Il bisogno di un altro sguardo sulla religione

L'approccio marxista classico alla questione della religione non ha ricevuto molte conferme negli ultimi 150 anni.


Il bisogno di un altro sguardo sulla religione Credits: Foto: dpa picture-alliance

L'approccio marxista classico alla questione della religione non ha ricevuto molte conferme negli ultimi 150 anni. Il declino che ci si attendeva non è venuto dalle società del cosiddetto socialismo reale (dove già prima del crollo si assisteva invece a una sua rinascita), ma da quelle a capitalismo avanzato con la parziale sostituzione dovuta alla bulimia consumista come ricordava Pier Paolo Pasolini. E poi, come non notare che dall'Iran al Nicaragua fino a Chavez molte rotture rivoluzionarie e antimperialiste sono state praticate con l'affermazione di nuovi valori religiosi? E' compito dei marxisti di oggi indagare sulle potenzialità insite nella mutazione di forma di un fenomeno strettamente legato alla condizione di mortalità dell'uomo.

di Stefano Paterna

“Nulla di ciò che è umano mi è estraneo”: Marx amava molto ripetere questa frase di Terenzio e tutto nella sua opera va in senso opposto e contrario all'assolutizzazione di sé stesso e del proprio pensiero. Se vogliamo applicare il suo metodo di confronto costante della teoria con la prassi, dobbiamo anche saper individuare i nodi intellettuali che sono ancora da sciogliere, i campi di ricerca che sono da approfondire o da ampliare; tra questi, a mio giudizio, c'è la questione della religione, della sua natura, del suo ruolo nella società attuale.

Ammetto sin dall'inizio che il mio interesse è stato stimolato dalla lettura del recente articolo pubblicato su questo giornale dal compagno Renato Caputo, dove si ribadisce con estrema chiarezza quello che è l'approccio “classico” del marxismo alla tematica religiosa: la sua discendenza “nobile” da Feurbach, alla sinistra hegeliana sino alla definizione della religione di Marx, nella “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico”, come “il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l'oppio dei popoli” .

Ma le conclusioni a cui giungevano circa un secolo e mezzo fa Marx ed Engels sono sufficienti a inquadrare del tutto le dinamiche del fenomeno? A mio giudizio, la risposta è tutt'altro che positiva. E pertanto un grande compito di indagine storica e scientifica è aperto dinanzi a noi, dinanzi al marxismo contemporaneo. E' ovvio che questa impresa scientifica non è alla portata di un articolo giornalistico, né per essere franchi (ahimè) a quella dell'autore di questo articolo. Ma è mia intenzione almeno tenere aperto un dibattito su queste colonne.

Alla metà del XIX secolo le posizioni a cui giunge Marx, in sostanza, rappresentano la religione, ogni religione, come la prima e immediata forma dell'alienazione: ovvero della separazione del soggetto umano da se stesso. Operazione che conduce conseguentemente alla proiezione della propria natura e delle proprie potenzialità su un altro soggetto, una figura mitica, diversa da se stessi e che sarebbe costituita dalla divinità.

Ora, è evidente in questa rappresentanzione concettuale un'eredità storicamente determinata: quella della tormentata storia europea, della Rivoluzione Francese e della sua matrice illuministica. Ma soprattutto c'è la fascinazione positivistica (in Marx e particolarmente in Engels) per il nuovo mondo industriale emergente. Una nuova realtà che, come Marx comprende sino in fondo, portà con sé nuove relazioni, nuovi valori, una nuova forma di umanità. Questo penetrante sguardo di Marx sul futuro è quello che lo conduce alla convinzione che una umanità in grado di controllare le nuove possenti forze produttive non avrà più bisogno della proiezione di un mondo felice perché sarà finalmente in grado di esprimere le proprie potenzialità in questo di mondo.

Così si esprimono in modo efficace Marx ed Engels ne “L'ideologia tedesca”: “...nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosí come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”.

Ma, gli ultimi 150 anni non si sono affatto espressi univocamente nel senso indicato dalle parole del gigante di Treviri. Qui credo che si debba essere onesti con noi stessi, se siamo seriamente discepoli del metodo di Marx.

Solo alcuni spunti di riflessione: nell'articolo “Marx e il bisogno di religione” si legge: “La critica alla visione del mondo mitologico religiosa – in particolare oggi in cui quest’ultima è considerata dai reazionari la più semplice e immediata soluzione alla crisi della società capitalista – deve divenire funzionale affinché il subalterno non ricerchi delle ingannevoli evasioni dalle contraddizioni reali e storicamente determinate...”. Ma è effettivamente così? Si avverte nelle nostre società una nuova esplosione di interesse per il sacro che distoglie le masse dalle esigenze della lotta di classe? O piuttosto si assiste invece alla difficoltà di costruire entrambe? Alla frantumazione di qualsiasi prospettiva di alterità (e non solo di alternativa) al neocapitalismo e alle sue celebrazioni consumistiche? Se proprio si vuole rintracciare una riaffermazione dei valori religiosi tradizionali, a mio parere, si deve invece volgere lo sguardo a Est. Lì, nelle società uscite dalla crisi del cosiddetto socialismo reale, lì sì che la religione sta giocando di nuovo un ruolo persino di legittimazione del potere, di nuova unità del “trono con l'altare” e questo ben prima che cadesse il muro di Berlino.

Per seguire il pensiero di Marx cosa dovremmo chiederci allora: erano quelle realmente società socialiste, dato che la leva religiosa proseguiva a operarvi con forza (in Polonia, ma anche in Unione Sovietica)? Oppure (e non necessariamente in alternativa) va approfondita l'indagine sulla natura del fenomeno religioso? Ancora: perché nel corso del secolo passato, dopo la Seconda Guerra Mondiale, molte delle rotture rivoluzionarie e dei grandi movimenti antimperialisti hanno preso una forma religiosa piuttosto che irreligiosa, dalla rivoluzione iraniana del 1979 a quella sandinista in Nicaragua nello stesso anno, dall'affermarsi della Teologia della Liberazione in America Latina sino ad arrivare al comandante Chavez, convintamente socialista e cristiano?

Ora, la grande crisi economica esplosa con la bolla immobiliare americana alla fine del 2007 ha parzialmente cambiato le carte in tavola, riducendo i fasti consumistici. Tuttavia, se dal secondo dopoguerra in poi sono esistite delle società nelle quali si è assistito al declino dell'impulso religioso, queste sono le compagini dell'Occidente capitalistico (Europa e Italia in primo luogo), con la parziale eccezione degli Usa. Qui la capacità del mercato di produrre continuamente nuove merci e di indurre nuovi bisogni ha dato l'impressione a larghe masse di poter “eternizzare” il presente: ovvero di poter rimanere giovani, belli, attraenti, di poter consumare cibi saporiti o esotici, a prezzo contenuto e per sempre o, almeno, in modo duraturo. Ovviamente, come ci dimostra la crisi attuale, questo non è possibile, però la forte impressione c'è stata e per molti versi perdura. Ebbene, proprio nella metropoli capitalista e non nei suoi anelli deboli, si è indebolito il fermento religioso, parzialmente sostituito (e questo lo si accenna anche nel precedente articolo “Marx e il bisogno di religione”) da una nuova alienazione, quella della bulimia consumista. Però questa costituisce una novità, che Marx non poteva prevedere e che va colta pienamente. In Italia, ad esempio, è uno dei temi principali della riflessione di Pasolini, di cui recentemente si è celebrato più o meno consapevolmente il quarantennale dell'assassinio.

Vorrei che ripartissimo da questi dubbi, da queste domande, piuttosto che dalle tradizionali convinzioni che non hanno trovato un riscontro nella storia di questi anni. C'è bisogno di un altro sguardo sulla natura della religione, bisogna chiedersi se essa non sia legata inscindibilmente e molto, molto materialmente all'umanità dal nesso finora non reciso della mortalità. O per essere più chiari: la prima forza della fede religiosa non dipende forse dalla coscienza tipica dell'uomo di dover morire? Non è forse una risposta a questa angoscia? E, se così fosse, quello che cambia da una società all'altra non è forse la forma di questo fenomeno?

Ai comunisti dovrebbe pertanto interessare piuttosto che la lotta per l'affermazione di una filosofia su un'altra (ateismo contro religione) l'indagine sulle potenzialità rivoluzionarie e di cambiamento insite nei mutamenti delle forma religiosa stessa.

13/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Stefano Paterna

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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