Lenin e le difficoltà della transizione al socialismo

Le difficoltà generali della costruzione di uno Stato socialista e le difficoltà particolari della sua realizzazione, per la prima volta nella storia, in un paese solo e, per giunta, arretrato.


Lenin e le difficoltà della transizione al socialismo Credits: https://www.lacittafutura.it/unigramsci/lenin-2

Le amare esperienze fatte dopo la Rivoluzione in un paese arretrato e rimasto isolato a livello internazionale, per il mancato estendersi del processo rivoluzionario ai paesi a capitalismo avanzato, inducevano Lenin a rimettere in discussione la precedente teoria della transizione, sviluppata in base alle suggestioni della Comune di Parigi, che lo avevano portato ad asserire: “il potere sovietico è un nuovo tipo di Stato, senza burocrazia, senza polizia, senza esercito permanente, che sostituisce la democrazia borghese con una nuova democrazia, una democrazia che pone in primo piano l’avanguardia delle masse lavoratrici, rendendole capaci di esercitare il potere legislativo, il potere esecutivo e la difesa militare, e crea un apparato che può rieducare le masse” [1].

Dunque, questa concezione che doveva rivelarsi ben presto utopista, secondo la quale sarebbe stato sufficiente spezzare lo Stato borghese per sostituirlo con la democrazia proletaria, aveva in un primo momento contagiato lo stesso Lenin che, in polemica con Kautsky, asseriva: “in Russia invece l’intero apparato burocratico è stato spezzato, di esso non è rimasta pietra su pietra, tutti i vecchi giudici sono stati rimossi, il parlamento borghese è stato sciolto, e proprio agli operai e ai contadini è stata data una rappresentanza molto più accessibile. Essi hanno sostituito i funzionari con i loro Soviet o hanno posto i loro Soviet al di sopra dei funzionari. Sono i loro Soviet a eleggere i giudici” [2].

D’altra parte, dinanzi alle difficoltà incontrate nel realizzare tali alte ambizioni – in una realtà di enorme arretratezza della società civile e delle forze produttive – che prevedevano un potere diretto esercitato dalle masse rivoluzionarie in grado di spazzare via le strutture dello Stato borghese a partire dalla burocrazia e dall’esercito stabile, Lenin osserva amaramente ma, al contempo, realisticamente: “in Russia tutto questo è appena cominciato, e cominciato male. Se noi prendiamo coscienza di quello che c’è di male in ciò che abbiamo cominciato, riusciremo a superarlo, se la storia ci darà la possibilità di lavorare per un periodo di tempo sufficiente a perfezionare questo potere sovietico” [3].

Del resto, a differenza di quanto sostiene anche un autorevolissimo studioso di tali problematiche, come Domenico Losurdo [4], le aspettative di Lenin – come del resto già quelle di Marx – sulla possibilità di realizzare in tempi relativamente brevi le istituzioni dello Stato socialista non sono tanto frutto di utopismo, quanto di un’esperienza e prospettiva storica necessariamente limitata alla sola esperienza, peraltro brevissima, della Comune. Così è Lenin stesso a chiarire la differenza fra la propria posizione e quella degli “utopisti” che “si sono sempre sforzati di ‘scoprire’ le forme politiche nelle quali doveva prodursi la trasformazione socialista della società”. Allo stesso modo Lenin ci tiene a marcare al contempo la differenza fra la propria posizione e quella degli “anarchici” che “si sono disinteressati della questione delle forme politiche in generale”. Mentre, infine, “gli opportunisti dell’odierna socialdemocrazia hanno accettato le forme politiche borghesi dello Stato democratico parlamentare come un limite al di là del quale è impossibile andare; si sono rotti la testa a furia di prosternarsi davanti a questo ‘modello’ e hanno tacciato di anarchico ogni tentativo di demolire queste forme” [5].

Di contro a tali posizioni, Lenin sottolinea come i comunisti, invece, hanno dovuto essenzialmente creare ex novo le istituzioni del nuovo e storicamente inedito Stato socialista nel fuoco della lotta, avendo quale unico riferimento il limitato precedente storico della Comune. Per tanto, anche su questa complessa questione, Lenin intende attenersi al metodo marxiano: “senza cadere nell’utopia, Marx aspettava dall’esperienza di un movimento di massa la risposta alla questione: quali forme concrete avrebbe assunto questa organizzazione del proletariato come classe dominante e in che modo precisamente questa organizzazione avrebbe coinciso con la più completa e conseguente conquista della democrazia?” [6]. Già in Marx, dunque, non vi è, sottolinea Lenin “un briciolo di utopismo; egli non inventa, non immagina una società ‘nuova’. No, egli studia, come un processo di storia naturale, la genesi della nuova società che sorge dall’antica, le forme di transizione tra l’una e l’altra. Egli si basa sui fatti, sull’esperienza del movimento proletario di massa e cerca di trarne insegnamenti pratici. Egli ‘si mette alla scuola’ della Comune, come tutti i grandi pensatori rivoluzionari non esitavano a mettersi alla scuola dei grandi movimenti della classe oppressa, senza mai far loro pedantemente la ‘morale’”[7].

Lenin, quindi, si rendeva benissimo conto che non era possibile edificare una società socialista “con le mani pulite dei socialisti puri, che devono nascere ed essere educati in una società comunista” [8], ma – nel corso di una lotta all’ultimo sangue con i vecchi assetti economici, etici e sociali – occorreva partire dalle macerie della società precedente, dalla cui barbarie e dai cui pregiudizi anche il materiale umano che si accingeva all’opera era necessariamente condizionato. In altri termini, il materiale umano con cui è necessario edificare il socialismo non è stato possibile approntarlo in precedenza, ma è quello ancora pesantemente condizionato dalla precedente società. Va, inoltre, considerato che “il cadavere della società borghese non può essere rinchiuso nella bara e seppellito. Il capitalismo abbattuto imputridisce, si decompone in mezzo a noi, infettando l’aria con i suoi miasmi, avvelenando la nostra vita, afferrando quanto c’è di nuovo, fresco, giovane, vivo con i mille fili e legami di ciò che è vecchio, putrido, morto” [9]. Tanto che, ricorda Lenin, “è questa società comunista appena uscita dal seno del capitalismo, e che porta ancora sotto ogni rapporto le impronte della vecchia società, che Marx chiama la ‘prima’ fase inferiore della società comunista” [10].

Del resto, la stessa avanguardia della classe egemone del nuovo blocco sociale dominante nella transizione al socialismo non è priva dei difetti e delle debolezze ereditate dalla società zarista e ciò vale, a maggior ragione, se si considerano le classi lavoratrici nel loro complesso “oppresse, abbrutite, strette per secoli nella morsa della miseria, dell’ignoranza, della barbarie” [11]. Tale situazione è particolarmente grave in un paese a maggioranza contadina come la Russia, dal momento che le masse agricole non hanno potuto formarsi nella lotta metropolitana in cui è possibile acquisire, almeno in parte, la cultura moderna. Tanto che, osserva a tal proposito Lenin: “il proletariato – voi lo sapete benissimo – non è esente dai difetti e dalle debolezze della società capitalistica. Esso lotta per il socialismo e al tempo stesso combatte le sue proprie manchevolezze. La parte migliore, l’avanguardia del proletariato, che per decenni ha condotto una lotta disperata nella città, ha potuto nel corso di questa lotta far sua tutta la cultura delle città e delle capitali, e in una certa misura l’ha assimilata. Sapete che anche nei paesi più progrediti la campagna è sempre stata condannata all’ignoranza. Naturalmente noi eleveremo il livello culturale nelle campagne, ma per far questo occorreranno anni e anni” [12].

Ricapitolando, Lenin ritiene che “possiamo (e dobbiamo) cominciare a costruire il socialismo non con un materiale umano fantastico e creata appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. La cosa è senza dubbio molto ‘difficile’, ma ogni altro modo di affrontare il problema è così poco serio che non vale la pena di parlarne” [13].

Si tratta, dunque, di sviluppare una teoria ed una pratica della transizione in larghissima parte inedite, dal momento che le precedenti analisi o si fermavano ai lineamenti generali o scadevano nell’utopismo. Come osserva Lenin: “di tutti i socialisti che hanno scritto a questo proposito non riesco a ricordare nessuna opera o nessuna frase di socialisti illustri circa la futura società socialista in cui si parli della pratica, concreta difficoltà che si troverà di fronte la classe operaia dopo aver preso il potere, quando dovrà affrontare il compito di trasformare tutta la somma di cultura, di cognizioni e di conquiste tecniche accumulata dal capitalismo, e che ci è storicamente necessaria, da strumento del capitalismo in strumento del socialismo. Ciò è facile a enunciarsi in una formula generica, in una contrapposizione astratta, ma nella lotta contro il capitalismo che non muore subito e, anzi, tanto più furiosamente resiste quanto più è vicino alla morte, questo compito è di una estrema difficoltà” [14].

Perciò, Lenin diviene sempre più sospettoso verso ogni disquisizione teorica, verso ogni parola d’ordine astratta che non abbia superato l’implacabile tribunale della pratica concreta. L’unica impostazione efficace per risolvere le difficoltà della transizione è l’analisi della situazione concreta, esaminando anzitutto i limiti di quanto è stato fatto per risolvere le differenti problematiche rimaste irrisolte, elaborando proposte concrete. Lenin nota, perciò, come ogni marxista dotato di buon senso che abbia scritto sulla transizione non abbia “mai lontanamente pensato che potessimo, in base a una qualche ricetta già bella e pronta, creare immediatamente e fissare con un sol colpo di bacchetta le forme di organizzazione della nuova società” [15].

Si tratta, al contrario, di costruire le nuove istituzioni socialiste nel corso stesso dell’opera, “provando questa o quella istituzione, osservandola alla luce dell’esperienza, verificandola con l’esperienza collettiva generale dei lavoratori, e, soprattutto, con l’esperienza dei risultati della sua attività, dobbiamo farlo subito, nel corso stesso del lavoro e per di più mentre si svolge una lotta disperata e una furiosa resistenza da parte degli sfruttatori, che diventano sempre più furiosi quanto più ci avviciniamo al momento in cui potremo estirpare definitivamente gli ultimi denti guasti dello sfruttamento capitalistico” [16]. Per far ciò non sono sufficienti i soli esperti, gli intellettuali che pur formulando consigli e direttive essenziali al lavoro pratico “si rivelano sino al ridicolo, sino all’assurdo, vergognosamente ‘impotenti’, incapaci di ‘attuare’ questi consigli e queste indicazioni, di applicare un controllo pratico perché la parola si trasformi in azione. Ecco dove in nessun caso si potrebbe fare a meno dell’aiuto e della funzione dirigente degli organizzatori pratici, usciti dal ‘popolo’, dagli operai e dai contadini lavoratori. (…) È venuto appunto quel momento storico in cui la teoria si trasforma in pratica, viene vivificata dalla pratica, corretta, verificata dalla pratica” [17].


Note

[1] V.I. Lenin, Rapporto sulla revisione del programma e il cambiamento della denominazione del partito tenuto al VII congresso straordinario del PC(b)R (marzo 1818), in Sulla rivoluzione socialista, Edizioni Progress, Mosca 1979, p. 313.
[2] Id., La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky [ottobre-10 novembre 1918], in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 376.
[3] Id., Rapporto…, op. cit., Sulla rivoluzione… op. cit., p. 313.
[4] Cfr. Domenico Losurdo, Utopia e stato d’eccezione, Laboratorio politico, Napoli 1996 e Id., Fuga dalla storia?, La Città del sole, Napoli 1999.
[5] V.I. Lenin, Stato e rivoluzione [agosto-settembre 1917], Opere complete, Editori Riuniti, Roma 1966, vol. 25, p. 407.
[6] Ivi, p. 394.
[7] Ivi, pp. 400-01.
[8] Id., Rapporto sul lavoro nelle campagne tenuto al VIII congresso del PC(b)R (23-3-1919), in Opere..., cit., vol. 29, p. 187.
[9] Id., Lettera agli operai americani (agosto 1918), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 352.
[10] Id. Stato e… op. cit., in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 180.
[11] Id., Lettera… op. cit., in Opere…, cit., vol. 28, p. 72.
[12] Id., Rapporto sul lavoro nelle campagne tenuto al VIII congresso del PC(b)R (marzo 1919), in Sulla rivoluzione… op. cit., pp. 390-91.
[13] Id., L’“estremismo”, malattia infantile del comunismo [aprile-maggio 1920], in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 456.
[14] Id., Discorso al I congresso dei consigli dell’economia nazionale (maggio 1918), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 330.
[15] Ivi, p. 327.
[16] Ivi, pp. 326-27.
[17] Id., Come organizzare l’emulazione? (Dicembre 1917), in Sulla rivoluzione… op. cit., p. 291.

05/01/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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Renato Caputo

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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