Il Bangladesh dopo la caduta di Hasina: quando la “rivoluzione” consegna lo Stato alla destra

Nel Bangladesh uscito dal rovesciamento di Sheikh Hasina, le elezioni del 12 febbraio e il referendum sulla “July Charter” sono stati celebrati come ritorno alla democrazia. Ma l’esito è paradossale: la Lega Awami è fuori legge e a governare torna la destra nazionalista, tra nuove tensioni sociali e spinte esterne.


Il Bangladesh dopo la caduta di Hasina: quando la “rivoluzione” consegna lo Stato alla destra Credits: https://commons.wikimedia.org/

Le elezioni generali e il referendum costituzionale del 12 febbraio hanno chiuso, almeno formalmente, il ciclo aperto dal rovesciamento dell’esecutivo di Sheikh Hasina e dal governo ad interim guidato da Muhammad Yunus. Il risultato, però, non racconta una “rinascita democratica” lineare, come vorrebbero raccontare alcune fonti mainstream: racconta piuttosto la vittoria elettorale di un blocco conservatore e nazionalista, la marginalizzazione della spinta giovanile che aveva incendiato le piazze e, soprattutto, la messa fuori legge della Lega Awami, la storica forza politica legata alla lotta per l’indipendenza.

L’elemento più inquietante è la contraddizione politica che emerge con nettezza tra la narrazione prevalente e la realtà dei fatti. Il processo che molti media occidentali hanno presentato come liberazione dal “regime autocratico” si conclude con il ritorno al governo di un partito di destra, il rafforzamento del principale polo religioso-conservatore, e un impianto istituzionale in cui la principale forza storica del Paese viene bandita dal gioco politico. In sintesi, la “transizione” bangladese mostra tratti che ricordano più una normalizzazione autoritaria, solo con segno ideologico diverso, che una “democratizzazione”.

Dal 2024 al voto del 2026

Il colpo di frusta che porta al voto del 2026 nasce dal trauma dell’agosto 2024. In quel drammatico momento politico, Sheikh Hasina fu costretta a lasciare il Paese, riparando in India, mentre l’esercito annunciava la formazione di un governo provvisorio. Le proteste, esplose in origine per la questione delle quote riservate alla Lega Awami nel pubblico impiego e poi trasformatesi in mobilitazione di massa, furono presentate come un’insurrezione popolare contro corruzione e repressione. Allo stesso tempo, quella crisi si inseriva in un contesto di forte competizione geopolitica e di pressione esterna, secondo un copione non estraneo alla logica delle “rivoluzioni colorate”, dove un malcontento reale viene indirizzato e capitalizzato fino a cambiare regime, non necessariamente per rendere il Paese più sovrano o più giusto, ma più “allineabile” agli interessi delle potenze imperialiste, Stati Uniti in testa.

Allo stesso tempo, non si può e non si deve assolvere in blocco il governo di Hasina. Indubbiamente, il ciclo politico precedente era segnato da accuse di autoritarismo, sfociato negli scontri finali del 2024. Secondo quanto riportato dalle fonti ufficiali e dalle Nazioni Unite, nella fase della rivolta, le forze di sicurezza, agendo su ordini di Hasina, avrebbero ucciso più di 1.400 persone, motivo per il quale l’ex premier ha poi ricevuto una condanna a morte in contumacia con l’accusa di repressione.

Una transizione controversa

Tuttavia, riconoscere quelle criticità non implica accettare come “soluzione democratica” un esito che restringe ulteriormente lo spazio politico. La Lega Awami, protagonista storica della lotta nazionale, è stata colpita da una misura radicale, la messa al bando, decisamente più repressiva rispetto a qualsiasi misura presa negli anni passati dal governo Hasina. La transizione, guidata dal Premio Nobel Yunus, nominato per acclamazione primo ministro ad interim al di fuori di qualsiasi rispetto della Costituzione, è stata presentata come una fase di riforme “democratiche”, ma si chiude con un paradosso: il ripristino di elezioni “credibili” agli occhi di osservatori internazionali convive con l’esclusione della principale forza politica precedente.

Il risultato elettorale

Il voto del 12 febbraio consegna dunque un mandato schiacciante al Bangladesh Nationalist Party (BNP). L’alleanza guidata dal BNP ha infatti conquistato almeno 212 seggi, superando la soglia dei due terzi in un Parlamento dove le elezioni si sono tenute in 299 collegi. Il blocco guidato dalla formazione islamista Jamaat-e-Islami arriva invece a 77 seggi, diventando la principale compagine di opposizione, mentre la nuova formazione nata dall’ondata di protesta, denominata National Citizen Party (NCP), ottiene solo sei scranni. Se la rivolta era stata innescata e alimentata da una mobilitazione giovanile, la “rappresentanza” di quel mondo resta invece marginale, e per di più tutto questo avviene dentro una geometria di alleanze che molti giovani percepiscono come un tradimento, soprattutto in seguito alla decisione degli eletti del NCP di creare un’alleanza con Jamaat.

In un Paese con una popolazione giovane e un elettorato in larga parte under 40, dunque, la spinta generazionale che aveva rovesciato il tavolo non riesce a trasformarsi in egemonia elettorale. Al contrario, il voto finisce per rafforzare un partito tradizionale, dinastico tanto quanto la Lega Awami e a lungo segnato da accuse di corruzione. Il volto di questo ritorno è Tarique Rahman, nuovo primo ministro reduce da diciassette anni di esilio a Londra, con un passato turbolento: nel 2007 fu infatti arrestato e accusato in diversi casi di corruzione, per i quali venne inizialmente condannato e poi assolto. Nella campagna elettorale avrebbe promesso di “rimettere a posto” lo Stato e ricalibrare la politica estera, prendendo le distanze dall’allineamento di Hasina con Nuova Delhi.

Il governo Rahman, inoltre, sta cercando di mostrare attenzione alla domanda di “nuovi volti” che viene dalle piazze, almeno per un’apparenza di facciata. La composizione dell’esecutivo include due figure legate alle mobilitazioni: Nurul Haque Nur e Zonayed Saki, indicati come protagonisti della fase anti-Hasina, con Saki che viene descritto dai media come leader “di sinistra” e Nur che era emerso già nel movimento sulle quote del 2018. Ma questa inclusione, più che segnalare un cambio di classe dirigente, appare come una cooptazione selettiva: un modo per dare legittimità “giovanile” a un esecutivo guidato dalla vecchia politica, con l’impianto di potere che resta saldamente nelle mani del BNP e dei suoi alleati.

In parallelo alle elezioni, poi, ha avuto luogo il referendum sulla cosiddetto “July Charter”, un pacchetto di riforme che include limiti di mandato per il primo ministro, l’idea di un Parlamento bicamerale, maggiore indipendenza giudiziaria e vincoli alla possibilità del governo di modificare unilateralmente la Costituzione. La Carta propone la sostituzione dei “principi fondamentali” della Costituzione, includendo elementi come "libertà e armonia religiose” e "diversità culturale” al posto di “nazionalismo bengalese, socialismo, secolarismo e democrazia”. In altri termini: un Paese che, nella sua storia politica, ha conosciuto tensioni fortissime tra laicità, nazionalismo e politicizzazione religiosa, si trova davanti a un cambio simbolico che cancella il socialismo e il secolarismo dalla Costituzione e può aprire spazi a forze conservatrici e religiose, proprio mentre Jamaat consolida un ruolo di opposizione di massa.

Equilibri geopolitici

A completare il quadro, abbiamo la politica estera. Molti analisti parlano di una possibile “nuova fase geopolitica” nella quale il Bangladesh potrebbe ridefinire i suoi equilibri nelle relazioni con India, Cina e Stati Uniti, con un plausibile riavvicinamento a Washington, dopo che il governo Hasina aveva coltivato ottime relazioni con Nuova Delhi e ampiamente migliorato quelle con Pechino. Alla luce di questo, l’idea di una transizione “spontanea” e puramente interna appare ingenua. Nessuna crisi politica in un Paese cardine dell’Oceano Indiano, incastrato tra grandi corridoi commerciali e rivalità strategiche, può essere letta come fatto domestico isolato. Mentre la narrativa mediatica occidentale denuncia selettivamente i deficit democratici dei governi non graditi, legittimando la mobilitazione che li rovescia, poi chiude un occhio quando la transizione produce un nuovo assetto che restringe il pluralismo, purché più compatibile con determinate geometrie geopolitiche.

Conclusione

Il Bangladesh del dopo-Hasina rischia dunque di diventare un laboratorio di restaurazione conservatrice e di riorientamento filo-occidentale rivestito di linguaggio riformatore. Per questo la critica a quanto accaduto deve essere netta. Non perché Hasina fosse irreprensibile, ma perché il meccanismo che l’ha sostituita presenta tratti che minacciano la sovranità popolare più di quanto la rafforzino: l’egemonia dei vecchi apparati, la possibilità di una deriva retributiva, la pressione geopolitica, la trasformazione di una rivolta sociale in un riassetto di potere che premia forze conservatrici e penalizza le componenti progressiste e laiche.

20/02/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Giulio Chinappi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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