Multipolarismo e/o lotta di classe

Il multilateralismo è oggi l’unica tattica possibile considerato che la strategia rivoluzionaria non è all’ordine del giorno, o piuttosto bisogna puntare sulla lotta di classe, in quanto il multilateralismo può divenire funzionale alla divisione del mondo in aree di influenza fra potenze imperialiste, subimperialiste, capitaliste classiche o improntate a un capitalismo di Stato?


Multipolarismo e/o lotta di classe

Al di là del carattere duplice e contraddittorio che caratterizza l’attuale Federazione russa – in cui si scontrano e incontrano tendenze a essere riconosciuti come potenza imperialista, parte in causa della spartizione del mondo fra imperialismi, e tendenze a porsi nuovamente come punto di riferimento, in primo luogo sul piano politico-militare, delle forze antimperialiste internazionali – in paesi come la Russia sono presenti contraddizioni che si sono manifestate più volte in Stati o forze politiche oggettivamente antimperialiste in passato, come il considerare indiscriminatamente propri potenziali alleati, da sostenere in ogni modo, chiunque si presenti come nemico del proprio nemico. Ecco così la Russia sostenere a livello internazionale tanto le forze antimperialiste (Siria, Bielorussia, Venezuela, Cuba, Iran, etc.), quanto le forze di destra radicale (Lega in Italia, Front national in Francia, etc.) – oggettivamente filoimperialiste – soprattutto quando sono all’opposizione. Dunque, non solo ci saranno forze in Russia che mirano a seguire la linea dello stalinismo, per tornare a essere punto di riferimento delle forze antimperialiste o dello zarismo, mirando a essere accolte a pieno titolo dall’imperialismo occidentale, nella spartizione del mondo in aree di influenza, ma si potrebbe concludere che all’interno della stessa classe dirigente si segua una linea molto utilitarista, in grado di assumere a seconda dei casi una posizione più “stalinista” o più “zarista”. Ciò che invece resta certo è che l’attuale classe dirigente russa è decisamente antileninista. Tale posizione è certamente condivisa dalla classe dominante, anche se all’interno di questa anche le posture neostaliniste sono certamente guardate con sospetto, mentre più forte è la spinta volta al riconoscimento del proprio paese come una delle potenze imperialiste con cui concertare, sulla base dei rapporti di forza reali, la spartizione del globo in aree di influenza. Mentre nella direzione neostalinista sembrano spingere il Partito comunista della Federazione russa e forze di sinistra e popolari, presenti anche nelle forze armate.

Esemplare potrebbe considerarsi il ruolo giocato dalla Russia in Africa che consiste da una parte nell’offrire alle classi dirigenti locali, a prescindere dall’impostazione politica e dalla forma di governo, un appoggio, necessario a tali paesi per sottrarsi al ruolo di dominio neocolonialista portato avanti dalla Francia e più in generale dal mondo occidentale. D’altra parte la penetrazione russa spesso attraverso le milizie mercenarie del gruppo Wagner – al quale le privatizzazioni folli, secondo le ricette occidentali, hanno lasciato un grandissimo potere e che, un po’ come la legione straniera francese, offre in diversi casi una alternativa al carcere per molti delinquenti – per alcuni aspetti sembra proprio funzionale alla volontà della classe dominante e dirigente del paese di veder riconosciuto, dalle altre potenze internazionali, la propria area dell’influenza, nell’ottica della spartizione del mondo fra potenze imperialiste.

In quest’ottica andrebbe anche riconsiderata la prospettiva del mondo multipolare su cui da tempo si discute nella sinistra di classe a livello nazionale e internazionale. Anche in questo caso abbiamo due posizioni di fondo contrapposte, da una parte i comunisti di una certa età, di destra e che hanno ormai rinunciato allo spirito dell’utopia, che considerano, allo stato attuale, decisiva la lotta per un mondo multipolare. In quanto il nemico principale è considerato la Nato e l’imperialismo più pericoloso e aggressivo quello statunitense, perciò diviene fondamentale in sostegno a paesi come Russia e Cina e, più in generale, i brics i soli in grado di limitare lo strapotere statunitense. Questi compagni che sostanzialmente ripropongono lo schema così detto campista, senza l’Unione sovietica, e che danno grandissima importanza alla geopolitica e a alle aree monetarie, tendono ad assumere una posizione molto machiavellica, sulla base del presupposto che qualsiasi nemico del mio nemico, può divenire un mio amico. Tali posizioni portano questi compagni a interpretare in modo estremamente positivo il recente accordo fra la Repubblica popolare cinese e l’Arabia saudita, che consentirebbe di vendere le sempre più fondamentali risorse energetiche non più esclusivamente in dollari, infliggendo così un colpo mortale al signoraggio del dollaro, che ha permesso agli Stati uniti di divenire il paese più indebitato del mondo, in primo luogo a causa delle spropositate spese militari.

Questi compagni partendo dal livello bassissimo della coscienza di classe fra i subalterni, in special modo in occidente, pensano che l’unica tattica possibile, allo stato attuale, sia quella di sostenere Russia, Cina e Brics in funzione di un mondo multilaterale.

Vi sono invece su posizioni sostanzialmente opposte quei compagni principalmente giovani e con posizioni comuniste di sinistra, che considerano centrale la lotta di classe e, quindi, hanno una posizione estremamente critica verso il multilateralismo, la geopolitica, il campismo (in particolare senza Unione sovietica), il tatticismo esasperato e il machiavellismo. Tali compagni tendono a vedere nella Russia una potenza imperialista al pari delle potenze imperialiste occidentali, anzi in taluni casi vi vedono un imperialismo ancora più nefasto, per le posizioni reazionarie e antiliberali oltre che antidemocratiche della classe dirigente russa, che non a caso sarebbe oggi, dopo l’aggressione all’Ucraina, la più insidiosa fra le potenze imperialiste. Alcuni di questi compagni sostengono che l’unico modo per sconfiggere l’imperialismo sia la prospettiva leninista e bolscevica di trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria, invitando i proletari e subalterni russi e ucraini a fare causa comune contro i comuni sfruttatori e guerrafondai imperialisti. Altri pensano addirittura che prioritario sarebbe sostenere la guerra popolare rivoluzionaria o potenzialmente rivoluzionaria del popolo ucraino, al quale bisognerebbe far giungere il massimo delle armi. In alcuni casi tali posizioni si spingono fino a denunciare come le potenze della Nato stanno strumentalizzando il popolo ucraino nella loro guerra imperialista contro la Russia, fino a sostenere che bisognerebbe spingere l’imperialismo occidentale a essere fino in fondo conseguente e a inviare reparti militari in grado di fronteggiare realmente l’invasore imperialista russo.

Fra queste posizioni più estreme e al momento assolutamente inconciliabili, che tendono a cadere in un opposto unilateralismo, rischiando la prima posizione di favorire il riformismo e revisionismo di destra, mentre la seconda rischia di scadere in un settarismo e in un opportunismo di sinistra, estremista e infantile. Fra questi estremi, che a livello internazionale fanno riferimento da un lato alla posizione del Partito comunista russo e dall’altra a quelle del Partito comunista greco o alle internazionali troskiste o all’internazionalismo bordighista o post-bordighista, si trovano numerose posizioni intermedie, presumibilmente più interessanti e significative, in quanto maggiormente dialettiche.

Vi sono, innanzitutto, coloro che non hanno smarrito la prospettiva rivoluzionaria che dovrebbe sempre animare i comunisti e che non intendono abbandonare lo spirito di utopia, ma nemmeno l’altrettanto indispensabile realismo. Per cui nella prospettiva, non certo all’ordine del giorno, di un possibile rivolgimento rivoluzionario nel proprio paese, ad esempio in Italia, considerano indispensabile una situazione internazionale multipolare, che impedirebbe a tutte le grandi potenze di unirsi per reprimere di comune accordo la rivoluzione e che, anzi, potrebbe offrire una sponda internazionale decisiva per le forze rivoluzionarie, che dovranno necessariamente rompere con il fronte occidentale dei paesi della Nato. I più ottimisti ritengono che la Cina, la Russia e i Brics potrebbero impedire un intervento diretto della Nato in chiave antirivoluzionaria.

D’altra parte, altri si domandano quanto la Russia e, forse, anche la Cina, possano considerare favorevolmente un rilancio della prospettiva della rivoluzione socialista, nel momento in cui sarà stato rotto un anello più debole della catena degli Stati imperialisti. È certo, in effetti, che le forze russe più filo-zariste, dominanti sia fra le forze della destra che fra la classe dominante, sfrutterebbero l’occasione per vedere finalmente riconosciuto il proprio ruolo di potenza imperialista, dimostrandosi non solo indisponibile a una qualsiasi forma di riconoscimento dei rivoluzionari, ma addirittura offrendosi come parte integrante di una coalizione internazionale pronta a rilanciare la prospettiva della Santa alleanza. 

Al contrario andrebbero le cose se prevalessero le forze neostaliniste. In tal caso, però, la linea potrebbe essere quella classica e tradizionale per cui la Russia non si intrometterebbe nelle questioni interne alle aree di influenza delle potenze imperialiste, in cambio del fatto che queste ultime non si intromettano nella loro area di influenza, ma lascino loro, in modo equanime, mano libera.

Complessa è anche la questione del ruolo che potrebbe svolgere la Repubblica popolare cinese in una situazione analoga. È evidente che, dopo la morte di Mao e la sconfitta della sinistra comunista, in Cina il potere è tutto nelle mani dell’ala destra del Partito comunista che sta puntando tutto sullo sviluppo delle forze produttive. Ciò impone alla politica estera cinese una completa svolta rispetto alla politica rivoluzionaria della sinistra. Non si tratta più di sostenere le forze rivoluzionarie nel contesto internazionale, ma di mirare a mantenere minimi i conflitti, per consentire così uno sviluppo del libero commercio, che dovrebbe favorire il modo di produzione più razionale ideato in Cina. Da questo punto di vista una rivoluzione in occidente potrebbe rendere ancora più difficile e complesso lo sviluppo della nuova via della seta. Peraltro, purtroppo, i precedenti non lasciano ben sperare a questo proposito. L’ultima grande rivoluzione attiva e dal basso che c’è stata in Nepal, a opera di un partito comunista maoista, ha abbattuto una monarchia con tratti autoritari, sostituendola con una repubblica democratica. Ora, a detta degli stessi rivoluzionari, la Repubblica popolare cinese come l’India, nelle cui aree di influenza si trova il piccolo e arretrato Nepal, hanno entrambe svolto un ruolo controrivoluzionario anche se poi non sono intervenute direttamente per bloccare il processo rivoluzionario. D’altra parte è possibile che proprio la posizione antirivoluzionaria di India e Cina abbia impedito in Nepal l’affermazione di una rivoluzione socialista e abbia favorito piuttosto la prospettiva democratica piccolo-borghese. 

D’altra parte è indubbio che un assetto internazionale maggiormente multipolare renderebbe maggiormente plausibile, dal punto di vista decisivo delle masse popolari, il prodursi di una rottura radicale con uno Stato imperialista e ordoliberista. In effetti, se il dominio delle forze imperialiste, ordoliberiste e occidentali fosse a livello internazionale indiscutibile, molto difficilmente un progetto necessariamente di rottura con la Nato e l’Unione europea diverrebbe accettabile e, al limite, anche plausibile.

Resta, infine, la questione se il modo migliore per aiutare i paesi antimperialisti non sia sempre quello di impegnare il proprio imperialismo, sviluppando la lotta di classe dal basso, a occuparsi di mantenere il proprio dominio a livello nazionale, piuttosto che puntare principalmente al dominio dell’imperialismo occidentale a livello globale.

08/04/2023 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Condividi

L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

Newsletter

Iscrivi alla nostra newsletter per essere sempre aggiornato sulle notizie.

Contattaci: