Lukács e la reificazione

A parere del giovane Lukács il compito dell’unificazione del dualismo di soggetto e oggetto – oscuramente avvertito e lasciato cadere da Kant – viene ripreso da Hegel, il quale se da un lato interpreta il criticismo come la filosofia della scissione per eccellenza, dall’altro è ben lungi dall’addossarne la causa all’arbitrio o ai limiti del filosofo Kant.


Lukács e la reificazione

A parere del giovane György Lukács il compito dell’unificazione del dualismo di soggetto e oggetto – oscuramente avvertito e lasciato cadere da Kant – viene ripreso da Hegel, il quale se da un lato interpreta il criticismo come la filosofia della scissione per eccellenza, dall’altro è ben lungi dall’addossarne la causa all’arbitrio o ai limiti del filosofo Kant. Per Hegel, la situazione di lacerazione investe anzitutto la realtà effettuale dell’epoca: essa è essenzialmente un dato storico, che si riflette fin dentro lo stesso statuto teorico della filosofia. Opportunamente Lukács cita il celebre passo della Differenza fra il sistema filosofico di Fichte e quello di Schelling: “il bisogno della filosofia sorge quando dalla vita degli uomini scompare il potere dell’unificazione e gli opposti hanno perduto la loro interazione e relazione vivente, e sono diventati autonomi” [1]. Bisogno della filosofia sta qui a indicare l’esigenza della conciliazione, la fluidificazione e l’unificazione delle opposte determinazioni mantenute rigide dall’intelletto. È questo il luogo della distinzione tra intelletto e ragione e, insieme, del sorgere del metodo dialettico e del concetto di totalità concreta: “gli opposti – dice Hegel – che prima trovavano espressione sotto forma di spirito e materia, anima e corpo, fede e ragione, libertà e necessità, ecc. ed in altri modi ancora all’interno di sfere più limitate, e che attiravano su di sé tutto il peso degli interessi umani, con il progresso della cultura, hanno assunto la forma dell’opposizione tra ragione e sensibilità, intelligenza e natura, e per il concetto universale, tra soggettività assoluta ed oggettività assoluta. L’unico interesse della ragione è sopprimere queste opposizioni che si sono irrigidite. Questo suo interesse non significa che essa si opponga in generale alla contrapposizione ed alla delimitazione; infatti, lo sviluppo necessario è un fattore della vita che si forma in un eterno contrapporsi: e la totalità è possibile, nella sua massima vitalità, solo attraverso la ricomposizione a partire dalla massima separazione” [2].

Il programma, che Hegel, attraverso la Fenomenologia, porterà a termine con la Logica è già chiaramente delineato. Per Lukács il grande merito di Hegel consiste nell’aver guadagnato l’identità di soggetto e oggetto tramite la dialettica insita nel divenire storico; egli ha individuato nella storia il luogo della genesi delle determinazioni logiche, riconducendo a unità la dicotomia di necessità e libertà, di essere e pensiero ecc..

Ma di quale soggetto si discorre nella filosofia hegeliana? L’accusa di mitologia concettuale è il fondamento dei due rilievi critici mossi da Lukács al pensiero hegeliano. Con il primo è messa in discussione la sua filosofia della storia, perché egli ha posto a suo fondamento lo spirito del mondo che, con le sue determinazioni particolari (lo spirito dei popoli), muove gli eventi storici, agendo alle spalle degli uomini e al di fuori della loro consapevolezza (astuzia della ragione). Sebbene Hegel, impiegando l’astuzia della ragione, abbia colto realisticamente l’effettivo svolgimento storico – che fino ad allora era sfuggito alla coscienza e al dominio concreto degli uomini –, tuttavia “non va dimenticato che l’«astuzia della ragione» può essere qualcosa di più di una mitologia, solo se la ragione reale è stata scoperta ed indicata realmente e concretamente. Allora essa è una geniale spiegazione dei gradi non ancora coscienti della storia” [3].

Il secondo rilievo discende direttamente dal primo: poiché l’identità di soggetto e oggetto non si realizza nella storia, Hegel è costretto a trovarla al di là e al di fuori di essa: “la storia non può formare il corpo vivente della totalità del sistema: essa diventa una parte, un momento del sistema totale che culmina nello «spirito assoluto», nell’arte, nella religione e nella filosofia. Ma in misura troppo grande la storia è elemento naturale di vita, l’unico elemento di vita possibile del metodo dialettico, perché un simile tentativo possa aver successo” [4].

L’istanza unificatrice suprema, rappresentata dalla filosofia, avviene perciò a livello puramente teoretico. Si crea un’ambiguità di fondo tra la genesi storica della categorie dialettiche e la loro ipostatizzazione nello spirito assoluto; si sfocia così nell’ipotesi, difficilmente comprensibile per Lukács, di una fine della storia e della consacrazione dell’esistente. Il divario tra storia e spirito assoluto fa ricadere il pensiero hegeliano nell’atteggiamento contemplativo e, quindi, nella dualità di soggetto e oggetto, riproducendo a livello più alto le antinomie del pensiero borghese.

 

Note:

[1] Lukács, György, Storia e coscienza di classe [1923], traduz. di G. Piana, introduz. di M. Spinella, Milano, SugarCo Edizioni 1967, p. 183.

[2] Ivi, pp. 186-87.

[3] Ivi, p. 193.

[4] Ivi, p. 194.

01/04/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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