Le radici filosofiche del marxismo

Dall’analisi degli scritti del giovane Lukács degli anni venti emerge una interpretazione critica e antidogmatica del marxismo, incentrata sul metodo dialettico e sul rapporto fra teoria e prassi


Le radici filosofiche del marxismo Credits: https://www.lacittafutura.it/cultura/per-lukacs-seconda-parte

Segue da: “Lukács, la dialettica e la rivoluzione

György Lukács ritiene che l’innovazione fondamentale apportata dal marxismo, la sua peculiarità metodologica non consista tanto nella preminenza data agli aspetti strutturali (economico-sociali), rispetto a quelli sovrastrutturali (culturali in senso lato), ma piuttosto nel metodo dialettico che è in grado di comprendere la realtà nella sua complessità, nella sua totalità organica, ma al contempo contraddittoria al proprio interno. Il giovane Lukács contrappone questa concezione di ispirazione decisamente hegeliana all’economia politica (borghese) che Karl Marx critica proprio per la concezione intellettualistica e astorica di quest’ultima, che la porta a indagare singoli aspetti della società capitalistica, tendendo a naturalizzarli, senza svilupparne né una visione d’insieme, né un’indagine critica degli aspetti progressivi e regressivi del modo di produzione capitalistico, nelle sue differenti fasi di sviluppo. Come osserva a tal proposito Lukács: “a questo aspetto Marx attribuisce un’importanza decisiva nella sua lotta contro l’economia politica borghese, la quale considera isolatamente i singoli elementi del processo economico, costruendo poi dall’‘azione reciproca’ di questi elementi il sistema dell’economia, riesce sì a spiegare in che modo la produzione si svolge entro dati rapporti, ma è incapace di spiegare come questi rapporti sorgano e, quindi, come nasca quel processo storico che produce i rapporti stessi. Perciò sia l’economia politica che la sociologia sono incapaci di spingersi anche concettualmente oltre l’ambito dei presupposti che presiedono alla produzione così come essa avviene nella società borghese” [1]. I veri marxisti, al contrario dei sociologi, secondo Lukács – pur considerando l’isolamento, mediante il processo analitico di astrazione, degli elementi di un modo di produzione e la trattazione di particolari complessi problematici all’interno di specifiche branche della ricerca un risultato dello sviluppo storico dell’indagine scientifica, in qualche modo necessario – considerano questa partizione intellettualistica e, al contempo, come un semplice strumento per rendere accessibile la comprensione dell’intero, riducendone la complessità nei suoi diversi momenti semplici. D’altra parte secondo Lukács – dal punto di vista marxiano, decisamente debitore dell’impostazione filosofica hegeliana – la conoscenza di un aspetto particolare, di un singolo settore dell’oggetto complessivo della ricerca scientifico-filosofica deve essere necessariamente considerato come un primo parziale momento della comprensione dell’intero, un momento ancora astratto, privo di un proprio significato autonomo, a meno di non essere reintegrato nel contesto complessivo che presuppone e all’interno del quale esclusivamente assume il suo vero significato. Perciò, a parere di Lukács, per il marxismo non vi può essere “in ultima analisi una scienza autonoma del diritto, dell’economia, della storia, ecc., ma soltanto una scienza unica ed unitaria – storico-dialettica – dello sviluppo della società come totalità” (Lukács, Storia, pp. 36-37). In quanto le diverse scienze colgono esclusivamente un determinato aspetto della realtà, astraendo dagli altri e non cogliendone, in tal modo, il significato che assume nell’economia generale e nel rapporto con gli altri aspetti della totalità organica di cui è parte.

Le rilevanti conseguenze politiche che ha avuto la mancata comprensione del concetto hegeliano di mediazione e il conseguente tentativo di sostituire al tormentato processo dialettico del sapere un sapere immediato come quello auspicato dai romantici, basato principalmente su sensazioni e sentimenti, sono analizzate da Lukács, a un livello di maggiore astrazione filosofica, in due saggi dei primi anni venti dedicati a due padri del socialismo non marxista: Ferdinand Lassalle e Moses Hess. Lukács intende mostrare come un’interpretazione dogmatica nel caso di Lassalle e il rifiuto mediato da Ludwig Feuerbach della filosofia hegeliana nel caso di Hess, abbiano fatto perdere di vista a entrambi una delle conquiste più importanti della filosofia classica tedesca, che non a caso sarà fondamentale per la teoria marxiana, ovvero “la possibilità metodologica di riconoscere e comprendere la realtà sociale del presente nella sua effettualità e nondimeno di comportarsi nei suoi riguardi criticamente” (Lukács, Scritti, pp. 279-80).

Così, da una parte chi come Lassalle restava fideisticamente aggrappato all’hegelismo finiva con il perdere l’unità della teoria con la prassi – riducendo quest’ultima all’irrazionalità dell’arbitrio individuale della Realpolitik – dall’altra chi come Hess si rifaceva al preteso sviluppo da parte di Feuerbach della filosofia hegeliana, non potendo abbandonare il piano dell’immediatezza, finiva con il travisare del tutto il nucleo concretamente rivoluzionario del processo di sviluppo sociale, finendo con il sostituirvi un’utopia meramente astratta. A parere di Lukács, infatti, contrariamente alle apparenze, “ogni utopismo astratto, proprio là dove esso è astrattamente utopico, deve necessariamente fare all’empiria superficiale concessioni maggiori di quanto faccia un effettivo realismo dialettico: deve insomma assolutizzare le forme transitorie del presente, ancorare l’evoluzione a questi momenti del presente, diventare reazionario” (Lukács, Scritti, p. 254). Tanto in Lassalle quanto in Hess l’errore fondamentale derivava, come mostra Lukács, dall’aver creduto di poter ridurre la complessa dialettica oggettiva hegeliana del processo storico a una fumosa e del tutto campata in aria dialettica “speculativa” [2]. Dunque tanto Lassalle che Hess non avrebbero, come denuncia il giovane Lukács, fatto altro che estrapolare e ipostatizzare alcuni aspetti del pensiero di Hegel finendo per renderli – una volta contrapposti alla totalità della sua visione filosofica del mondo – soggettivi e arbitrari. In questo modo andava perduto ciò che Lukács considerava l’aspetto fondamentale della filosofia hegeliana, ovvero il suo dimostrarsi capace di concepire “le forme dell’oggettività della società borghese nella loro duplicità, nella loro contraddizione: cioè come momenti di un processo in cui l’uomo (...) nell’alienazione torna a sé, al punto in cui le contraddizioni della sua esistenza sono acuite al massimo e arrivano a produrre la possibilità oggettiva del rovesciamento, del superamento delle contraddizioni stesse” (Lukács, Scritti, p. 295).

In conclusione dunque, Marx – al contrario di Lassalle e Hess – grazie a una ripresa non dogmatica della filosofia hegeliana, è divenuto in grado di cogliere secondo il giovane Lukács, di contro sia ai presunti superatori in senso rivoluzionario sia dinanzi agli altrettanto presunti fedeli continuatori dello hegelismo, il grandioso “realismo” della riflessione di Hegel, “il suo rifiuto di qualsiasi utopia, il suo tentativo di concepire la filosofia come espressione speculativa della storia stessa e non come filosofia sulla storia” (Lukács, Scritti, p. 256). Il riferimento agli opposti e pur identici errori teoretici e, quindi, anche politici di Hess e Lassalle, permette allora a Lukács di puntualizzare il rapporto di Marx con le sue più dirette radici filosofiche.

L’articolo prosegue e si concluderà nel numero 287 de “La città futura”, on-line a partire dal 13 giugno.

Note:

[1] György Lukács, Scritti politici giovanili 1919-1928, Laterza, Bari 1972, pp. 33-34. D’ora in poi citato come (Lukács, Scritti, p. x).
[2] Come ha osservato acutamente Lukács: “il fatto che nessuno dei giovani hegeliani radicali possedesse nemmeno lontanamente le cognizioni economiche di Hegel, e ancor meno fosse in grado di meditare a fondo sullo sviluppo economico avvenuto nel periodo successivo, è un sintomo che sta a dimostrare quanto poco essi abbiano capito il punto saliente della dialettica storica di Hegel, e quanto poco abbiano intravisto dove stava celato l’aspetto fecondo e proseguibile dei suoi problemi” (Lukács, Scritti, p. 300).

17/05/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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