Humans. Ricondizionare gli umani

L’umanità non può sopravvivere, i replicanti sono il futuro della specie, ma non posso crearne di più.


Humans. Ricondizionare gli umani

COMO. L’incipit di una bella mostra è di Niander Wallace, con i replicanti Nexus del film “Blade Runner 2049”. Siamo a Como, dove nell’ex-chiesa dedicata a san Francesco è in corso, fino al 18 novembre, l’edizione 2018 di Miniartextil, organizzata da “Arte&Arte”, ventottesima volta che gli ideatori Bortolaso e Totaro, coppia nella vita e nel lavoro, con Sponga, dedicano all’arte di fibra partendo da questa città, da sempre una capitale nella produzione del tessuto. Sono previste altre tappe: a Montrouge-Parigi dal 5 al 24 febbraio 2019, nelle sale “de le Beffrol”; a Busto Arsizio a maggio 2019 nel “Museo del Tessile e della Tradizione industriale”; nella città francese di Caudry nel mese di giugno 2019.

Humans, ricondizionare gli umani” è una chiave di apertura e dialogo costante con l’uomo, i suoi pensieri, desideri, ideali, i suoi idoli e la sua volontà. Apertura all’altro con qualcosa che vada oltre l’uomo con questo strumento a disposizione, l’arte contemporanea, la fiber art e i suoi autori provenienti da tutto il mondo. C’è, con il suo filo roteante che crea una figura astratta e scintillante, Soo Sunny Park. C’è Maria Lai: dopo la Biennale di Venezia 2017 è in importanti sale di prestigiosi musei, a febbraio 2019 sarà alla Boesky Gallery di New York. Ci sono 54 piccole opere realizzate con fili, fibre, rame, resine, attorcigliati, colorati, legati, tagliati. I minitessili in esposizione sono stati selezionati dalla Giuria internazionale presieduta da Carlo Pozzoli che è fashion designer, dall’artista lettone Rolands Krutovs e da Michael Hadida, Ceo Leclaireur di Parigi.

Il 27 ottobre un importante appuntamento: Mimmo Totaro presenterà il volume “Fiber Art” edito da Skyra. Una mostra che va visitata con calma, per coglierne la dolcezza che le opere esposte, tutte, proprio tutte, trasmettono. Come le due fotografie di Gin Angri, stampa su tessuto da negativo fotografico, “Medesima piazza ma due piazze diverse”, piazza Duomo di Milano nel 1992 e nel 1994.

Ad accogliere lo spettatore all’ingresso del percorso espositivo è Dèjá vu, la fluttuante installazione di pannelli tessili leggeri e trasparenti decorati a mano dall’artista finlandese Pia Mannikko. Le fonti di ricerca della Mannikko sono il movimento e il volume del corpo umano: le interessa lo spazio che l’uomo occupa e il modo in cui i corpi lo riempiono. L’operatività dell’artista cerca di fare emergere gli schemi temporali della presenza e del movimento dei corpi umani nello spazio. Qui rappresenta una serie di sagome dipinte a mano ma simili a fotogrammi e snapshot impressi su pannelli di tulle verticali che riproducono nel complesso la suggestione di una folla di individui umani in movimento, ondeggianti sulla traccia sonora in cinque Movimenti, realizzata per Miniartextil 2018 dalla musicista Floraleda Sacchi.

Nelle varie campate della cinquecentesca chiesa sconsacrata di San Francesco a Como dove si sono svolte le ultime edizioni di Miniartextil sono ambientate le installazioni maggiori, svariate opere di artisti sempre internazionali ma già di chiara fama, come quella del quotatissimo Medhat Shafik che è nato in Egitto nel 1956 e dal ’76 vive e lavora in Italia. Nel 1995 il padiglione Egitto della Biennale di Venezia da lui rappresentato è stato premiato con il Leone d’Oro delle Nazioni.
L’installazione artistica presentata da Shafik a Miniartextil 2018 evoca plasticamente la distruzione del sito archeologico dell’antica Palmira – la mitica “sposa del deserto” – per cinquanta anni indagato e poi strenuamente difeso fino al martirio dal suo direttore, l’archeologo siriano Khaled Al Asaad, decapitato dai miliziani jihadisti dell’Isis nel 2015.

Il gesto dell’artista si pone qui come salvataggio utopico di reperti, resti rotolati a terra e frammenti di questo patrimonio irreparabile dispersi nella polvere. L’opera di Shafik interroga una risposta alla barbarie, e vuole essere un invito a reagire allo scempio e alla distruzione che ha subito il sito archeologico di Palmira, dichiarato dall’UNESCO nel 1980 “patrimonio dell’umanità”, reliquia di una civiltà illuminata, esempio di convivenza pacifica fra popoli di etnie e religioni diverse.

Gli italiani Marco Rubbera ed Enrico Mancini, sono i vincitori del premio Sponga 2018 per giovani talenti – giunto quest’anno alla terza edizione e patrocinato da Marialuisa e Giancarlo Sponga insieme ai fondatori della rassegna Miniartextil Mimmo Totaro e Nazzarena Bortolaso. Dunque in mostra si trova esposta la loro opera premiata, la suggestiva sculturaReliquia, 2018, frutto della ricerca di questi due giovani studenti alla Accademia di Brera di Milano. Realizzata in velluto verde e resina Reliquia è un’evocativa forma femminile svuotata che occupa lo spazio con gesto elegante ma indefinito: forse evocativa delle estasi mistiche delle sante ritratte nel marmo o dipinte, o forse menade danzante o attrice di teatro, nella sua plasticità irrisolta e inconsistente trasmette un magnifico senso di mistero e inquietudine.

L’opera Minarets Hats,2011, di Maimuna Guerresi è l’installazione scelta come logo dell’edizione 2018 di Miniartextil. L’affermata scultrice, fotografa e video artista italo-senegalese vive sulla sua pelle una contaminazione artistica che da anni si nutre di influenze occidentali e islamiche nella versione Sufi, la religione a cui si era convertita dopo una permanenza in Senegal. La doppia appartenenza l’ha spinta a ricercare nella sua arte un equilibrio fra due nature culturali e due modi di vivere.

I colorati minareti tessili esposti in mostra a Como – realizzati artigianalmente e ritualmente usando pezzi di stoffa dai colori sgargianti e cuciti come è nella tradizione dei musulmani Sufi Baifal del Senegal – si trasformano in copricapi che incoronano e proteggono la parte sommitale dell’essere umano, la testa, la più esposta alle intemperie e vicissitudini della vita. Negli scatti fotografici esposti accanto ai minareti taluni personaggi ritratti indossano queste forme alte e strette nascondendo il volto, estraniandosi dal mondo per entrare in sintonia con lo spirito cosmico divino. “I miei Cappelli-Minareti sono dei castelli e delle fortezze che proteggono la testa, ma anche antenne ricettive e canali che conducono e trasmettono l’energia spirituale”.

Lo spazio centrale della navata è dedicato ai Minitessili, la tipologia di fiber art fondativa della mostra Miniartextil: si tratta di 54 opere di piccola dimensione ma ad alta “concentrazione artistica” sviluppate sempre in un modulo volumetrico cubico di cm 20x20 continuamente reinterpretato di anno in anno da artisti di tutto il mondo. Nelle ultime edizioni e sempre più dagli artisti delle generazioni più giovani che praticano la “palestra” della Fiber Art, si osservano sconfinamenti dal modulo che non viene più vissuto come limite ma come possibilità da superare, nella sconfinata varietà di ispirazioni e materiali unificati dalla definizione di “fibra”: fili tessili, di ferro, seta, lana, legno, ovatta, carta, plastica, sughero, corda, garza, crine, shibori, organza, perline, chiodi, cera, favi,nylon, filo di rame o argento, fibre di vetro, collant, tulle o spezie. Trame di fili, di senso e valore artistico che non temono di confrontarsi con opere di dimensioni maggiori: veri bonsai artistici di grande bellezza e pregnanza.

Dopo i minitessili, e al culmine del percorso espositivo, nell’abside dell’antica chiesa è collocata per consuetudine l’installazione di maggiori dimensioni: quest’anno l’attenzione del visitatore è catalizzata da un magnifico gioiello luminoso, fluttuante a mezz’aria nella penombra delle antiche murature, e dal quale si rifrange la luce in miriadi di barbagli colorati blu-verdi. Si tratta di Unwoven Light, 2013,una delle multiformi, strabilianti creazioni dell’artista coreana naturalizzata statunitense Soo Sunny Park. La giovane artista – docente di Studio Art Department al Dartmouth College di Hanover , in New Hampshire, USA – da anni esplora il potenziale della luce come elemento strutturale della scultura e lo fa per mezzo di riquadri ondulati di recinzione metallica che vengono corredati di centinaia di diamanti iridescenti in plexiglas. Gli innumerevoli specchietti-prismi scompongono la luce in riflessi e bagliori che riusciamo finalmente a percepire: le ombre viola e i riflessi iridescenti restituiscono la forma e le superfici della recinzione. Ma recinzioni e riquadri diventano confini porosi che si lasciano attraversare, e noi passiamo inondati da questo gioco di luce al di sotto degli elementi che costringono la luce a mostrarsi, a occupare e strutturare lo spazio in cui siamo immersi.

06/10/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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