Dal Musée d’Orsay al Vittoriano: i "fuoriclasse" dell'impressionismo

Il complesso del Vittoriano accoglie la mostra dal titolo "Impressionisti tête à tête" proponendo una sessantina di opere.


Dal Musée d’Orsay al Vittoriano: i "fuoriclasse" dell'impressionismo

Il complesso del Vittoriano accoglie la mostra dal titolo "Impressionisti tête à tête"(Ottobre 2015 - Febbraio 2016) proponendo una sessantina di opere, prese in prestito dal Musée d’Orsay di Parigi, che mettono in risalto la genialità e la straordinarietà di artisti che hanno dato un significativo contributo alla pittura moderna e contemporanea.

di Federica Orlandi

Il complesso del Vittoriano spalanca, questa volta, le proprie porte all'impressionismo francese, mediante una mostra curata da Xavier Rey e Ophélie Ferlier, rispettivamente conservatore del dipartimento di pittura e conservatore del dipartimento di scultura del Museo D'Orsay. Tale mostra si apre con una sezione interamente dedicata agli autoritratti dei vari artisti, i quali erano soliti rappresentarsi "all'opera". L’atelier de la rue La Condamine di Bazille rappresenta il dipinto "clou" di questa sezione, ovvero il più adatto e il più funzionale a testimoniare questo affascinante intento, poiché ritrae vari artisti (tra cui lo stesso Bazille), il loro rapporto di confidenza e intimità e la loro riverenza nei confronti di grandi maestri dell'impressionismo come Monet; il "tributo" a questo grande pittore è testimoniato dalla natura morta presente all'interno della bottega che funge da sfondo dell'opera.

Affrontando la tematica dell'allestimento, è opportuno sottolineare che le opere presenti non sono proposte in ordine cronologico, bensì sono raggruppate per tematiche, poiché l'obiettivo sembra essere quello di interpretare le opere impressioniste come opere prettamente moderne, frutto di un'attenzione posta sulla mondanità e su tutto ciò che, di fatto, circondava gli artisti, i quali, a modo loro, amavano le innovazioni e sapevano distaccarsi dal tradizionalismo di un'arte da Salon che imponeva dei rigidi canoni.

Sarebbe stato forse preferibile allestire la mostra proponendo le opere in ordine cronologico, così che il pubblico potesse rendersi conto dell'evoluzione che ha contraddistinto i singoli artisti nel corso della loro produzione. In questo modo si sarebbe potuto comunque conservare l'intento di mettere in luce i punti di contatto tra l'impressionismo e l'arte contemporanea – poiché si tratta di un intento intrinseco alle stesse opere d'arte – ma al contempo si sarebbe garantita una linearità che avrebbe potuto aiutare i meno esperti in campo artistico ad orientarsi in un'epoca piuttosto vasta che si estende dal 1860 al 1920 circa.

Al di là di queste critiche, peraltro marginali, è necessario sottolineare l'accortezza dei curatori nel selezionare delle opere che possono essere considerate esemplari, delle vere e proprie icone che rendono giustizia all’indiscutibile grande spessore dell’arte impressionista. Le pitture esposte sono tematicamente orientate a rappresentare quella "limpida verità" che artisti come Manet, Degas, Renoir, ecc., miravano a far trasparire dalle loro opere. La ricerca di un’assoluta aderenza a ciò che veniva considerato “realtà” e “verità” è testimoniata in primo luogo dalla realizzazione di una pittura "en plein air".

La tecnica sopra citata permette all'artista di entrare in uno stretto rapporto con la natura e la realtà circostante fino a coglierne il particolare, il dettaglio che finisce per svolgere un ruolo essenziale all'interno di un dipinto. Abbiamo ad esempio la piega di un abito o una leggera sfumatura, elementi apparentemente marginali che però, se analizzati con attenzione, assumono un'importanza decisiva nello stesso godimento estetico che queste opere producono. Uno dei maggiori antecedenti storici di questa "tecnica della verità" può esser considerato lo stesso Leonardo da Vinci, il quale sosteneva di dipingere soltanto ciò che si manifestava nella sua semplicità e integrità davanti ai propri occhi.

Ciò che emerge è, dunque, l'intento di una tecnica che si potrebbe anche definire "fotografica", ovvero che si propone l'obiettivo di immortalare un soggetto o, più in generale, un momento fugace del tempo, quasi come se gli artisti volessero in qualche modo appropriarsi di una situazione e renderla un ricordo, il più possibile, concreto.

Inoltre è opportuno sottolineare l'importanza del chiaroscuro, del cromatismo e, appunto, del modo in cui i colori acquistano una funzione essenziale all'interno di un'opera. Il cromatismo dunque, già fondamentale per artisti come Delacroix, diviene un altro punto cardine dell'impressionismo. Il dipinto ad olio su tela La viscontessa de Poilloüe, esposto nell'ultima sezione, può essere considerato un esempio tutt'altro che scontato di una tale concezione impressionista della pittura. Il rosso vivido del vestito e l'ornamento floreale a esso annesso, infatti, divengono funzionali alla comprensione di una modernità che si estende anche al campo della moda. Ed è proprio in relazione alla modernità che viene proposto, sulle mura di una sezione dell'ala Brasini, l'aforisma del naturalista Émile Zola:“Le loro opere sono vive perché le hanno prese nella vita e le hanno dipinte con tutto l’amore che provano per i soggetti moderni”.

Un'altra opera che testimonia l'importanza della decorazione è la Donna con caffettiera di Paul Cézanne. D'altra parte, però, tale dipinto ad olio su tela – considerato uno dei più significativi della mostra – mette in risalto la semplicità, la mancanza di profondità dello spazio e un'anomala prospettiva, le quali fanno sì che quest'opera riporti l'attenzione sull'universale piuttosto che sul particolare. Quest’opera si pone su una linea diversa e per molti versi opposta a quella predominante nell’impressionismo di cui abbiamo parlato in precedenza, tanto che può essere considerata un’antecedente della pittura cubista.

In conclusione, senza concentrarsi ulteriormente sulle singole opere – poiché si rischierebbe di perdere di vista la complessità e il fascino che promana dalla mostra nel suo insieme – è opportuno sottolineare ancora l’alta qualità dei capolavori pittorici esposti, i quali, appunto per la loro bellezza, sono in grado di far passare in secondo piano anche carenze o imperfezioni nell’organizzazione e nell’allestimento della mostra. Tutti coloro che pensano di non poter ammirare a breve tali opere nella loro sede originale, dunque, non dovrebbero farsi sfuggire questa preziosa occasione, la quale può rappresentare un'ottima alternativa a quanto di mediocre e "commerciale" viene troppo spesso proposto.

06/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Federica Orlandi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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