Manuali Fascisti - Parte VI

Prosegue l’analisi di alcuni testi scolastici diffusi in epoca fascista.


Manuali Fascisti - Parte VI

Prosegue l’analisi di alcuni testi scolastici, diffusi in epoca fascista, sulle più vistose omissioni e censure storiche operate dalla propaganda di allora.

Segue da Manuali Fascisti - parte V

di Lelio La Porta

 

MANUALI UTILIZZATI

P. Silva, Corso di storia ad uso dei licei ed istituti magistrali, Messina, 1940

N. Rodolico, Sommario storico per licei ed istituti magistrali, Firenze, 1937

N. Rodolico, Sommario storico per licei ed istituti magistrali in letture di documenti contemporanei, Firenze, 1959

Manaresi, La civiltà contemporanea, Torino, senza data

Lizier, Corso di storia per licei ed istituti magistrali, Milano, 1940

L. Simeoni, Corso di storia per licei ed istituti magistrali, Bologna, 1940

A. Bazzola, Roma, Torino, senza data

F. Cognasso, Storia d’Italia per licei ed istituti magistrali, storia contemporanea, Torino, 1935

N. Cortese, Corso di storia per licei ed istituti magistrali, Firenze, 1942

A. Valori – U. Toschi, L’età contemporanea, Torino, 1927

 

23. LA GUERRA D’ETIOPIA

L’impresa etiopica, avviata nell’ottobre del 1935, viene rappresentata nel modo seguente da Silva (pag. 432), da Rodolico (manuale del 1937, pag. 343) e da Bazzola (pag. 277).

La sera del 9 maggio 1936-XIV il popolo italiano conseguiva il meritatissimo premio della lunga e dura lotta [la guerra d’Etiopia, n.d.c.]. In un’adunata di popolo (…) il Duce dal Palazzo Venezia dava comunicazione delle leggi fondamentali che creavano l’Impero, e le commentava con le scultorie affermazioni: “Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’Impero, lo feconderà col suo lavoro, e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa suprema certezza, levate in alto, legionari, le insegne, il ferro, i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma”. Era dunque la guerra, fatta all’Italia da una coalizione, capeggiata dall’Inghilterra, guerra ingenerosa, poiché combattuta senza scendere in campo e senza affrontare pericoli, guerra ipocritamente legittimata da un principio di giustizia e di pace, sotto cui si celavano interessi di grandi Potenze, fanatismi di pacifismo isterico in buona o in mala fede e in particolar modo odi di sette e di partiti democratici internazionali contro il Fascismo.

Nel volume di Bazzola compaiono passi tratti da autori contemporanei; ci sembra significativo il passo seguente, da un articolo scritto nel 1936 da Alessandro Lessona, docente universitario e già Ministro delle Colonie, uno che, tanto per intenderci, sosteneva la necessità di “impedire ogni mescolanza con gli indigeni” e ogni “promiscuità sociale”.

L’Italia fascista (..) sentì di non potersi sottrarre alla legge che scaturiva dalle esigenze della sua vita. Sentì la fatalità del dilemma: o divenir coloniale o rinunziare agli obblighi verso se stessa, abdicando al proprio rango di grande potenza. Il colonialismo divenne necessità e dovere per la Nazione, divenne espressione necessaria dello Stato corporativo fascista.

Alla base della politica estera del fascismo ci fu l’ideologia antipacifista e guerrafondaia che considerava la guerra quale momento decisivo nel movimento di espansione della nazione verso la grandezza e il prestigio, verso l’acquisizione di una dimensione imperialista che, se non si manifestò nelle forme classiche della penetrazione economica e finanziaria, pure fu decisiva dal punto di vista della prerogativa dell’intervento dello Stato. Il “pacifismo isterico” di potenze quali Francia ed Inghilterra era in realtà la preoccupazione, non del tutto infondata, a leggere le cose con il senno del poi, che una guerra di aggressione in quel momento avrebbe potuto sconvolgere gli equilibri internazionali accelerando un processo - peraltro già avviato dall’occupazione della Manciuria da parte dei giapponesi - di avvicinamento ad un nuovo conflitto di carattere mondiale.

Aveva scritto Mussolini: “Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda in generale l’avvenire e lo sviluppo dell’umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né all’utilità della pace perpetua” (La dottrina del fascismo, Firenze, 1936; il testo fu redatto nel 1932). Più chiaro di così! D’altronde i conti tornano: la guerra d’Etiopia fu uso indiscriminato di armi chimiche, devastazioni di villaggi, repressione capillare di ogni movimento di resistenza. Nei testi scolastici del periodo non c’è nulla di tutto questo. Così come nulla si dice della legislazione apertamente razziale imposta all’Etiopia, un vero e proprio regime di apartheid. Di certo procedeva secondo i “desiderata” del Duce l’educazione dell’Italiano nuovo, fosse esso impegnato in Etiopia oppure sui banchi di un qualsiasi Istituto medio-superiore dell’Italia del tempo!

 

24. LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA

I passi seguenti, tratti da Rodolico (manuale del 1959, pag. 340), da Bazzola (pagg. 274-275) e da Cortese (pag. 527), cercano di chiarire le motivazioni dell’intervento fascista nella guerra civile spagnola (1936-1939).

Altro motivo ad allontanare l’Italia dalla Francia e dall’Inghilterra fu dato dalla guerra e dalla rivoluzione di Spagna, dove nell’aprile del 1931, era stata proclamata la repubblica. La costituzione ebbe carattere democratico-sociale spiccatamente antireligioso. La stolta e feroce persecuzione contro il clero, gli atti di fanatica intolleranza contro la libertà di coscienza provocarono la reazione popolare nazionale del luglio del 1936, reazione che fu sostenuta dall’esercito capitanato dal generale Francisco Franco. Scoppiò la guerra civile che si protrasse fino al marzo del 1939.

Mentre l’Italia si dava alacremente a riordinare e a mettere in valore l’Impero, nella Spagna repubblicana e democratica la coscienza nazionale, offesa dalle violenze sanguinose dei partiti ch’erano al governo, si rivoltava infine nel luglio del 1936. Ne seguì una lunga guerra fratricida tra i nazionali, capitanati dal generale Franco, e i governativi, fra i quali prevalevano i comunisti e gli anarchici.

[…]

L’aperto intervento russo, seguito da quello dei partiti comunisti e democratici di molti paesi d’Europa, indusse l’Italia fascista a schierarsi con i suoi volontari, con le sue armi, con la sua aviazione al fianco di Franco. Anche la Germania mandò ai nazionali soccorsi, specialmente di aviazione. Tre anni durò la guerra. Ma alla fine del marzo 1939 Franco, dopo la caduta di Barcellona e di Madrid, potè annunziare la fine vittoriosa della lotta. Ancora una volta il comunismo era piegato.

(…) il nuovo regime repubblicano aveva piegato sempre più verso sinistra, distruggendo piuttosto che edificando, ed una reazione in senso moderato del paese era stata soffocata da una nuova rivoluzione, che aveva dato il potere ad un “fronte popolare”, aperto alle influenze degli estremisti ed incapace di reprimere le loro continue barbariche violenze. Il regime bolscevico stava per essere imposto con un colpo di Stato, quando alla metà di luglio del 1936, capitanata dal generale Francesco Franco e sostenuta da una parte dell’esercito e dagli elementi sani del paese, scoppiò una rivoluzione nazionale.

L’unico modo per smascherare menzogne, omissioni e censure è raccontare come andarono veramente le cose. Le elezioni del febbraio del 1936 videro vittorioso il Fronte Popolare (socialisti, anarchici e comunisti) che ottenne 270 deputati contro i 150 della destra e del centro. Fu formato un governo di repubblicani di sinistra, appoggiato dall’esterno da socialisti e comunisti, in grado di riavviare l’esperienza riformatrice di due anni prima. Contro questo governo legittimo, in quanto democraticamente eletto, si sollevò l’esercito spagnolo di stanza in Marocco e comandato da Francisco Franco. Ebbe così inizio la guerra civile. Fu la prima guerra in cui si manifestò esplicitamente la distinzione fra chi era al fianco della democrazia e chi combatteva per il fascismo. Mentre la Germania nazista e l’Italia fascista inviarono massicci aiuti in uomini e mezzi ai franchisti, la Francia e l’Inghilterrra tentennarono nell’invio di aiuti ai repubblicani, fino ad abbandonarli del tutto; soltanto l’Urss inviò materiali e non uomini, proprio per non insospettire inglesi e francesi che avrebbero potuto accusarla di eccessiva ingerenza negli affari spagnoli. I repubblicani furono appoggiati da 35.000 volontari antifascisti provenienti da 53 paesi ed inquadrati nelle Brigate internazionali. Giova ricordare a qualcuno che questi volontari non erano tutti comunisti? La guerra si concluse con la vittoria di Franco (che rimase al potere fino alla sua morte avvenuta nel 1975) il quale scatenò una terrificante repressione al termine della quale si contarono più di 100.000 condanne a morte eseguite. Sembra proprio che, al contrario di quanto sostenuto nei manuali fascisti, le responsabilità della sinistra nella guerra civile spagnola siano ridotte a zero; e se per “elementi sani” del paese si intendono militari golpisti, allora la menzogna è completa!

 

25. ITALIA E GERMANIA

Sia Silva (pagg. 440-441 e 444-445) sia Bazzola (pag. 306) affrontano le questioni relative all’avvicinamento progressivo alla seconda guerra mondiale.

I problemi imposti da questa in Europa non si potevano risolvere artificialmente, creando Stati che dovevano essere continuamente puntellati dal prestigio e dagli aiuti materiali di Stati protettori; e viceversa non si possono chiudere gli occhi al fatto concreto e di anno in anno più imponente che Italia e Germania erano due elementi indispensabili per la creazione di una nuova Europa.

[…]

In primo luogo la situazione intollerabile in cui Inghilterra e Francia misero l’Italia col promuovere la politica delle sanzioni (1936) durante il conflitto con l’Etiopia, segnò il distacco definitivo da ogni partecipazione italiana ad iniziative delle potenze occidentali; in secondo luogo in quel medesimo anno 1936, il prevalere in Francia, nelle elezioni e quindi al governo, di un’alleanza tra partiti di estrema sinistra (Fronte popolare) ebbe l’effetto di inasprire i rapporti con le potenze totalitarie (Italia e Germania), e di far orientare la politica francese verso la Russia. Seguì l’intervento franco-russo in Ispagna contro i nazionalisti di Franco, e i volontari italiani e tedeschi. Si determinò allora la necessità di una più stretta unione tra Italia e Germania.

Di fronte agli egoismi e alle sopraffazioni delle potenze ricche, che le volevano condannate a una perpetua minorità politica ed economica, Italia e Germania si trovavano nelle stesse condizioni: entrambe erano grandi e civili nazioni, con un nobilissimo passato e vigorose capacità produttive; entrambe erano povere, prolifiche, sovrapopolate e bisognose di espansione; entrambe infine avevano creato attraverso una rivoluzione un nuovo Stato lo Stato autoritario, che è la negazione così dei regimi liberal-democratici come del regime bolscevico russo.

Il 22 maggio del 1939 il Ministro degli Esteri italiano Galeazzo Ciano e quello tedesco Joachim von Ribbentropp firmavano un accordo fra Italia e Germania (il cosiddetto Patto d’acciaio) con cui, sottolineate le affinità ideologiche fra i due regimi, si prevedeva l’aiuto reciproco in caso di pericolo di sicurezza per uno dei due contraenti. A tre anni di distanza dall’Asse Roma-Berlino (24 ottobre 1936), che è quello di cui si parla nei testi manualistici, il Patto vincolava definitivamente l’Italia alla Germania e, per quest’ultima, rappresentava un decisivo passo avanti verso il conflitto mondiale quale esito necessario di tutta la sua politica estera. Da notare alcune particolarità nei testi: si insiste a parlare di “intervento franco-russo” in Spagna quando, come già è stato fatto notare, soltanto i sovietici mandarono materiale bellico per i repubblicani; il Fronte Popolare francese era in realtà un cartello delle sinistre caratterizzato da un’esplicita impostazione antifascista al quale aderirono anche i comunisti, uscendo dal loro isolamento; ancora una volta, con accezione positiva, Italia e Germania vengono definite “potenze totalitarie”; come chiaramente messo in evidenza da Bazzola, lo Stato autoritario è il contrario del liberalismo, della democrazia e del socialismo: l’autore evita di trarre la conseguenza, ossia che lo Stato autoritario fascista è la negazione, quindi, di ogni libertà.

 

 

 

 

 

 

27/10/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Lelio La Porta

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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