Lenin e la lotta al centralismo burocratico

I mezzi necessari a contrastare la tendenza alla burocratizzazione delle funzioni direttive sono, in primo luogo, l’ispezione operaia e contadina, in secondo luogo la formazione costante di chiunque abbia ruoli dirigenziali.


Lenin e la lotta al centralismo burocratico Credits: http://russiaintranslation.com/2018/01/25/morte-lenin-mistero-scomparsa-leader-comunista/

Onde evitare e contrastare i frequenti rischi di una tendenza a burocratizzare l’amministrazione – particolarmente perniciosi in un paese come l’ex impero russo dove tale tendenza era stata troppo a lungo incoraggiata, tanto da finire con l’essere considerata naturale – Lenin ritiene che se anche “un comunista è un amministratore, il suo primo dovere è di guardarsi dalla propensione per il comando, di saper prima di tutto tener conto dei risultati acquisiti dalla scienza, di chiedere in primo luogo se i fatti sono stati verificati, di ottenere in primo luogo che si studi (nei rapporti, sulla stampa, nelle riunioni, ecc.) dove abbiamo commesso un errore, e di correggere, su questa base soltanto, quanto si è fatto” [1].

Quindi, secondo Lenin, lo stesso spirito rivoluzionario dimostrato dai comunisti sul piano politico andrebbe utilizzato per vagliare, alla luce delle ragioni della costruzione del socialismo, un apparato amministrativo altrimenti dominato dalla stantia tradizione burocratica. Solo così si potrà arginare la tendenza al centralismo burocratico con il suo astratto intellettualismo. Perciò, a parere di Lenin, “bisogna combattere contro qualsiasi tendenza a fare tutto sullo stesso stampo, e contro i tentativi di uniformare dall’alto, cosa a cui sono così propensi gli intellettuali. Lo stereotipare e l’uniformare dall’alto non hanno nulla a che vedere con il centralismo democratico e socialista. L’unità in ciò che è fondamentale, capitale, essenziale, non è lesa, è al contrario assicurata dalla varietà nei dettagli, nelle particolarità locali, nel modo di trattare la questione, nei procedimenti per applicare il controllo, nei mezzi per sterminare e rendere innocui i parassiti” [2]. Anche perché, pure in questo campo, le passate tradizioni e i costumi da troppo tempo dominanti sono estremamente difficili da superare, al punto che Lenin sconsolato osserva: “in tutti i campi delle relazioni sociali, economiche e politiche noi siamo ‘terribilmente’ rivoluzionari. Ma quando si tratta di rispettare i gradi, di osservare le forme e i riti amministrativi, il nostro ‘rivoluzionarismo’ è spesso sostituito dal più stantio tradizionalismo” [3].

L’alleggerimento dell’apparato burocratico appare, quindi, a Lenin una necessità assoluta, per consentire quel rapido sviluppo dei mezzi di produzione, indispensabile a resistere nel processo di transizione al socialismo in una situazione di isolamento internazionale e di grave arretratezza dal punto tanto strutturale che sovrastrutturale. Perciò, sottolinea Lenin, “soltanto epurando al massimo il nostro apparato, riducendolo al massimo tutto ciò che non è assolutamente necessario saremo veramente in grado di resistere. Inoltre, saremo in grado di resistere non già restando al livello di un paese a piccola economia contadina, al livello di questa limitatezza generale, ma a un livello che immancabilmente si eleverà fino alla grande industria meccanica” [4].

Per contrastare la tendenza al burocratizzarsi della funzione direttiva Lenin ritiene indispensabile lo strumento del controllo proletario, tanto che il progetto della sua regolamentazione è parte delle primissime misure prese immediatamente dopo la rivoluzione dal Consiglio dei commissari del popolo, diretto da Lenin, nei celebri Decreti di novembre. Del resto il primo Progetto di regolamento del controllo operaio è scritto da Lenin già il 26 o 27 ottobre del 1917 del calendario giuliano, corrispondenti al 8 o 9 novembre 1917 del calendario gregoriano. In esso Lenin prescrive che “in tutte le imprese industriali, commerciali, bancarie, agricole e altre, con non meno di cinque operai e impiegati (complessivamente), o con un giro d’affari di non meno di 10.000 rubli all’anno, si instaura il controllo operaio sulla produzione, sulla conservazione e sulla compra e la vendita di tutti i prodotti e le materie prime” [5].

A tale decisiva commissione di controllo, che sarà in seguito ridenominata ispezione operaia e contadina, sarà necessario dare i più ampi poteri per intervenire e contrastare nel modo più efficace tale tendenza, senza farsi scrupoli di utilizzare metodi, se necessario, extralegali. Osserva a questo proposito Lenin, prevenendo le solite ipocrite accuse delle anime belle socialdemocratiche occidentali, “negli organismi dell’Europa occidentale simili proposte susciterebbero uno sdegno inaudito, un sentimento di indignazione morale, ecc.; ma io spero che non siamo ancora burocratizzati a tal punto da essere così suscettibili. La NEP non ha ancora potuto conquistarsi un così grande rispetto che ci si possa scandalizzare al solo pensiero che qualcuno possa essere colto sul fatto. La Repubblica sovietica è stata creata da così poco tempo e vi si è ammonticchiato un tal mucchio di ciarpame di ogni genere che è poco probabile che a qualcuno venga in mente di scandalizzarsi al pensiero che si possa frugare in questo mucchio ricorrendo a qualche astuzia, mediante esplorazioni che talvolta devono risalire a origini abbastanza lontane o seguire vie traverse; e se a qualcuno venisse in mente di scandalizzarsi possiamo essere certi che gli rideremo tutti dietro di cuore” [6].

Anzi Lenin ritiene necessario, per contrastare le tendenze burocratiche, anche contravvenire alla regola generale di mantenere distinti ed evitare ogni fusione o confusione fra gli organismi del partito comunista e le istituzioni dello Stato sovietico. Ecco, dunque, Lenin domandarsi, sempre a proposito della decisiva funzione di controllo dell’ispezione operaia e contadina: “perché dunque, per un organismo con funzioni così ampie, il quale inoltre deve essere straordinariamente duttile nelle forme della sua attività, non ammettere un tipo particolare di fusione, cioè quella dell’organismo di controllo di partito con l’organismo di controllo sovietico?” [7].

Dunque, per Lenin, l’inventario e il controllo proletario sono strumenti cardine per la decisiva lotta di classe con le forze che mirano a contrastare lo sviluppo del processo di transizione al socialismo. Nota a tale proposito Lenin, nel suo scritto relativo ai compiti immediati del potere sovietico: “la lotta contro la borghesia entra in una nuova fase, in cui, precisamente, il centro di gravità diviene l’organizzazione dell’inventario e del controllo. Solo per questa via possono essere consolidate tutte le conquiste economiche strappate al capitale e tutte le misure di nazionalizzazione dei vari settori dell’economia nazionale, da noi realizzate dopo l’ottobre, e solo per questa via può essere preparato il successo finale della lotta contro la borghesia, cioè il pieno consolidamento del socialismo” [8].

D’altra parte, lo sviluppo della transizione al socialismo dipende dalla capacità del proletariato di acquisire le competenze necessarie a divenire classe dirigente. Dal momento che la società socialista non si potrà realizzare, in particolare nelle condizioni arretrate dove i rivoluzionari si erano affermati, è indispensabile che in particolare la classe operaia divenga in grado di dirigere lo Stato. Altrimenti la dittatura del proletariato è destinata a rimanere un mero concetto astratto e nella realtà al massimo si potrà realizzare la dittatura del partito rivoluzionario. Ma, proprio perché la società socialista si potrà realizzare solo quando effettivamente si realizzerà la dittatura del proletariato, Lenin spinge da subito per praticare l’obiettivo, per quanto contraddittorio del controllo operaio.

Dunque, facendo il bilancio del primo anno di transizione al socialismo, Lenin nel suo discorso al VI Congresso straordinario dei Soviet di tutta la Russia, tenuto il 6 novembre 1918, ha chiarito questo aspetto asserendo: “noi non abbiamo decretato di colpo il socialismo in tutta la nostra industria, perché il socialismo può organizzarsi e consolidarsi solo quando la classe operaia abbia imparato a dirigere, solo quando le masse operaie abbiano rafforzato la loro autorità. Senza di questo il socialismo è soltanto un pio desiderio. Pertanto abbiamo introdotto il controllo operaio, ben sapendo che si trattava di una misura contraddittoria e incompleta, ma è pur necessario che gli operai s’impegnino da sé nella grande opera di creare l’industria in un paese immenso, senza gli sfruttatori e contro gli sfruttatori” [9].

Si tratta, dunque, di superare in primo luogo l’atavica irrisolutezza del proletariato ereditata da secoli di oppressione, affinché sviluppi la propria capacità di iniziativa autonoma in primo luogo nel campo dell’organizzazione e, poi, in tutti gli ambiti della vita politica e civile. Per quanto concerne, in particolare, la necessità di superare l’atavica mancanza di risolutezza del proletariato osserva Lenin: “gli operai e i contadini sono ancora ‘timidi’, non sono abituati all’idea che essi sono ora la classe dominante, e non sono ancora abbastanza risoluti. La rivoluzione non poteva dare di colpo queste qualità a milioni di uomini che la fame, la miseria avevano costretto tutta la vita a lavorare sotto il bastone. Ma ciò che precisamente fa la forza, la vitalità e l’invincibilità della Rivoluzione d’Ottobre 1917 è che essa suscita queste qualità, abbatte tutte le vecchie barriere, spezza i legami vetusti, fa entrare i lavoratori nella via dove creano essi stessi la nuova vita” [10]. Solo in questo modo diverrà possibile superare una volta per tutte “il vecchio pregiudizio assurdo, selvaggio, infame, abominevole secondo il quale soltanto le cosiddette ‘classi superiori’, soltanto i ricchi e coloro che sono passati per la scuola delle classi ricche possono dirigere lo Stato e l’edificazione organizzativa della società” [11]. Quindi, solo dopo aver sconfitto tali antiche credenze purtroppo introiettate dallo stesso proletariato, sviluppando la capacità dei subalterni di esercitare un’iniziativa autonoma, questi ultimi potranno prendere coscienza della necessità di prepararsi a svolgere il ruolo di classe dirigente.

D’altra parte, tali difficoltà appaiono insormontabili solo dal punto di vista del pessimismo della ragione, mentre spostando l’accento sull’ottimismo della volontà non possono sfuggire i veri e propri “miracoli” prodotti dell’entusiasmo rivoluzionario. Come osserva, a tal proposito, Lenin: “se, dovunque, si trasmetterà risolutamente e coscienziosamente ai proletari e ai semiproletari il lavoro amministrativo, si svilupperà nelle masse un entusiasmo rivoluzionario senza pari nella storia, e le forze del popolo nella lotta contro le calamità si svilupperanno a tal segno che molte cose, le quali paiono impossibili alle nostre meschine, vecchie forze burocratiche, diverranno attuabili per le forze di una massa di milioni di uomini che cominciano a lavorare per sé e non, sotto il bastone, per i capitalisti, per i signori, per i funzionari” [12].


Note

[1] V. I. Lenin, Il piano economico unico [febbraio 1921], in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 562.

[2] Id., Come organizzare l’emulazione? (gennaio 1918), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 292.

[3] Id., Meglio meno, ma meglio [marzo 1923], in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 606.

[4] Ivi: 612.

[5] Id., Progetto di regolamento del controllo operaio (novembre 1917), in Sulla rivoluzione… cit., p. 276.

[6] Id., Meglio meno… cit., in Sulla rivoluzione… cit., p. 604.

[7] Ivi: 606.

[8] Id., Sei tesi sui compiti immediati del potere sovietico (aprile-maggio 1918), in Sulla rivoluzione… cit., p. 322.

[9] Id., Discorso al VI congresso straordinario dei Soviet di tutta la Russia (novembre 1918), in Sulla rivoluzione… cit., p. 637.

[10] Id., Come organizzare… cit., in Sulla rivoluzione… cit., p. 288.

[11] Ivi: p. 287.

[12] Id., I bolscevichi conserveranno il potere statale? (settembre 1917), in Sulla rivoluzione… cit., p. 245.

23/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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