Oltre il giardino

Nel bosco delle parole dimenticate, il silenzio è la fine.


Oltre il giardino

COMO. Le donne cancellate non si dimenticano se c’è memoria. “Donne cancellate” è il titolo di una mostra che deve essere vista. Curata dal fotografo Gin Angri, ha per soggetto l’archivio dell’ex Ospedale Psichiatrico Provinciale di Como. Il periodo temporale considerato va dal 1882 al 1948. L’immenso archivio di quello che fu per molti anni uno tra i più grandi manicomi italiani è conservato a Lodi. Sebbene non ancora catalogato è in condizioni tali che non subisca il deterioramento del tempo. Riportarlo nella sede originale, nei magazzini della collina di san Martino dove ancora ci sono gli enormi edifici dei reparti dell’ex OPP, significa rischiare di metterlo alla mercé di muffe e insetti.

La cittadina ai confini con il Canton Ticino non ha ancora deciso cosa farne di un patrimonio in quasi totale disuso. Infatti, a parte vecchi padiglioni concessi in uso a una comunità di alloggio per la riabilitazione di ex-tossicodipendenti e qualche altra costruzione per uffici del servizio sanitario locale adesso trasferiti altrove, c’è un piccolo immobile utilizzato dalla redazione di “Oltre il giardino”, un periodico di cronache e testimonianze dal disagio mentale al benessere.

La redazione, coordinata dal fotografo Gin Angri e dal poeta Mauro Fogliaresi, è costituita da persone con disabilità che con questa formula di “giornaleterapia” realizzano quello che loro stessi con ottima ragione definiscono “un bacio pudico di singolare bellezza”. In questi spazi ognuno ha i suoi “colori”: oltre la scrittura creativa ci sono la musica, il teatro, le occasioni di incontro anche per discutere il futuro di tutta quest’area che pareva destinata a diventare il campus per le due università di Como, ma un pezzo di università (il Politecnico dipendenza del Poli di Milano) ha chiuso.

Manicomio addio. A 40 anni dalla legge Basaglia, una legge giusta, hanno pensato alla mostra dedicata alle “donne cancellate”, ricoverate e alle quali venne negato di affrontare la vita. Anche durante due guerre mondiali e l’oscurantismo del periodo fascista. Manicomio: fabbrica e fattoria, una città nella città. Elettrostimolazioni, elettroshock, malattia e disagi sociali definiti patologie necessitanti l’internamento. Manicomio: la memoria di ciò che fu può insegnarci qualcosa per raggiungere il profondo di persone vive, prima delle storie scritte su cartelle cliniche polverose?

Mi piace concludere con una frase scritta da Franco Basaglia: “Per poter veramente affrontare la malattia, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dallistituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?” (in Il problema della gestione, 1968).

24/11/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Guido Capizzi

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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