I concetti fondamentali de Il capitale – parte II

Proseguendo nell’esposizione dei lineamenti fondamentali di Il capitale affrontiamo: il feticismo della merce e l’affermazione di una nuova divinità: il denaro. Vedremo inoltre come la reificazione è resa necessaria dal duplice significato della libertà della forza-lavoro nella società capitalista


I concetti fondamentali de Il capitale – parte II

di Renato Caputo

Proseguendo nell’esposizione dei lineamenti fondamentali di Il capitale affrontiamo: il feticismo della merce e l’affermazione di una nuova divinità: il denaro. Vedremo inoltre come la reificazione è resa necessaria dal duplice significato della libertà della forza-lavoro nella società capitalista

segue da parte I

Il carattere di feticcio della merce

Nel modo di produzione capitalista, il valore delle merci, sebbene sia determinato dalla quantità di lavoro astratto in esse contenuto, non si manifesta e, dunque, non è percepito come il frutto del lavoro umano e tantomeno come prodotto dello sfruttamento della forza-lavoro. Le merci sembrano dovere a se stesse il proprio valore, come se si trattasse di un loro carattere oggettivo, una loro qualità intrinseca indipendente dalla volontà umana. Tale mistificazione è la stessa denunciata da Feuerbach nella religione e nell’idealismo, in cui dio e spirito appaiono indipendenti dagli uomini che li hanno prodotti. Così, ad esempio, si tende ad ammirare un’auto da corsa senza riconoscere in essa il valore del lavoro sociale umano che la ha prodotta.

Questo è il carattere di feticcio che assume la merce nella società capitalista. Il feticcio è un manufatto prodotto dal lavoro di una società umana che viene poi adorato come se fosse dotato di una potenza indipendente dal lavoro della comunità che lo ha prodotto, tanto da apparire dottato di proprietà sovrannaturali. In tal modo la comunità dei lavoratori non solo non trova soddisfazione nel risultato del suo operare, ma in esso non si riconosce e, anzi, finisce per essere dominato e oppresso dal prodotto del proprio lavoro sia nella forma primitiva del feticcio, sia nella forma moderna del capitale.

Allo stesso modo il rapporto sociale fra gli uomini – alla base della produzione delle merci all’interno di un determinato modo di produzione come il capitalista – che è in realtà un rapporto mediato dalle grandezze del lavoro sociale incorporato nelle merci, assume la “forma fantasmagorica di un rapporto tra cose”. Ciò comporta una reificazione e, quindi, una naturalizzazione di rapporti sociali storicamente determinati, frutto di scelte particolari dal punto di vista della politica economica, inizialmente rese preferibili dalla loro funzionalità allo sviluppo delle forze produttive della società.

Il denaro e la moneta

Tale carattere di feticcio della merce, che porta anche a una reificazione dei rapporti sociali fra gli uomini e ancora più fra le classi sociali, è enormemente favorito dall’incontrastato affermarsi nella società capitalista di un nuovo monoteismo, il cui protagonista è il denaro, alla cui onnipotenza tutto è sacrificato. Anche in tal caso siamo dinanzi a un processo di reificazione che porta necessariamente a occultare dietro al carattere di feticcio che assume il denaro il proprio valore sociale e il suo fondamento nel lavoro sociale e nei rapporti storici di produzione frutto di determinante scelte di politica economica. Ma qual è, dunque, la reale natura del denaro, al di là dell’aura sovrasensibile di cui necessariamente appare ammantata.

Il denaro è in realtà – come del resto un po’ tutto nel regno incantato del capitale, dove ogni cosa è mercificata – una merce appunto, dotata come ogni altra di un duplice valore. Il valore d’uso del denaro, corrispondente a un bisogno sociale reale storicamente determinato, è quello facilitare gli scambi, incarnando il valore di scambio. In tal modo invece di scambiare ogni merce con quantità di merci dello stesso valore la si scambia in modo molto più comodo ed economico con una merce in grado di reificare l’equivalente di valore di ogni altra. Ma per poterlo reificare anche il denaro deve assumere la forma di una determinata merce, in certe società storiche un determinato metallo, come l’argento o l’oro, in grado di mantenere relativamente immutato il proprio valore nel tempo, in successive la più pratica moneta e poi la banconota fino al chip delle attuali carte di credito.

Tali forme mutevoli storicamente (in generale definibili come moneta) in cui si incarna il valore d’uso del denaro, consistente come abbiamo visto nel favorire la misurazione del valore sociale di qualsiasi altra merce, fa sì che inevitabilmente la forma di moneta assunta dal denaro occulti ulteriormente il rapporto sociale che si cela nella forma valore delle merci, che ne costituisce il fondamento sulla base del quale si manifesta quella storicamente determinata apparenza. Così è ancora una volta quest’ultima a dominare, nel regno incantato del capitale in cui il fondamento reale scompare e si manifestano soltanto le sue diverse apparenze nella forma mistificata della reificazione e del feticcio, in modo tale che oro e argento, ad esempio, appaiono anch’esse, per dirla con Marx, “cose naturali dotate di strane proprietà sociali”.

Sebbene la moneta e l’oro fossero presenti anche nelle società precedenti, caratterizzate da altri modi di produzione, in questi ultimi, basati essenzialmente sulla produzione di valori d’uso per il consumo immediato e non di valori di scambio, il feticismo e la reificazione sono presenti in misura decisamente minore rispetto alla società capitalista, in cui il dio denaro ha spazzato via, come falsi idoli del passato, i valori venerati nelle epoche precedenti, dal momento che nel mondo rovesciato del capitale ogni cosa, anche la più sacra, è mercificata. Da qui la profonda ipocrisia dei fedeli alle credenze precedenti, le cui divinità non a caso erano contrapposte a Mammona, ovvero al dio denaro, nel pretendere di mantenere intatto il proprio credo, pur accettando in pieno la logica radicalmente diversa imposta dalla società capitalista.

Reificazione e feticismo sono necessari nel capitalismo

Il dominio storico di tale logica fa sì che il valore di scambio non sia possibile considerarlo una mera convenzione, che si possa soggettivamente non accettare. Lo stesso feticismo della merce, la reificazione per cui i rapporti sociali fra i diversi individui e il lavoro sociale dell’uomo si manifestano come se fossero proprietà naturali delle cose, non può essere considerato il frutto di un semplice inganno, che può essere svelato, ma è il prodotto per così dire “naturale”, ovvero necessario di una società come la capitalistica in cui è il sistema di produzione a padroneggiare gli uomini e questi ultimi, pur essendone gli artefici, sono sempre meno in grado di padroneggiare, da veri e propri apprendisti stregoni, un modo di produzione che appare regolato da leggi naturali e immodificabili.

Tanto che oggi nessuno si stupisce più che un’entità immateriale, un prodotto storico e sociale, come i mercati possa, con l’autorevolezza di un imperativo categorico, imporre il taglio alle spese per l’istruzione, la sanità e i trasporti pubblici, o imporre il cambiamento di un governo che voglia operare in modo libero e indipendente, magari cercando di rispettare i programmi sulla base del quale è stato eletto, o addirittura possono portare uno Stato a fallire o un popolo a essere posto sotto il controllo di potenze estranee.

Anche in questo caso, dunque, sulla base di quello che è un caposaldo del materialismo storico, il feticismo e la reificazione non sono il parto del pensiero, il prodotto di una ideologia asociale come la neoliberista, che una volta confutata potrebbe far terminare l’incantesimo, ma sono un dato reale, il prodotto di rapporti di produzione reali, certo storicamente determinati, che portano inevitabilmente la coscienza comune a essere inconsapevole preda di tali forme di alienazione. Feticismo e reificazioni, quindi, non potranno essere realmente superate sul piano teoretico, ovvero semplicemente rivelando al grande pubblico il funzionamento necessariamente occulto alla coscienza comune, prigioniera della certezza sensibile, del modo di produzione capitalista. Anche in tal caso la soluzione non può che realizzarsi passando dal – per quanto necessario – piano teoretico, dall’imprescindibile mondo astratto dei concetti, al piano pratico dell’azione politica, che sulla base di una certa interpretazione del mondo, che in questo caso aspira a essere scientifica, lo trasforma radicalmente.

Del resto solo in una in una società radicalmente diversa da quella in cui viviamo, strutturata sulla base del modo capitalistico di produzione, in cui le relazioni degli uomini con i prodotti del loro lavoro saranno finalmente trasparenti, ovvero quando i lavoratori potranno pianificare il loro lavoro e appropriarsi dei suoi frutti, si potrà superare quell’alienazione ed estraneazione che sono la base materiale, radicata nell’essere sociale, del feticismo e della reificazione. In altri termini come non è sufficiente mostrare come storicamente siano state le società umane a ideare le diverse forme di sviluppo storico del fenomeno religioso, per far venire meno il bisogno reale per i ceti sociali subalterni in particolare di trovare rifugio nei paradisi artificiali del misticismo, così non è certo sufficiente diffondere la spiegazione scientifica del modo di produzione capitalistico, per far venire meno quell’aura mistificante che occulta il fondamento nel lavoro sociale della ricchezza delle nazioni.

In duplice significato della libertà della forza lavoro nella società capitalista

Come abbiamo visto infatti, sino a che domina il modo capitalistico di produzione, non solo il prodotto del lavoro sociale dell’uomo diviene un mondo di merci dotate di un intrinseco valore, ma lo stesso lavoro sociale o meglio la forza-lavoro, come del resto ogni altra cosa, è ridotta a merce, in questo caso peraltro a una merce venduta sempre a un prezzo d’occasione.

Certo anche questo non è il prodotto di una legge naturale, ma è un risultato storico, in quanto il lavoratore per poter alienare vendendola la propria forza, ossia la propria capacità di lavoro, deve prima essere divenuto libero, dal momento che nelle società precedenti – in modo mistificante idealizzate dai reazionari – dominava il rapporto servo-padrone, per cui il lavoro era essenzialmente un’occupazione da servi e schiavi o da esseri considerati come inferiori quali le donne. Tale decisivo processo storico, che ha prodotto la liberazione della forza-lavoro, presupposto posto del modo di produzione capitalista, non toglie che anche tale libertà non acquisti, in questo dominio della logica dell’essenza un duplice significato. Dal punto di vista dell’apparenza, il lavoratore è divenuto finalmente libero, dopo secoli di sanguinosissime lotte servili e di altrettanto aspri scontri sul piano delle sovrastrutture, di disporre della propria capacità di lavoro.

D’altra parte, altrettanto necessariamente, dal punto di vista del fondamento occulto – che non si manifesta ma determina la parvenza – tale libertà assume una valenza radicalmente diversa, addirittura capovolta in quanto il produttore viene liberato, nel processo storico dell’accumulazione originaria del capitale, dei mezzi di produzione necessari all’attività lavorativa e dei mezzi di riproduzione della forza-lavoro di cui precedentemente disponeva, in quanto erano inalienabilmente legati alla propria condizione servile. Ora, al contrario, in un violentissimo processo di espropriazione durato secoli, il lavoratore ne è stato liberato al punto da essere costretto ad alienare l’unico bene di cui dispone per potersi riprodurre nel proprio misero stato: la propria capacità di lavoro. In altri termini con la dissoluzione del feudalesimo i servi della gleba ottengono sì la libertà dalla precedente servitù, ma sono al contempo “liberati” dai loro strumenti di lavoro e di sussistenza, tanto da essere costretti, per sopravvivere, a pregare i capitalisti di “liberarli” persino dell’unico bene ancora a loro disposizione, ossia la propria forza-lavoro e quella della propria prole.

02/07/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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