“L’ho uccisa, perché l’amavo”

Una falsa motivazione, “per amore”, nasconde la barbarie ancestrale del turpe fenomeno del femminicidio.


“L’ho uccisa, perché l’amavo”

Uccisa a bastonate, fermato il marito” è il titolo di cronaca nera apparso su “la Repubblica” del 20 settembre. I particolari in cronaca. Brivido, rabbia, indignazione. Parliamo dell’ultimo femminicidio, consumato fra le pareti domestiche dell’alta borghesia nel Nord del Paese. La mano omicida è di un uomo che odia la propria compagna, la madre dei suoi figli. La odia a tal punto che la massacra a legnate e poi la finisce nello scantinato di una sua proprietà immobiliare.

L’uomo è ricco e famoso. È un affermato professionista, ma è anche un uomo che sta per perdere definitivamente la sua compagna di vita, perché lei ha scelto un altro uomo. E lui, il marito padrone, l’uomo affermato e di prestigio nel sociale, riceve uno smacco troppo forte e non ci sta. E la storia criminale dei femminicidi si allunga, mietendo spesso giovani vite di donne.

È di pochi mesi fa la morte di Sara, la ragazza romana ventiduenne bruciata viva dal suo ex. Il motivo è lo stesso. Aveva lasciato lei il compagno, non troppo affermato socialmente questa volta e carico del peso di un’esistenza fallimentare. Lei, per lui, doveva morire, perché un uomo con la barbarie nascosta nelle sinapsi, non si può lasciare. La storia sbagliata del maschio dominante non lo permette, tantomeno se la vittima tradisce per un altro uomo. Il confronto è invivibile e inconcepibile. Gliel’hanno insegnato i padri e i padri dei padri e dei padri ancora, fino alla notte dei tempi.

Ci sono uomini incapaci di amare se non se stessi, a tal punto di uccidere una donna e di rovinarsi la vita. Un ossimoro che riconduce all’analisi freudiana della tendenza autodistruttiva fra “eros e thanatos”, fra pulsione della vita e pulsione della morte. A quegli uomini gli avi primordiali hanno anche insegnato che lei non può scavalcarlo nella vita sociale, non può mostrare al mondo di essere migliore di lui. Nell’escalation sociale per quegli uomini, che non si emancipano da un marchio antico come il mondo, morboso e brutale che li relega nella barbarie più profonda e nell’angoscia della follia, la donna deve stare a lui almeno un passo indietro, possibilmente relegata al ruolo che una storia ingiusta e crudele le ha assegnato. Assolutamente nell’ombra.

Destinata a mostrare solo a lui le sue grazie, ad accondiscendere alle sue voluttà, ad accudire i suoi figli e la casa. Il ricatto è insito nel contratto silente che lui stabilisce con la malcapitata. In cambio del ruolo, e della tutela da un mondo malvagio e cospiratore, pretende il totale assoggettamento ai suoi voleri, da cui la sua compagna di vita non può uscirne che con la morte. Un becero e iniquo scambio conforme solo a una psicopatia distruttiva. Non avviene solo nei paesi arabi per le maschiliste leggi coraniche, come la cultura occidentale vorrebbe far credere. Avviene da noi, in una Italia, che solo in apparenza ha costumi civili e che si ritiene emancipata e colta. È una maledetta storia che si perpetra in luoghi e in relazioni insospettabili, in cui il maschile è sovrano, a prescindere.

Perfino la nostra grammatica ci si mette a convalidare la supremazia maschilista. Fra due nomi, maschile e femminile, s’insegna agli allievi, che la concordanza con l’aggettivo avviene al genere maschile “Laura e Pietro sono belli”, ché belle sarebbe riduttivo, quasi un’offesa per Pietro. E c’è voluta l’Accademia della Crusca per consentire il femminile di “avvocato”. Mentre “medico”, “ingegnere” o “architetto” non si possono declinare e neanche “sindaco”, che è tutto un contestare, perché “sindaca” non si può dire, è un errore. “Maestro” o “professore” sì. Viene da pensare che il motivo sia il riferimento alla cura storica femminile verso il puer in crescita.

Ma, grammatica a parte, dov’è questa parità, per cui noi donne siamo scese in piazza al grido di “Io sono mia”, se la donna oggi nel ventunesimo secolo viene ancora ammazzata a legnate, o bruciata viva, se rompe una relazione che non vuole più vivere? Qual è il punto di rottura, quello che obnubila la mente di certi uomini, a tal punto da commettere un atto così estremo? Forse è un gene recessivo quello che porta l’uomo ad odiare la donna fino al volerne eliminare l’esistenza? O è una condanna biblica sul corpo delle donne? Quella costola di Adamo e la tentazione della mela nell’Eden quanto sono costati alle donne nel corso della storia?

Qui non si parla più di cultura sì o no, di ceto sociale alto, medio o basso. Di patrimonio cospicuo o di povertà. I femminicidi, ovvero l’uccisione della donna che disobbedisce ai voleri dell’uomo, fino a lasciarlo, danneggiandone un’inspiegabile dignità di maschio, avvengono a prescindere da tutto. Perché?

Di femminicidi e di morbosità ad esso legate ne parlano anche le scrittrici Michela Murgia (nda, nota soprattutto per il saggio didattico Ave Mary, in cui viene evidenziato il marchio storico al femminile della pazienza e dell’obbedienza) e Loredana Lipperini nel romanzo L’ho uccisaperché l’amavo. A dimostrare quanto l’affermazione sia un falso ideologico, un vero ossimoro.

Per quanto della violenza perpetrata sulle donne, fino al “femminicidio”, se ne parli come casi di “singola follia”, l’analisi degli stessi e la frequenza riconduce a un fenomeno sub culturale dilagante e temibile. “Lei non lo rispettava, non lo amava e lo ha tradito. Era una poco di buono’. Se l’è cercata”, si arriva a dire. Smontando tutte le lotte che hanno affrontato le donne per i pari diritti civili e per i diritti umani. Lotte finalizzate anche alla libertà di lasciare l’aguzzino che le mobbizza al punto tale da demolirne la personalità, ritenendole incapaci, dipendenti e inaffidabili.

Un gioco al massacro si stabilisce così nella coppia. Una dinamica devastante, il cui fine è teso all’assoggettamento di un essere umano all’altro. La donna esprime le sue opinioni, magari urlando e disperandosi, l’uomo picchia “duro”, a volte uccide. Alcuni uomini, s’intende. C’è ancora l’idea troglodita nell’immaginario comune che la donna sia oggetto di appartenenza e “va predata”. È ancora lontana presso certe culture dominanti che la donna sia una persona e non una merce di scambio, nonostante la cultura, quella vera, quella sia musicale che artistica e letteraria dimostrino il contrario. Possibile che ancora oggi il ratto di Proserpina, delle Sabine e le Vestali siano molto più accreditate nell’opinione comune del fenomeno delle suffragette e delle femministe degli anni 70, che tanto si sono spese per l’emancipazione femminile?

Femminicidi in Italia (dati Eures). Il movente

Sono oltre 70 le vittime dall’inizio 2016. Ben 43 in un nucleo familiare. In 10 anni 1740, di cui 1251 in famiglia, 846 da un fidanzato, 224 da un ex. I dati dell’ultimo anno, rispetto ai precedenti, sono lievemente in calo, ma l’ottimismo che si estinguano in breve non c’è, anzi si parla nei sondaggi di calo solo temporaneo.

Tre i moventi fondamentali: Il possesso della persona, in percentuale è al 40,9%. Il logoramento del rapporto è al 21,6%. Il disagio della vittima (come avviene per un coniuge molto malato) o psicopatia del carnefice, al 22%.

“Nel 16,7% dei casi, il femminicidio è stato preceduto da "violenze note", l'8,7% delle quali denunciate alle forze dell'ordine. Nel 31,1% delle occasioni l'assassino si è poi tolto la vita, nel 9% ci ha provato senza riuscirci.” (Femminicidi: 76 vittime nei primi otto mesi del 2016 - Agi)

Come interviene lo Stato? Chiude i centri antiviolenza

Ogni volta se ne fa un gran parlare. Il tam tam dei media invade tutti i canali informativi. Ci si indigna, ma a volte è più la morbosità a diventare sovrana al centro della notizia. Tutti i particolari macabri in cronaca. E più sono inquietanti e orripilanti, più sale lo share. Siamo un po’ tutti malati di notizie di cronaca nera. Stare attaccati al monitor, facendo zapping sulle tragedie per scovarne i dettagli da brivido è ormai usuale. Così è stato per l’orribile omicidio della giovane Sara, data al rogo dal fidanzato, così ora per Giulia, la donna ravennate, massacrata dal coniuge famoso. Poi il nulla, tanto clamore per nulla. Fino al prossimo episodio cruento. E lo Stato che fa? Come tutela le donne che denunciano i loro carnefici? Chiude i centri antiviolenza perché non ci sono fondi. E non ne servirebbero molti, perché per lo più gli operatori sono volontari.

Un’altra vergogna della politica neoliberista “made in Italy”. Intanto la maggior parte delle donne che sporgono denuncia per stalking, mobbing e violenze fisiche da parte del compagno, marito o ex, continuano a morire, lasciando spesso anche delle vittime secondarie. I figli, vittime per sempre, perché un destino crudele, di cui è anche complice lo Stato nel non favorire leggi per la tutela delle donne e nel chiudere i centri antiviolenza, si è abbattuto sulla loro vita.

24/09/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alba Vastano

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