“Il dono è il dramma”

Il dono, nel senso comune, è segno di riconoscenza, ma non è mai gratuito e può diventare portatore di disgrazie.


“Il dono è il dramma”

Ricevere doni non è compito di un uomo. Come osate farli?
Noi vorremmo sostenerci da noi stessi. Quasi non perdoniamo un donatore
Ralph Waldo Emerson

State ancora scartando pacchetti dono, residuali dall’ultimo convivio con amici e parenti? Ebbene è il momento di riflettere sulla valenza del dono e su quanto comporti di conseguenza donare o ricevere regali o regalìe varie. L’analisi conduce ad una sostanziale verità: il dono è quasi sempre una disgrazia. Ѐ pensiero comune intendere il dono come offerta di un oggetto, o anche solo l’idea contenuta nel gesto del donare, come un atto di volontà generoso, teso a riconoscere l’altro, mostrando amicizia e affetto. In realtà no, non è così, o almeno non sempre è così, perché “nulla si fa in cambio di nulla” e la gratuità assoluta non è virtù da annoverare negli usuali comportamenti umani. Secondo antropologi, filosofi, storici e giuristi che ne hanno analizzato la dinamica, dietro il gesto di donare si nascondono infinite variabili che portano a considerare un’amara verità, ai più neanche sconosciuta. La verità è che il dono spesso provoca conflitti ed è anche portatore di disgrazia, pertanto dovremmo liberarci dal pensiero di donare gratuitamente “con tutto il cuore e l’amore che proviamo” anche perché, affermandolo, mentiamo.

Anche da un figlio amatissimo si pretende il contro-dono, ovvero la riconoscenza che se non è immediata dovrà avvenire nei tempi della sua crescita. Per non parlare di questioni patrimoniali legate ad eredità che condannano intere generazioni dello stesso albero genealogico all’odio perenne. “Quella proprietà mi è stata donata da mio padre”. Quel dono si può trasformare in un dramma se conteso per diritto dai consanguinei o se così tassata da indurre a liberarsene. In tal caso quella donazione perde totalmente l’aura originaria del beneficio gratuito per diventare disgrazia. A volte, forte di un bene patrimoniale che garantisce la sussistenza e oltre, il beneficiario ci si adagia perseguendo condotte da borderline. Non è raro il “clochardismo” di certi eredi di nobili casati e di agiatissime famiglie che detengono il primato mondiale dei patrimoni. A volte quella donazione sfocia in dramma da cronaca nera: “ Uccide sorella per impossessarsi della casa ereditata dai genitori ”.

Eppure il dono, nella vita della persona, ha una valenza simbolica centrale. Favorisce le relazioni, ammorbidisce le contrarietà e i conflitti, essendo propedeutico al riconoscimento dell’altro, del diverso da noi, che con atto di presunta generosità intendiamo accogliere e integrare. Il dono è portatore di pace. Lo afferma la chiesa, pur nella sua struttura falsata e corrotta e dimenticando l’inganno biblico del pomo d’Adamo, miete seguaci in tutte le sue forme, proprio per quell’aura perenne di buonismo e di paternalismo che ci fa credere alla Provvidenza ed alla sua gratuità. Sulla questione, rivestita da sempre di eccellente e squisita gentilezza d’animo e di bontà (ndr, chi mai può mostrasi ostile verso il donatore?) hanno speso fiumi d’inchiostro in saggistica eccellenti studiosi, dimostrando quanto l’atto del donare possa avere risvolti addirittura di puro cinismo e di sottesa pretesa di superiorità, quando si considerano i soggetti, a cui si elargiscono doni, dei sudditi a cui è necessario strumentalmente passare zuccherini perché galoppino agli ordini e con i paraocchi. Questa è la reale motivazione dell’elargizione: sedurlo per rabbonirlo, al fine di ottenere consensi.

Specialisti in questa forma di elargizione popolare sono alcuni politici, specie quando navigano a rischio consensi e in cattive acque elettorali. Non si può, in tal caso, non alludere ai bonus che alcuni cittadini, solo quelli di medio reddito poi, si trovano accreditati. Elemosine strumentali che verranno ingannevolmente sottratte con la pressione fiscale elevatissima. E questo si può davvero considerare un’elargizione gratuita? Questo è un inganno che non ha nel suo significato alcuna gratuità. Ma riguardo queste strumentali elargizioni mi è difficile pensare che ci sia qualche beneficiario che non abbia compreso il raggiro.

Della gratuità del dono

Virtù come altruismo, bontà e generosità sono strettamente collegate alle parole dono e gratuità. Quest’ultima viene così descritta nel suo significato da un qualsiasi dizionario: virtù di colui che dà senza ricevere, senza attendere nulla in cambio. Si è già detto che così non è, non avviene nella maggioranza dei casi. Il perché è ovvio. Viviamo in una società governata dal profitto, a cui tutti ci adeguiamo, pena il sentirsi out. Qui non c’è posto per la gratuità e anche solo come lemma da vocabolario è diventata parola sfruttata e insignificante, tanto da essere interessata nell’accezione di “gratis”, ovvero qualcosa che si può ottenere con facilità e per convenienza . E fa pensare subito al furbetto che con l’inganno ottiene qualcosa gratuitamente, appunto. Ebbene, ritengo sia il caso di fare chiarezza e di restituire al lemma “gratuità” , nel suo significato semantico e concettuale, la sua dignità originaria, sebbene sarà difficile dimostrare che possa essere virtù di alcuno.

In sociologia il termine esprime un qualcosa che non ha un valore patrimoniale, che non ha prezzo. Quindi se dono un fiore o mi esibisco gratuitamente in una performance musicale facendone dono ad una collettività sto compiendo un atto gratuito, perché non mi aspetto alcuna riconoscenza. Il valore dell’offerta/dono qui è nel gesto e lo quantifica chi lo riceve, se lo recepisce come dono e non come atto dovuto. Sul fatto della riconoscenza, anche qui nascono dei legittimi dubbi.

Altra accezione del significato del lemma si riferisce ai beni “fuori commercio”. Ad esempio le proprietà dello Stato. O la vendita di organi o di sangue umano su cui grava l’assoluta interdizione di commercio. O anche sulla simonia, la vendita di cose sacre che, per la riforma gregoriana, sono definite beni inalienabili.

Un’ulteriore accezione del significato originario di gratuità si dà ad una donazione che si riceve senza una possibile o dovuta contro donazione, senza un pagamento o senza contrarre un debito simbolico. In tal caso il dono può anche avere un valore patrimoniale elevato, ma l’offerta è del tutto unilaterale e non implica uno scambio. In termini giuridici, si parla di scambio oneroso “sinallagmatico” quando è prevista una controprestazione, mentre in tal caso la donazione ha carattere di “beneficenza”, il cui donatore non necessariamente deve essere noto. Lo definisce all’articolo 1105 il Code civil de bienfaisance: “Il contratto di beneficenza è quello il quale una parte procura all’altra un vantaggio esclusivamente gratuito”.

Cogliendo in pieno il senso nobile della gratuità, sebbene, anche in questa oasi di purezza comportamentale e di coerenza, si possa facilmente fare il j’accuse al gesto del magnate benefattore. Esso esprime nell’atto di beneficenza la necessità di espiazione personale per reprimere inquietanti sensi di colpa, o per gratificare la sua presunta superiorità rispetto alla plebe affamata che gli dovrà riconoscenza eterna, non avendo possibilità di ricambiare, se non con la sudditanza. Un ricatto da cui difficilmente se ne esce, se non con un severo scatto di dignità, ovvero assumendo la coscienza che Se viviamo è per camminare sulla testa del Re e non per ricevere beneficenza.

E infine, nel consegnare al termine gratuità il suo significato primigenio, pensiamo a quei doni che si dicono “piovuti dal cielo”. Qui c’è lo zampino della classica dea bendata, che dalla sua cornucopia dispensa doni a caso, senza che il beneficiario abbia davvero compiuto alcuna azione meritevole per essere corrisposto da tanta fortuna, come, ad esempio, il vincere alla lotteria. Qui si scivola nel dono immotivato, che ha dell’assurdo nella sua gratuità e spesso si tramuta in disgrazia. Se un indigente per gratuità del dono,causato da un colpo di fortuna, diventa improvvisamente milionario, non potrà che generare intorno a sé servilismo, piaggeria e si nutrirà, per proteggersi, di estrema diffidenza verso tutti coloro che lo attorniano per ottenere donazioni.. Sarà avvicinato esclusivamente per interesse e riceverà continue richieste di denaro. La sua vita, per quel dono piovuto dal cielo, presto si trasformerà nel peggiore degli inferni, rischiando ancora di tornare nell’indigenza per aver dissipato beni enormi di cui non ha meriti.

Neanche il caso, l’imponderabile può essere considerato gratuito. Anch’esso si riprende con gli interessi ciò che ci ha donato per puro caso. Per questo è ancora più inverosimile pensare che nel contratto sociale in cui siamo tutti coinvolti si possano compiere gesti di alta gratuità. Nulla è gratis, neanche l’altruismo, né la generosità, per il semplice motivo che le nostre azioni sono mosse esclusivamente dall’interesse. “Il faut toujours – dichiarò Montesquieu_- qu’il y ait une raison qui determine, et cette raison èst toujours une raison d’interet”.

E quindi, assodato che la gratuità del dono non può essere praticata, ora che il tempo dei doni last minute è temporaneamente finito, pensiamo che abbiamo due possibilità per liberarci dal debito contratto con i nostri donatori, anche occasionali, nei recenti convivi: Accettare di essere debitori, pagando pegno con un contro dono o restituire il pacchetto con tante grazie. Liberandoci così dallo stereotipo della gratuità del dono.


Fonti bibliografiche
Il dono è il dramma” –Autore: Cosimo Marco Mazzoni – Ed. Bompiani
Saggio sul dono” – Autore: Marcel Mauss – ed. Piccola biblioteca Einaudi
Le prix de la veritè”- Autore: Marcel Henaff –ed. Seuil

06/01/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

L'Autore

Alba Vastano

"La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re. Non si rende conto che in realtà è il re che è il Re, perché essi sono sudditi" (Karl Marx)


> Articoli con Pietro Antonuccio
> Articoli con Andrea Fioretti
> Articoli con Renzo Pesci
> Articoli con Roberto Villani


La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

APPUNTAMENTI

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: