L’identità in rete. Alla ricerca del tempo e dello spazio perduti

Nella rete digitale si cerca un riconoscimento effimero e si producono effetti devastanti sull’identità personale.


L’identità in rete. Alla ricerca del tempo e dello spazio perduti

Nella rete digitale si cerca un riconoscimento effimero e si producono effetti devastanti sull’identità personale. La nostra vita connessa naviga in uno spazio parallelo al reale in cui si perdono le directory spazio-temporali. Da Eraclito a sant’Agostino, l’idea del tempo e dello spazio in filosofia. Il concetto di “istantaneità” di Zygmunt Baumann, teorico della società liquida e della postmodernità. La despazializzazione dei luoghi dovuta ai media elettronici e alle piazze virtuali. Il falso potere aggregativo dei network e l’identità sdoppiata.

di Alba Vastano

“In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes”.

“Nel futuro ognuno sarà famoso per un quarto d’ora” o meglio “Ognuno avrà il suo quarto d’ora di fama, nel futuro”. Profetica questa affermazione di Andy Warhol, artista della pop art americana. Una realtà, oggi, fatta da una notorietà effimera preannunciata dallo stravagante artista. Un quarto d’ora soltanto e poi ricadremo nel nulla, lì da dove siamo venuti. Sono gli effetti vacui della fittizia identità nella rete digitale. Tutti ci conoscono, tramite ciò che desideriamo far conoscere di noi. Una copertina patinata della nostra vita, magnifica, quanto irreale.

Irresistibile, ormai, il luccichio della ribalta in cui ci posizioniamo quando siamo connessi. E ci esponiamo con il vestito della festa, con il meglio di noi, della nostra vita. Spente le luci, il click della disconnessione ci fa precipitare nell’anonimato, nel vuoto della nostra vita che, senza quel palcoscenico, perde di vitalità e lucentezza. E torniamo ad essere “uno, nessuno centomila” . Così si corre il forte rischio di perdere la nostra identità reale e di far emergere solo quella virtuale che la connessione in rete ci offre illusoriamente. Ci esaltiamo alla gratificazione dei “mi piace” che corrispondono agli applausi di un pubblico a cui offriamo la parvenza di una vita di successi.

E per ogni “applauso-mi piace” entriamo sempre più, come abbacinati da una luce subdola, nel mondo fittizio del virtuale. Ha una breve durata l’euforia che proviamo nel sentirci accolti e condivisi, ed è come se ci dicessero “ma sei davvero bravo, affascinante e intelligente. Vali e senza di te non possiamo stare. Torna a farci vedere la tua vita. Ti aspettiamo”. Basta un click e spariamo alla vista, così come si chiude il sipario quando lo spettacolo è finito e gli attori tornano nei camerini.

Questa è la rete che tramite i network e la presenza costante e infinita di chi, connesso, gli dà vita, fagocita la nostra identità e la quotidianità, rendendola spesso migliore di quella che è. La rete ci procura costantemente dei fan, di cui è difficile fare a meno. Viviamo connessi e ci spegniamo insieme al click della disconnessione. E’ questa la vita che vogliamo? Chi eravamo nel passato, quando non c’era a far da sovrana la tecnologia hi-tech, quando smartphone e tablet erano “questi sconosciuti”? Quando a tavola con amici non ci veniva in mente di sbirciare permanentemente i msg e controllare quanti “like” sono stati clikkati” sull’ultima immagine del profilo pubblicata sul network più frequentato del pianeta?

Parliamo di Facebook, sì, di quella piazza virtuale talmente vasta, da essere considerata la terza popolazione più vasta del pianeta, dopo la Cina e l’India. E ci si chiede come sia riuscita questa operazione di aggregazione mondiale a sovvertire, anche in pochi anni, il concetto di spazio e tempo, tanto da farcene smarrire le directory storico-geografiche. La nostra vita connessa naviga in un tempo e in uno spazio parallelo al reale ed è perdizione, ed è disconnessione dalla realtà, spazio in cui ormai ci sentiamo spesso a disagio.

L’idea di tempo e spazio in filosofia

Se dovessimo fornire a qualcuno che ce lo chiedesse la definizione del concetto di tempo, probabilmente non sapremmo dare una risposta razionale. Tutti, infatti, presumiamo di sapere cosa sia il trascorrere del tempo, finché non dobbiamo definirlo argomentando semplicemente e nessuna risposta data potrà corrispondere a cosa sia il tempo che passa. Si potrebbe ricorrere alla filosofia per tentare di arginare i limiti e le contraddizioni a cui potremmo andare incontro, parlando del tempo, ma anche qui navigheremmo in acque incerte.

Fu sant’Agostino nelle sue Confessioni a esprimere le sue perplessità sulla definizione del concetto di tempo : “Che cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Se nessuno m’interroga, lo so. Se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so”.

Ed anche Eraclito di Efeso (VI-V secolo a. C) si espresse sul divenire nel tempo. Nei suoi frammenti dice: “Nello stesso fiume entriamo e non entriamo, siamo e non siamo. Si separa e di nuovo si aduna, e sorge e vien meno, si avvicina e si allontana. Il fiume in cui entriamo è lo stesso, ma sempre altre sono le acque che scorrono verso di loro, e anche le anime sono evaporazioni delle acque”. E afferma anche: “Il tempo è un bimbo che gioca con le tessere di una scacchiera, di un bimbo è il regno”.

Per l’idea di spazio, in filosofia, ci si può riferire alla Fisica di Aristotele il quale postula nella sua opera il limite del corpo contenente: “Se dunque il luogo non è ne né forma, né materia, né superficie, che è qualcosa di sempre differente rispetto alla cosa che viene spostata, allora il luogo è necessariamente l’ultima delle quattro che resta, e cioè il limite del corpo contenente, mentre affermo che il corpo che è contenuto è ciò che si muove secondo il movimento locale”. Secondo la teoria aristotelica, il luogo non va assolutamente confuso con il contenitore all’interno del quale stanno i corpi e che esiste indipendentemente dai corpi stessi, in quanto lo spazio non c’è dove non ci sono oggetti materiali. Quindi Aristotele postulava l’inesistenza del vuoto.

Ma di filosofia ragionando si rischia di andar di matto, mentre razionalmente l’idea di spazio e tempo sono le massime directory che si acquisiscono sin dai primissimi anni della nostra vita, per orientarci nello spazio geografico e nella storia dell’umanità. Uniche realtà a cui dovremmo riferirci nel fluire della nostra vita. Chi e come il permanentemente connesso alla piazza virtuale abbia sovvertito spazio e tempo, cambiando finalità e destinazioni, può spiegarcelo la sociologia postmoderna.

Spazio e tempo in chiave sociologica postmoderna

Postmoderno: “termine usato per connotare la condizione antropologica e culturale conseguente alla crisi e all’asserito tramonto della modernità nelle società del capitalismo maturo, entrate circa dagli anni 1960 in una fase caratterizzata dalle dimensioni planetarie dell’economia e dei mercati finanziari, dall’aggressività dei messaggi pubblicitari, dall’invadenza della televisione, dal flusso ininterrotto delle informazioni sulle reti telematiche…” così viene definito il lemma nell’enciclopedia Treccani

Cos’è la postmodernità e cosa intenda superare lo potrebbe spiegare Anthony Giddens (sociologo e politico britannico) che, per definire questa nuova fase antropologica, la chiama anche “modernità radicale”, supponendo un’innovazione, un totale cambiamento rispetto a quella antecedente della “modernità”. Secondo lo studioso i mutamenti che la tarda modernità ha portato, sono strettamente legati alle trasformazioni delle categorie spazio-temporali. “..Anziché fare eccessivo assegnamento sull'idea di `società´ dobbiamo prendere le mosse da un'analisi del modo in cui la vita sociale è ordinata nel tempo e nello spazio”.

Zygmunt Bauman,il sociologo della società liquida, sostiene che con la postmodernità “il rapporto tra tempo e spazio è d’ora in poi mutevole e dinamico, non fisso e preordinato”. Il concetto di “istantaneità” per Baumann si riferisce ad un movimento velocissimo e ad un tempo brevissimo, ma in realtà denota l’assenza del tempo. Il tempo non è “la strada da fare per conseguire certe cose. L’ istantaneità dell’epoca software promuove la svalutazione dello spazio”.

Spazio e tempo nell’era digitale

Ioshua Meyrowitz, professore di comunicazione presso l’Università del New Hampshire, aveva già compreso nel 1985 quanto la diffusione dei media elettronici avrebbe favorito una despazializzazione dei luoghi. La possibilità di connettersi via etere, di comunicare in tempo reale a distanze planetarie, di essere presenti e non presenti fisicamente in un luogo, faceva sì che le persone si avvicinassero, abbattessero sì le distanze, ma non sapessero più localizzare lo spazio reale della loro vita e neanche il tempo esatto delle loro azioni.

Con la rete si acquista, quindi, una sorta di dono dell’ubiquità e con la simultaneità si ha la possibilità di accedere in più luoghi e nello stesso tempo. “L’evoluzione dei media - dice Meyrowitz - ha cambiato la logica dell’ordine sociale, ristrutturando il rapporto tra luogo fisico e luogo sociale e modificando i modi in cui trasmettiamo e riceviamo le informazioni. Sembra che molti americani non sappiano più quale sia il loro posto, perché i media elettronici hanno scisso le componenti del “luogo” tradizionalmente interdipendenti”.

L’identità nella rete e Facebook

La solitudine, la mancanza di riconoscimenti, il non sentirsi adeguati, il silenzio, l’alienazione. Tutto questo in una metropoli. Possibile? Reale? Sì. “Chi sono io, se non sono riconosciuto?”. Succede e fra milioni di persone che occupano lo stesso spazio, nello stesso tempo. Succede, a volte, anche con gli affetti, succede nel lavoro, in famiglia. In rete no, non succede. Almeno apparentemente. Almeno illusoriamente. Ci si connette e sembra di sentire un concerto di voci e sembra di vivere un forte momento di socialità. Sembra che tutti, improvvisamente, si accorgano della nostra presenza.

Succede nel terzo Paese del mondo, in quanto a numeri di abitanti. Succede nel network Facebook, la piazza virtuale più frequentata, nello stesso tempo e nello stesso spazio, alterandone i concetti fisici, da milioni di persone. E si acquisisce una nuova identità, quella che noi desideriamo che sia. E ce la possiamo addirittura scegliere questa nuova, virtuale, ma mistificante identità. Ci si sente improvvisamente sociali, socializzati, riconosciuti, adeguati, integrati, inclusi. E tutto questo in un click.

Quello che la connessione nello spazio virtuale non può darci è la capacità di conoscere in profondità un argomento direttamente, di costruire tutte quelle connessioni che danno origine all’intelligenza personale, al pensiero critico. Frutto, tutto questo, di elaborazioni personali e di contatti reali con le persone. L’identità costruita in rete può degenerare in una personalità potenzialmente sdoppiata, in comportamenti compulsivi che solo uno psicoterapeuta, infine, potrebbe risolvere.

E tutto questo per quel quarto d’ora di celebrità a cui tutti aspiriamo, per sentirci attori della nostra vita, dimenticando che è lo spettatore che fa il teatro o che, spesso, i grandi uomini stanno dietro le quinte. Click.

Fonti:

Bauman Z. (1999), Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari. Bauman Z. (2005), Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari.

Giddens A. (1994), Le conseguenze della modernità, il Mulino, Bologna

26/12/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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Alba Vastano

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