico, privo di pensiero e di progetto lungimirante, dilaga tra le forze politiche di governo e di opposizione, negando o ignorando la tradizione comunista. Noi, invece, dobbiamo ricercare se quella tradizione italiana del Novecento non debba essere integrata in un’epoca di globalizzazione dissennata e disumana.

Ritengo che una fondamentale e necessaria integrazione debba ricercarsi proprio nella negazione del disumano, dal quale derivano le nuove guerre mondiali-locali, deplorate da papa Francesco, le nuove forme di razzismo nella negata accoglienza agli immigrati, l’assuefazione alla povertà estrema in tutti i continenti, il nuovo personalismo populista e mediatico. 

Disumano è uccidere, ma anche ignorare che tutti siamo persone (vorrei citare le parole di Mario Rossi nel suo Fondamenti di un’etica umanistica nel libro Cultura e rivoluzione) e, in quanto persone, fratelli e sorelle. Il nuovo comunismo dev’essere, anzitutto, un nuovo umanesimo, dev’essere il dovere di accomunare le persone, come precondizione per possedere in comune le cose (materiali e immateriali).La tradizione comunista italiana si distingue da ogni altra per le sua originalità esemplare. Tuttavia, essa è inseparabile dalla storia di una nazione italiana caratterizzata, dapprima, dalla soppressione di ogni
libertà durante il fascismo, dal quale Gramsci è chiuso in carcere; dopo, dalla lotta per la liberazione e per la costruzione di una nuova repubblica costituzionale, pur nei limiti delle invalicabili sfere di influenza concordate tra le due superpotenze: quella sovietica e quella statunitense. Togliatti opera, con abilità e con fermezza, in quegli anni di rinnovata democrazia e, insieme, di dimidiata sovranità nazionale. In sostanza, Gramsci e Togliatti vollero, in tempi diversi, combattere per il socialismo in una nazione libera da dittature interne e da costrizioni esterne.

Oggi la componente nazionale non è più inseparabile dalla rivoluzione socialista, almeno in Europa.

E i lavoratori si sono ben più differenziati, nelle mansioni, nel precariato e nella cosiddetta mobilità, se facciamo un confronto con le società del Novecento. Gramsci poteva scrivere: «Quale il punto di riferimento per il nuovo mondo in gestazione? Il mondo della produzione, il lavoro» (Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, p. 863). Ma, aggiungeva, la coesione tra i lavoratori e la funzione degli intellettuali “organici” ai partiti dei lavoratori potranno proporre un loro innovativo internazionalismo: «Il cosmopolitismo italiano non può non diventare internazionalismo.
Non il cittadino del mondo, in quanto civis romanus o cattolico, ma in quanto lavoratore e produttore di civiltà» (ivi, p. 1190). Anche la filosofia della prassi è una «filosofia avvenire quale sarà propria del genere umano unificato mondialmente» (ivi, p. 1376). In sintesi: «E non esiste un processo storico generale che tende a unificare continuamente tutto il genere umano?» (Lettere dal carcere, a cura di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini, Einaudi, Torino, 1965, p. 475).

Togliatti, specialmente nell’ultimo suo scritto, il Memoriale di Yalta, dell’agosto 1964, confida in una unificazione del mondo nella quale, benché convivano sistemi sociali diversi, siano ovunque rispettati i diritti individuali e collettivi di libertà: «Dobbiamo diventare noi i campioni della libertà della vita intellettuale, della libera creazione artistica e del progresso scientifico». Togliatti rimprovera ai dirigenti sovietici la soppressione delle libertà: «L'impressione generale è di una lentezza e resistenza a ritornare alle norme leniniste, che assicuravano, nel partito e fuori di esso, larga libertà di espressione e di dibattito, nel campo della cultura, dell'arte e anche nel campo politico [...]. Il problema cui si presta maggiore attenzione, per ciò che riguarda tanto I'URSS quanto gli altri paesi socialisti, è però, oggi, in modo particolare, quello del superamento del regime di limitazione e soppressione delle libertà democratiche e personali che era stato instaurato da Stalin».

Queste parole valgono anche oggi, perché alcune forme peculiari di autoritarismo populista e demagogico sono presenti, in particolare, nel nostro paese. Nel quale alcuni studiano Gramsci, a volte con acume filologico, ma né i governanti né i dirigenti politici si richiamano alla sua lezione e dichiarano di volerla applicare nella situazione odierna. Ben diverso è l’“uso” di Gramsci tentato dalla rivoluzione bolivariana, da Chavez e da Maduro, ma anche da Evo Morales e perfino da molti nord-americani, che considerano Gramsci come il principale ispiratore teorico della rivoluzione possibile nel XXI secolo.

I concetti gramsciani di egemonia rivoluzionaria, di società civile complessa, di conquista delle casematte, di costruzione di una intellettualità diffusa organica al proletariato, nei processi di liberazione molecolari e collettivi, come l’idea togliattiana del partito comunista di massa e della democrazia progressiva sono ancora categorie valide per pensare la rivoluzione in Occidente? L’idea che la rivoluzione sia necessaria per evitare al mondo la catastrofe che si profila sotto i nostri occhi non è oggi più “pensabile” di ieri? La crisi capitalistica in atto, che porta con sé i germi della catastrofe non è forse un invito pressante a pensare, progettare, iniziare la rivoluzione possibile/necessaria, cioè a essere comunisti, a restarlo o, più realisticamente, a diventarlo? Per catastrofe imminente dobbiamo intendere anzitutto la tendenza inarrestabile alle guerre, poi la fame e le malattie crescenti, la rottura verticale del mondo fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, la crisi ambientale irreversibile etc..

Non è forse tutto ciò un buon motivo per spingerci a essere comunisti, cioè a trarre dalla nostra coscienza teorica tutte le conseguenze: la vanità della socialdemocrazia (mai evidente come oggi!), cioè la irriformabilità del capitalismo?
Non è forse urgente (perché necessario e possibile) ricostruire un polo comunista forte e unitario, fuori e contro la socialdemocrazia, un polo che faccia appello alle masse e impedisca che se ne facciano interpreti fascisti e razzisti, come già accade altrove in Europa e come è già accaduto sempre quando una crisi sociale si manifesta in assenza dei comunisti? Un polo che scongiuri leggi elettorali fascistoidi, un presidenzialismo piduista (di fatto già instaurato) e il monopolio dell’informazione?

Riascoltiamo papa Francesco: «che tutte le famiglie abbiano una casa e che tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata: fognature, luce, gas, asfalto, scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono». Soltanto a partire dal buon vicinato con chi occupa un’abitazione situata accanto alla nostra, aggiunge il papa venuto da un paese “bolivariano” (dichiaratosi non comunista, ma ispirato dal comunismo del Vangelo), si può pervenire alla «grande famiglia dell’umanità». Quanti potenti si inginocchiano davanti a lui, ma non lo ascoltano o vogliono che il volgo dimentichi le sue parole?

29/11/2014 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: @zak_says

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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