Un cigno palestinese

Tareq aveva lo sguardo perso, si guardava intorno, voleva una spiegazione alla morte, era un giorno di festa, non c’era la guerra…


Un cigno palestinese

Ero uscito nel cortile, come mia solita abitudine, a sentire il silenzio della notte, a godermi la solitudine. Guardavo i riflessi dei lampioni nel buio, immerso nell’oscurità del momento.

Quando mi venne in mente un verso di una poesia che avevo scritto tempo fa, diceva: non mi inchino davanti a voi né davanti a Dio.

Ebbi un attimo di paura e di meditazione: "e se questo signore, questo Dio, si presentasse nel mio cortile a chiedere spiegazioni? Se piombasse pretendendo la ragione alle mie affermazioni? E chi sono io per mostrargli ostilità e rifiutare la sottomissione?".

L’idea non mi garbava, incontrare Dio era l’ultimo dei miei pensieri. Mi guardai intorno, cercavo un volto amico, anche una stella, magari caduta nel cortile fuggendo al dominio di un cielo a lei diventato ostile...

Niente stelle e niente amici nel mio cortile, ma solamente gente che dormiva e sicuramente non aveva gli stessi miei pensieri.

Cominciai a guardarmi intorno, a cercare la luce dei lampioni nel cortile, magari mi illuminassero e scacciassero via quei pensieri bui, avevo raddrizzato le orecchie, cane di guardia che cercava un po’ di solitudine, ogni rumore poteva essere di Dio infuriato assetato di vendetta, prendersela con un poeta principiante che cerca delle ragioni e mette in discussione addirittura l’onnipotente!

Ogni bisbiglio mi mandava in fibrillazione, persino il respiro del cane mi soffocava. La gatta cercava le fusa ma era indecisa...avrà avvertito la presenza di qualche intruso?Guardai intorno alla ricerca di una via di salvezza in caso che sua eccellenza si scomodasse e venisse a trovarmi magari con in mano un bastone.

Intorno a me solo recinti e muri così che si fa tra i vicini, a malapena si saluta, immaginatevi se qualcuno dovesse aver bisogno di aiuto! Viviamo rinchiusi fra i muri... esempio dato dallo stato, siamo diversi! Perciò meglio non dare confidenza...soprattutto agli stranieri.

Ma di notte quando si gode il silenzio nel cortile...non c’è differenza fra italiani e stranieri, neanche fra loro e le mie bestie che si rincorrono sempre nel cortile. Ma quella notte era agitata dal pensiero: non mi inchino neanche davanti a Dio! Quel signore, quel Deus, quel divino celeste, Allah, luce, El, God... ma se dovessi incontrarlo, se venisse a trovarmi adesso, con quale nome dovrei chiamarlo? Noi musulmani gli abbiamo dato novantanove nomi! Come faccio a sapere quale sia il nome preferito da lui?

Mi stavo mettendo il problema del nome ma, soprattutto, di cosa avremmo parlato? E dopo pensai “ma perché dovrà parlare con me”? Casomai sarà arrabbiato e sicuramente il minimo che farà sarà di fulminarmi con uno sguardo, se sarà pietoso nei miei confronti; invece credo che mi darà in pasto a questo cane e a questa gatta! Certo che sono i miei amici fedeli ma questo perché dò loro da mangiare ma in presenza di Dio e per timore di esso; mi venderanno all’istante! Chissà se anche loro metterebbero in discussione il creatore! Almeno se mi dovesse punire... punirebbe il loro padrone.

Ero in allerta, quel pensiero e quel Dio che avrebbe potuto chiedere spiegazioni non mi entusiasmava e mi sono ricordato di una poesia che avevo scritto tempo fa - conversando con il padre - quando eravamo seduti, sempre in questo cortile ed io gli chiedevo spiegazioni!

Pensavo; "non avrò esagerato con lui? La prima poesia e passa, ma adesso un’altra addirittura più arrabbiata e più dispettosa!

E credo di avergli mancato di rispetto in qualche racconto... sicuramente sarà nero e mi spedirà all’inferno senza farmi arrivare all’età prestabilita nel suo libro, modificherà il mio destino e se casomai fossi stato destinato al paradiso adesso l’inferno sarà la mia fine.

Quando all’improvviso si innalzò un venticello fresco, sembrava un tappeto leggero che si estendeva sul pavimento. Le mie bestie di corsa nella cuccia si erano nascoste, tutte e due nella stessa cuccia che in altri tempi sarebbe stata la fine del mondo, il cane avrebbe mangiato la gattina per il torto commesso.

Ero tutto tremolante, quel signore allora sta facendo sul serio, ha letto il mio pensiero e sta per atterrare a casa mia o era già presente?

Una luce accecante aveva invaso il cortile, e tutto il mondo intorno compreso i vicini era sparito, buio completo.

Un’ombra era ferma in mezzo al cortile sopra un tappeto di venticello danzante che trasmetteva freschezza e timore. I miei animali accovacciati nella cuccia tremanti, lo si poteva percepire dal vibrare della cuccia.

Tareq era al settimo cielo, si sentiva elegante addirittura più bello anche dello sposo. Scusate non vi avevo detto che era un venerdì sera ed era un giorno speciale, erano le nozze del fratello, il terzo genito della famiglia di ventisette anni, e Tareq era vestito con abiti nuovi, non si ricordava da quanto tempo non metteva un abito nuovo, una maglietta blu con sopra disegnata la cupola delle Rocce, un paio di pantaloni color blu pure questi ed un paio di scarpe da ginnastica di colore nero perché il bianco si sporca di più e molto più facilmente in quelle vie sempre sporche.

Mi aveva invitato al matrimonio, voleva che gli stessi vicino e che gli facessi compagnia ma soprattutto vederlo ballare, perché Tareq a dodici anni appena compiuti andava pazzo per addabkah.

Era felice e gioioso come se fosse la sua festa, sistemava le seggiole nei vicoli intorno alla casa e nella piazzetta di fronte, e controllava ogni tanto gli addetti al macello della carne, perché quella sera si mangiava carne e riso oltre i dolci, e dopo ci sarà il ballo, anche lui l’aveva imparato come tutti i ragazzini del campo profughi, diceva che lo faceva sentire bene, soprattutto quando batteva i piedi per terra, si sentiva più forte e libero, e quando faceva sventolare il fazzoletto o il rosario del nonno sopra la testa... gli sembrava di volare, si sentiva una colomba o un passerotto ondeggiare nel cielo...libero dallo spazio stretto del campo, vedeva l’immensità della terra rispecchiata nel cielo. Quella sera voleva mostrare a sua madre e ai suoi nonni quanto era bravo oltre che elegante. Avrebbe voluto che ci fossero suo padre e suo fratello primo genito ed una sorella grande, morti tutti, tre anni fa durante l’invasione israeliana di Gaza, si proprio così, nel 2014, quando gli israeliani invasero Gaza, tanti morti, tanti feriti, distruzione e tanta paura. Fu dopo quella maledetta guerra che cominciò a frequentare un piccolo teatrino, dove si insegnava a ballare, cantare e recitare…

Quanto avrebbe desiderato essere libero dai ricordi della guerra e della morte, ricorda bene ancora il pianto della gente, le urla di spavento e di terrore, le immagini dei morti ancora vengono a trovarlo tutte le sere, e tutte le sere cerca di allontanarle, quasi tutte le sere si sveglia sudato supplicando aiuto. Si sentiva libero solo quando ballava, quando era in compagnia con i suoi amici a battere i piedi per terra, addabkah lo fa sentire più grande e più forte, ogni volta che colpisce la terra... si sente libero, più forte del pianto e delle urla di dolore, e ritornava bambino a giocare con fantasia e quando muoveva le braccia..quando le sue mani si intrecciavano con i suoi compagni... raggiungeva il massimo della gioia e della libertà.

Per la sera aveva organizzato con i suoi compagni uno spettacolo per gli sposi e gli invitati, hanno inventato una scenografia ed un titolo al ballo che solo io sapevo, non l’aveva detto a nessuno, mi disse “il ballo si chiamerà ‘la chiave’... lo sai perché? Perché la chiave vuol dire casa, villaggio, città... vuol dire la nostra libertà dall’occupazione e dalla miseria, e visto che mio fratello si sposa... è un augurio per gli sposi, che possano avere un giorno una loro casa magari nella terra, nel villaggio dei miei nonni, da cui gli israeliani li avevano cacciati”.

Era felice mi portava in giro...

“Abbiamo noleggiato un generatore per l’elettricità, non è bello che gli invitati si trovino al buio, sai la corrente qui al massimo ce l’abbiamo per tre ore al giorno, così ha deciso Israele! Come l’acqua anche, questa l’abbiamo procurata per l’occasione…”.

Ecco gli invitati stanno arrivando, chi porta un sacchetto di riso, chi un po’ di zucchero, chi il dolce... e tutti danno una mano come vuole la tradizione. Tutto il campo festeggia l’evento, è festa non solo per tutti ma anche di tutti, oggi non c’è posto per la tristezza ma solo gioia e speranza anche le lacrime sono lacrime di allegria. Non smetteva di parlare, voleva spiegarmi tutto come fossi un turista non un palestinese ma uno che veniva da un altro posto... allora io sarei un ospite, per giunta turista!

Mi indicò il nonno, aveva più di settanta anni, la faccia rugosa ma piena di tenerezza e di vita, chiacchierava con gli uomini...

“Sicuramente stanno parlando di politica, della Palestina che non c’è più, della Palestina che ritornerà a dispetto del nemico e della mancanza di corrente, di medicina e di cibo... troppi morti perché non possa rivivere... ma lasciamo perdere dopo la festa ti racconterò la storia dei miei nonni. A proposito mia nonna sarà morta di stanchezza, dai...vieni, andiamo a spiare dalla finestra e da ieri che è chiusa in quella stanza a tingere le donne con l’ henné, così saranno ancora più belle...ahahah”.

La nonna abbelliva le ragazze di tutte le età, era gioiosa, è il matrimonio del figlio, un’altra famiglia ed altri nipoti, altra gioia ci sarà in casa. Anche lei aveva il viso segnato dalla tragedia ma per niente stanca, tingeva le donne di henné e chiacchierava della vita di una volta: “si portava la sposa su un cavallo, tutta vestita di bianco o del vestito palestinese ricamato tutto a mano, splendore su splendore, e la gente l’accompagnava con canti e balli fino alla casa dello sposo... e così fece quel mio vecchio, mi aspettava a casa sua con ansia e appena mi vide, fece il duro rimase imbambolato come un mulo... mi disse dopo che avrebbe voluto corrermi incontro ma aveva paura che gli invitati lo considerassero poco uomo! La festa continuava a casa della famiglia dello sposo... canti e balli, ma anche carne e riso... ma soprattutto i due villaggi diventavano un’unica famiglia”.

Tareq aspettava con ansia l’arrivo di tutti i parenti e direi di tutto il campo, gli amici erano arrivati, gli ultimi preparativi per lo spettacolo fatti di nascosto con il maestro, e Tareq pensava e mi disse “peccato che dobbiamo esibirci solo davanti agli uomini! Le donne sono separate dagli uomini, questa era la tradizione! Ma vedremo se saranno così fiscali, noi siamo bambini e ci vorranno guardare le mamme, oggi è festa e chiuderanno un occhio”. In effetti, osservando bene, si spiavano a vicenda ragazze e ragazzi, ogni scusa era buona per stare vicini...

Le luci delle lampadine colorate erano uno spettacolo, abbellito dagli abiti tradizionali degli uomini e delle donne, il profumo della carne e dello yogurt (jamid), mischiato al caffè aromatizzato ed al tè alla menta... sembrava un gioco di luci e profumi reso celestiale con l’inizio dei canti degli uomini e delle zagharit delle donne. Io guardavo la Palestina con i suoi colori ed i suoi profumi... guardavo la terra Santa assediata e martoriata, ma eccola con tutta la sua resistenza, con la sua fierezza e la sua voglia di esistere.

“Dottore come vedi la gente sta arrivando, anche i miei amici, li vedi? Quelli li... tutti vestiti con delle magliette dove sul petto è stampata Gerusalemme, hanno la kefia intorno al collo, anche io adesso me la metto, il maestro mi sta chiamando per dirci come ci dobbiamo organizzare e come ci annuncerà, nessuno sa niente... sarà una bella sorpresa. Vieni ti presento mio nonno, ti siedi vicino a lui e speriamo che non ti annoierà molto, sai lui parla sempre della guerra e di quando gli israeliani, lo hanno cacciato via, lui e la sua famiglia nel 1948”...

“Nonno questo è il dottore Mahmuod, è venuto a vedere Gaza e mi ha chiesto di accompagnarlo in giro per il campo. Devo lasciarlo vicino a te perché devo parlare con i miei amici, vorremmo farvi una sorpresa…”.

Non diede il tempo al nonno di replicare che era già scappato di corsa verso i suoi amici. Il nonno e le persone sedute accanto cominciarono a salutarmi ed a farmi spazio vicino al nonno, mi sedetti accanto a una persona di quasi ottant’anni, la faccia solcata dalla dura vita, sembrava pronto a piangere appena mi ha visto e appena ha sentito “Mahmoud è di Betlemme”.

“Betlemme! Nablus, Haifa, lidda, Jaffa...oh Palestina ti hanno stuprata... dove è finito tutto questo? Dove sono gli arabi? Ci guardano come fossimo una fotografia, un trofeo da esibire... in quale religione è permesso uccidere, rubare la terra e le case, rendere profugo una persona, in quale religione e in quale civiltà! Maledetti israeliani e maledetti questi Re dei miei stivali, vivevamo in pace…”.

Rimase un attimo in silenzio, guardava la terra sotto i suoi piedi e muoveva le perle del suo Rosario come se cercasse confronto in Dio rappresentato in queste perle, notai i suoi occhi velati e capii che cercava un attimo di pausa per non piangere, e vidi che anche i nostri vicini di posto, erano in silenzio, seguivano con tristezza e dolore ma nessuno era pronto a venire incontro al nonno nel suo racconto, forse avevano paura di trasformare la festa in ricordi dolorosi? O forse anche loro erano in lotta con le loro lacrime da tenere a freno?

I ragazzi avevano sistemato l’impianto per la musica, il sole stava tramontando, le luci colorate erano invase dal profumo del mare, qualcuno ha già il microfono in mano, inizia il maual ed iniziano i canti della Palestina e dei ricordi, ecco un cerchio di uomini e ragazzi a ballare, addabkah comincia... avrei voluto nascondermi perché non ho mai avuto la fortuna di imparare, la danza della mia terra, la grazia e la forza si sposano assieme per rallegrare i cuori e dire “ci siamo”...

Appena un ragazzo iniziò il suo maual “bilady ma hily be eeny suuaky”...( terra mia i miei occhi non hanno visto un altro paese bello come te...), ecco il nonno come se si fosse svegliato da un letargo: “Ah terra nostra... ah paese mio. Ci hanno cacciato dalle nostre case, dai nostri villaggi con i massacro e con il terrore, maledetti israeliani. Siamo qui dal 1948! E siamo già nel 2017! E pensavamo di rientrare alle nostre case una volta finita la guerra! E stiamo ancora aspettando... profughi nella nostra terra, assediati, in un carcere a cielo aperto e il mondo guarda! Guarda la nostra esistenza come fossimo degli animali privi di ogni diritto e di ogni umanità..”.

La gente ballava...io ascoltavo e cercavo di guardare il ballo, avevo paura di perdere addabkah di Tareq.

“Ah dottore... ci trasciniamo di giorno, sopravvivere, cercare di proteggere questi ragazzi, non soccombere per non darla vinta al nemico senza scrupoli deciso ad annientarci, questa prigione, questo lembo di terra…”.

Un altro vecchietto vicino al nonno che ascoltava anche lui con la testa in terra come se i suoi ricordi fossero fra i granelli di sabbia: “già, di giorno viviamo e di notte incubi, corriamo nelle vie dei nostri villaggi occupati o distrutti, ogni notte ritornano le immagini della terra perduta, eppure qui a due passi separata da questo maledetto recinto e da un nemico assetato di sangue e vendetta! Proprio, vendetta... ma cosa c’entriamo noi con le loro persecuzioni! Cosa abbiamo fatto di male per vivere profughi e privati dalla nostra terra... lo sai dottore quanto era grande questa terra?”.

Io cercavo di seguire il suo discorso ma anche trascinato dall’allegria dei giovani e degli uomini che ballavano, sembravano giocare con le stelle...

Il nonno rispose al mio posto, forse per togliermi dall’imbarazzo o forse per dire “lo so io”.

“Gaza era la seconda regione della Palestina, 11,110 km, 54 villaggi e tre città... gli israeliani nel ’48 hanno occupato tutto, hanno occupato 45 villaggi, molti dei quali sono stati distrutti e hanno preso una città...Al Majdal, ci hanno cacciato in questa striscia di appena 300 km! Non possiamo uscire neanche a cavalcare il nostro mare, due milioni di esseri umani in una scatola…”.

L’altro vecchio: “si chiama Gaza di Hascim (Hashim) il nonno del profeta Maometto, la sua tomba è nella moschea di Hascim che si trova a Gaza, anche questa città ha il suo luogo sacro...ah arabi, ah musulmani…”.

Il nonno ogni tanto era anche costretto ad interrompere il suo racconto per salutare chi si avvicinava a fare gli auguri per il matrimonio del nipote ma anche per dare un’occhiata alla piazzetta e dove era finito Tareq.

“C’erano più di cinquanta moschee, quasi una ogni duecento persone, perché da Gaza passavano le carovane per la Mecca, il periodo delle pellegrinaggio era uno spettacolo, io ero piccolo e mio padre mi portava ai mercati di bestiame, di stoffa e di artigianato. Gaza era la porta dell’Africa per l’Asia, aveva il suo porto, niente in confronto a Jaffa, ma funzionava, da qui si esportava il caffè e la lana ma anche altri prodotti provenienti dell’isola araba, c’era il mercato dei beduini del Negev e del Sinai, e c’erano almeno nove caravanserragli”.

L’altro vecchio: “lavoravamo nei campi, agricoltori e pastori prima dell’arrivo di quelle bestie, eravamo finiti in mano ai fratelli egiziani... e già nel 1956 Israele occupò pure la striscia per uscirne nel ‘57, per ritornare ad occuparci nella guerra cosiddetta dei sei giorni nel 1967, altri profughi e altri morti, dolore e lacrime... questa terra non ce la fa più... è inondata di sangue di innocenti”.

Il nonno riprese con le lacrime negli occhi: “tutto ciò non basta ai sionisti, ogni anno o al massimo ogni due lanciano con una scusa o un’altra le loro guerre, e di nuovo si ripiangono i morti e seppelliscono i vivi! L’ultima guerra figliolo, nel 2014, più di duemila e trecento morti, migliaia e migliaia di feriti, handicappati e di nuovo a sentirci profughi...ricominciare a ricostruire le nostre baracche e chiedere a Dio di mettere fine a quei crimini, a chiedere al mondo giustizia…”.

Il discorso fu interrotto, quando il maestro di ballo aveva preso il microfono: “stasera e con gran piacere ed onore vi presento la nostra banda di addabkah, e sarà Tareq a guidare il ballo, allora grande applauso di incoraggiamento e siete tutti ma dico tutti (guardando e cercando di farsi sentire dalle donne, perché i loro figli si stavano per esibire) siete tutti invitati ad ammirare la bravura di questi guerrieri scatenati…”.

Quando Tareq, lasciò, quasi fuggendo, il suo gruppo correndo veloce verso il nonno, gli chiese il Rosario: “vorrei il tuo Rosario, nonno, vorrei volare in alto, sarà il mio porta fortuna”. E senza aspettare la risposta del nonno che era già commosso e con gli occhi sorridente: “vai figliolo che il Dio ti benedica”.

La musica richiamava alla Palestina e alla resistenza ma anche canzoni sulla bellezza e sulla principessa amata, e Tareq era la grazia piena di forza, sembrava ondeggiare, fra le nuvole e le stelle, ogni salto profumo di mare e onda che accarezzava i presenti, ed ogni atterraggio ogni battere dei piedi a terra...era un terremoto pronto a mangiare il nemico che semina morte, ad aprire un varco verso l’altra Palestina violentata…

“Non vedo l’ora di ritornare al nostro paese, Beit Jarjarah, credo che gli israeliani l’abbiano distrutto, ma noi lo costruiremo, se non sarà fattibile, gli daremo una degna sepoltura... isseremo le nostre tende sulle sue rovine...così possiamo riprendere i nostri sogni e il sonno perduto”.

Ero preso dal ballo di Tareq e dalla terra che tremava sotto i miei piedi, era un cigno maestoso, ogni volta che sollevava le sue braccia e girava il Rosario fra le onde del vento di Gaza... erano delle coloratissime ali che abbracciavano la gente...quando i suoi piedi toccavano terra, sembravano aprire uno squarcio e portare il campo al suo posto; Beit Jarjarah...

Un’altro salto fra gli applausi e le zagharit delle madri...

All’improvviso ci fu un boato e una luce abbagliante che aveva coperto le lanterne della festa...le grida e le urla di dolore squarciavano il cielo e le sue onde.

Fumo e polvere, odore di sangue, gente che invocava l’aiuto di Dio e gente cercava le proprie membri...

Un aereo con la stella di Davide che giocava nel cielo di Gaza... intenzionato ad impedire ogni festa, aveva sganciato la sua bomba, un fuoco d’artificio... il linguaggio di un criminale che si sentiva minacciato da una danza e da una zaghruta che annunciava l’alba.

Mi trovai per terra, troppa polvere e troppa paura, era la mia prima volta... non avevo mai assistito al bagliore di una bomba, un braccio perso mi giaceva sul petto, mi alzai urlando dal terrore, e cercai aiuto nel mio amico. “Tareq...Tareq…” cominciai a gridare, qualcuno cercava di fare luce nel buio della morte, torce, ambulanze e candele a salvare la festa.

Trovai Tareq sotto le macerie, ma era vivo e si interrogava: “cosa era successo?”. Aveva gli occhi spalancati e la maglietta...la cupola delle Rocce, colorata di sangue... polvere da sparo.

“Tareq, stai bene?”.

Ci alzammo fra le grida di dolore, lui era corso a cercare i nonni.

Anche la madre era seduta per terra, chiamava Tareq e singhiozzava di dolore,era accanto ai nonni, erano abbracciati... decisi di non mollare neanche da morti, ed io ero come un fantasma... avrei voluto essere un gazzawi, non un ospite in un paese della mia terra...

Tareq aveva lo sguardo perso, si guardava intorno, voleva una spiegazione alla morte, era un giorno di festa, non c’era la guerra...

Nonni abbracciati nella morte come nella tragedia! Cercai di consolare Tareq, ma mi sentivo impotente. Volevo portarlo via...lontano dalla morte, ma lui era lì, a parlare con i nonni, si guardava intorno, voleva una ragione per lo scempio!

Prese la chiave, ciondolo al collo della nonna, l’eredità dei bisnonni, lo mise sul petto di sua madre, strinse il Rosario del nonno... aveva gli occhi velati ma non pianse e si interrogava sul perché fosse rimasto ancora vivo...sollevò il Rosario al cielo, lo fece danzare…”Dio stavo solo ballando, era una serata di festa, anche la mia festa...?”.

Sono seduto nel mio cortile, nel mio grembo un cane ed una gattina, non so come siano finiti li.

Guardiamo la luce dei lampioni danzare nel buio, ci teniamo stretti attaccati alla vita o forse abbiamo paura di un bagliore inatteso? Una luce che svegli la notte e la rende un giorno senza un domani.

Sento la terra tremare sotto i miei piedi, faccio un sospiro di sollievo... allora Tareq è ancora vivo, sta ballando addabkah, grazia e forza è il suo stile.

Abbraccio i miei animali, li presento al cigno della mia terra... ho in mano un Rosario regalato da Tareq, lo sollevo al cielo, cerco di farlo ondeggiare come faceva Tareq... aspetto una risposta da Dio... una chiacchierata magari mi aiuterebbe a capire la stupidità umana.

Ma Il Signore anche questa volta non mi ha degnato della sua presenza, anche questa volta mi ha lasciato senza risposta.

25/08/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Mahmoud Suboh

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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