Lenin e la lotta contro la tendenza a gestire in modo burocratico la funzione direttiva

Lenin pone l’accento sulla necessità che la nuova classe dirigente, nella fase della transizione al socialismo, contrarsi in ogni modo la tendenza a svolgere tale funzione in modo burocratico.


Lenin e la lotta contro la tendenza a gestire in modo burocratico la funzione direttiva Credits: https://pixabay.com/it/photos/lenin/

Uno dei principali problemi della transizione al socialismo consiste nel costante rischio di un burocratizzarsi dell’espletamento della funzione direttiva. Tanto più che, secondo Lenin, l’autorità di quest’ultima non può derivare da una qualche rendita di posizione, ma solo può fondarsi sulla capacità da essa dimostrata di indagare i fondamenti teorici di ogni problema pratico, individuando gli strumenti più razionali e, dunque, più adeguati per risolverlo.

Da questo punto di vista svolgono una funzione essenziale lo studio, quale prerequisito per lo svolgimento di una funzione direttiva e il controllo operaio per impedire che quest’ultima si sclerotizzi burocratizzandosi. Come osserva a tal proposito Lenin: “per rinnovare il nostro apparato dobbiamo a ogni costo porci il compito, in primo luogo, di imparare; in secondo luogo di imparare; in terzo luogo, di imparare, e poi di controllare ciò che si è imparato, affinché la scienza non rimanga lettera morta o frase alla moda (…); affinché la scienza diventi realmente carne della nostra carne, sangue del nostro sangue, affinché essa diventi in modo completo e reale parte integrante della nostra vita. In una parola, dobbiamo avanzare non le esigenze che avanza la borghesia dell’Europa occidentale, ma quelle che sono degne di un paese che si è posto il compito di divenire un paese socialista” [1]. A corollario di ciò, aggiunge Lenin, per sottolineare il necessario rapporto dialettico, per un comunista, della teoria con la prassi “dobbiamo collegare la nostra educazione con la lotta dei lavoratori contro gli sfruttatori per aiutare i primi ad assolvere i compiti che scaturiscono dalla dottrina del comunismo” [2].

Un esempio particolarmente nefasto di dirigismo, più autoritario che autorevole, si manifestava in relazione alla delicata questione del ruolo del sindacato nella transizione al socialismo. Anche in tal caso, infatti, tendeva ad affermarsi una posizione denunciata come burocratica da Lenin, in quanto si fissava intellettualisticamente e, dunque, unilateralmente su di un singolo aspetto, per quanto importante, della questione, ossia che all’interno di uno Stato operaio i sindacati avrebbero dovuto mutare radicalmente la propria funzione, non essendoci più bisogno di difendere i lavoratori da una borghesia ormai sconfitta. In realtà, come ricorda Lenin, non solo la lotta di classe continua necessariamente lungo tutta la transizione al socialismo e, anzi, in tale fase tende addirittura ad accentuarsi, ma lo stesso Stato operaio sovietico è affetto da una non trascurabile “deformazione burocratica”.

In tale situazione il proletariato deve necessariamente reagire e, addirittura, difendersi dal proprio Stato e l’avanguardia organizzata nel Partito deve sostenerlo in tale lotta, se intende conquistarlo durevolmente alla difesa dello Stato socialista. Tanto più che, l’utopismo dottrinario e astratto di Trotsky, lo spingeva a pretendere di poter risolvere la questione sindacale considerando lo Stato della Rivoluzione non per quello che effettivamente era, ossia uno Stato operaio-contadino, ma piuttosto per quello che avrebbe dovuto essere, ovvero uno Stato operaio. Quindi secondo Trotsky, osservava contrariato Lenin: “in uno Stato operaio la funzione dei sindacati non è di difendere gli interessi materiali e spirituali della classe operaia”. A tale considerazione Lenin rispondeva piccato: “è un errore. Il compagno Trotski parla di uno ‘Stato operaio’. Scusate, ma questa è una astrazione. Quando, nel 1917, noi parlavamo di uno Stato operaio, ciò era comprensibile: ma oggi, quando ci si viene a dire: ‘Perché difendere la classe operaia, da chi difenderla, visto che non c’è più borghesia, visto che lo Stato è operaio’, si commette un errore palese” [3], scambiando le proprie aspirazioni soggettive con la dura realtà oggettiva.

Allo stesso modo, Lenin polemizza con l’astratto dottrinarismo di Bucharin che, su tale questione, tendeva ad avere la stessa posizione soggettivistica di Trotsky. Osserva a tal proposito Lenin: “il programma del nostro partito, documento che l’autore dell’Abbiccì del comunismo conosce assai bene, mostra che il nostro Stato è uno Stato operaio con una deformazione burocratica. E noi abbiamo dovuto apporgli questa triste, come dire?, etichetta. Eccovi il periodo di transizione nella sua realtà. Dunque, in uno Stato che si è formato in condizioni concrete di questo genere, i sindacati non avrebbero niente da difendere, se ne potrebbe fare a meno per difendere gli interessi materiali e spirituali del proletariato interamente organizzato? È un ragionamento del tutto errato dal punto di vista teorico, che ci riporta nel campo dell’astrazione o dell’ideale che raggiungeremo tra quindici o vent’anni; e non sono neppure certo che lo raggiungeremo entro questo termine. Dinanzi a noi vi è una realtà che conosciamo bene se non cadiamo in preda all’euforia, se non ci lasciamo trasportare da discorsi intellettualistici o da ragionamenti astratti o da ciò che talvolta sembra ‘teoria’, ma in realtà è errore, errata valutazione della particolarità del periodo di transizione” [4].

Quindi, di contro a tali posizioni astratte e dottrinarie, Lenin ribadisce che i sindacati sono una forma necessaria di organizzazione della classe, non solo in epoca capitalista, ma anche nella fase di transizione al socialismo. Per dirla con Lenin, infatti, “i sindacati non sono soltanto l’organizzazione storicamente necessaria del proletariato industriale, ma anche l’organizzazione storicamente inevitabile di questo proletariato, che, nelle condizioni della dittatura del proletariato, viene da essa quasi interamente reclutato” [5]. Dunque, nella fase di transizione al socialismo il sindacato svolge una duplice funzione essenziale, in quanto secondo Lenin: “i sindacati creano il legame dell’avanguardia con le masse (…) Dall’altro lato, i sindacati sono la ‘riserva’ del potere statale” [6].

Egualmente astratta e, dunque, errata è la posizione opposta e altrettanto unilaterale dei dirigenti del sindacato che si illudevano che quest’ultimo potesse essere l’organo attraverso cui la classe esercitava la propria dittatura, costruendo il proprio Stato. Per Lenin, al contrario, non può essere il sindacato a esercitare direttamente la dittatura di classe in quanto “non soltanto da noi, in uno dei paesi capitalistici più arretrati, ma anche in tutti gli altri paesi capitalistici, il proletariato è ancora così frazionato, umiliato, qua e là corrotto (proprio dall’imperialismo in certi paesi), che l’organizzazione di tutto il proletariato non può esercitare direttamente la sua dittatura. Soltanto l’avanguardia che ha assorbito l’energia rivoluzionaria della classe può esercitare la dittatura. In tal modo si forma una specie di ingranaggio. E questo meccanismo è la base stessa della dittatura del proletariato, l’essenza del passaggio dal capitalismo al comunismo” [7].

Quindi, a parere di Lenin, il sindacato pur non potendo divenire l’organo della dittatura del proletariato costituisce un termine medio indispensabile fra l’avanguardia della classe organizzata nel partito e il potere dello Stato. “Accade – infatti, osserva a questo proposito Lenin – “che il partito assorba, per così dire, l’avanguardia del proletariato e quest’avanguardia eserciti la dittatura del proletariato. Ma se non si hanno fondamenta, quali i sindacati, è impossibile esercitare la dittatura, adempiere le funzioni dello Stato. Bisogna adempierle per tramite di diverse istituzioni, anch’esse di tipo nuovo, e precisamente per tramite dell’apparato sovietico” [8].

Partito e sindacato sono, dunque, realtà – secondo Lenin – da tenere ben distinte anche se bisogna sforzarsi di stabilire fra loro una “simbiosi”, per realizzare la quale “bisogna sapersi servire delle misure del potere statale per difendere da questo potere statale gli interessi materiali e spirituali del proletariato” [9]. Dal momento che il potere è gestito, per conto di un proletariato ancora incapace d’autogoverno, dalla sua avanguardia organizzata nel Partito, quest’ultimo potrà rappresentare la dittatura del proletariato solo se mediante una cinghia di trasmissione sarà in costante contatto con i sindacati che organizzano la grande maggioranza dei lavoratori. In altri termini, per dirla con Lenin “non è possibile realizzare la dittatura senza alcune ‘cinghie di trasmissione’ che colleghino l’avanguardia alla massa della classe avanzata, e quest’ultima alla massa dei lavoratori” [10]. Il sindacato, pur essendo un’organizzazione della classe proletaria dominante – durante la transizione al socialismo – non è un apparato dello Stato, ma una struttura della società civile per cui non può operare in modo coercitivo o burocratico nei confronti dei lavoratori, ma deve proporsi “di educare, di far partecipare, di istruire”. In altri termini, il sindacato deve configurarsi come “una scuola che insegna a dirigere, ad amministrare” [11], una vera e propria scuola di comunismo.

In questa prospettiva la necessità di contrastare la tendenza delle funzioni direttive a sostanzializzarsi in apparati burocratici deve, a parere di Lenin, andare di pari passo con il costante approfondimento teorico non solo delle problematiche da affrontare, ma del proprio stesso ruolo. Tanto che Lenin domanda provocatoriamente: “è opportuno unire lo studio con l’esercizio delle proprie funzioni? Mi pare che non solo sia opportuno ma obbligatorio. In generale, nonostante il nostro atteggiamento rivoluzionario, verso i princìpi sui quali poggiano gli ordinamenti degli Stati europei occidentali, noi siamo riusciti a lasciarci contagiare da tutta una serie dei più dannosi e ridicoli pregiudizi, e in parte il contagio ce l’hanno di proposito portato i nostri cari burocrati, i quali hanno intenzionalmente speculato sul fatto che sarebbero riusciti a far buona pesca nelle torbide acque di questi pregiudizi, e vi sono riusciti a tal punto che fra noi solo coloro che sono completamente ciechi non hanno visto come questa pesca era largamente praticata” [12].

Proprio, perciò, Lenin insiste molto sul fatto che il centralismo democratico che deve praticare l’avanguardia, ossia il Partito, non può essere confuso con la centralizzazione e uniformazione dall’alto, di stampo burocratico; l’unità d’azione dell’avanguardia, del Partito, non è affatto negata da Lenin, ma a suo parere essa può svilupparsi solo mediante la capacità di individuarsi concretamente nella soluzione di precisi compiti pratici. In altri termini, afferma Lenin: “meno presunzione intellettualistica e burocratica, più studio di ciò che la nostra esperienza pratica, al centro e alla periferia, ci offre e di ciò che la scienza ci ha già offerto” [13].


Note

[1] V. I. Lenin, Meglio meno, ma meglio [marzo 1923], in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 598.

[2] Id., I compiti delle associazioni giovanili [ottobre 1920], in Sulla rivoluzione… cit., p. 537.

[3] Id., I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotski [dicembre 1920)], in Sulla rivoluzione… cit., p. 545.

[4] Ivi, p. 546.

[5] Ivi, pp. 540-411

[6] Ivi, p. 542.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, pp. 541-42.

[9] Ivi, in Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1966, vol. 32, p. 15.

[10] Ivi, in Sulla rivoluzione… cit., p. 543.

[11] Ivi, in Opere… cit., p. 10.

[12] Id., Meglio… cit., in Sulla rivoluzione… cit., p. 606

[13] Id., Il piano economico unico [febbraio 1921], in Sulla rivoluzione… cit., p. 563.

16/02/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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