Allevamento biologico o convenzionale?

In un precedente articolo confrontavo la produttività fra agricoltura convenzionale e biologica. Diciamo subito che mettendo questa volta a confronto la produttività dell’allevamento convenzionale con quella del biologico, non si è in grado, a causa della loro assenza, di fare ricorso a delle meta-analisi, cioè ad analisi statistiche che integrino i risultati di diversi studi dedicati all’oggetto della nostra riflessione.


Allevamento biologico o convenzionale?

Quali sono i vantaggi per l’ambiente e per la salute umana di un allevamento biologico rispetto a uno convenzionale? Il problema di una produzione agroalimentare alternativa a quella attuale è un problema all’ordine del giorno. Un numero crescente di studi sulla materia dimostrano i benefici potenziali, sia rispetto allo sfruttamento dell’ambiente che al benessere per la salute, dei processi di produzione biologica in luogo di quelli convenzionali. Resta da dibattere, a nostro modo di vedere, il problema politico connesso: e cioè quanto sia possibile una grande riforma agraria realmente progressista per tutte e tutti all’interno dell’attuale modo di produzione capitalistico. Il nodo politico va affrontato per non alimentare falsi miti ma allo stesso tempo una battaglia culturale in tal senso è non solo sacrosanta ma necessaria. 

di Claudio Lalla 

 

In un precedente articolo confrontavo la produttività fra agricoltura convenzionale e biologica. Diciamo subito che mettendo questa volta a confronto la produttività dell’allevamento convenzionale con quella del biologico, non si è in grado, a causa della loro assenza, di fare ricorso a delle meta-analisi, cioè ad analisi statistiche che integrino i risultati di diversi studi dedicati all’oggetto della nostra riflessione. Rimane quindi un dato apparentemente incontrovertibile: quello della maggiore produttività dell’allevamento convenzionale. Ma vediamo più da vicino il problema e, anzitutto, descriviamo dapprima i due tipi di allevamento.

L’allevamento convenzionale (soprattutto se di livello industriale) è basato unicamente sulla massimizzazione del profitto dell’impresa produttrice. Pertanto gli animali: 

  • sono nutriti con cibo ottenuto a sua volta con metodi convenzionali (cioè agricoltura basata sull’uso di pesticidi, diserbanti, fertilizzanti di sintesi) e costituito soprattutto da mais, soia e frumento;
  • sono stipati in spazi molto ristretti (al punto che vengono spesso mutilati per evitare che si possano danneggiare fra loro, ad esempio con l’accorciamento del becco alle galline o della coda ai maiali), con inevitabile stress da immobilità e superaffollamento e conseguente caduta delle loro difese immunitarie;
  • vengono protetti dal diffondersi di infezioni facilitate dal loro affollamento con la somministrazione precauzionale di antibiotici;
    vengono trattati con ormoni destinati a stimolarne la crescita: cortisonici, steroidi sessuali e tireostatici (l’UE vieta l’uso di ormoni utilizzati a scopo anabolizzante per la crescita degli animali, ma, come emerge dalle analisi istologiche del Centro di Referenza Nazionale sugli Anabolizzanti, se a livello europeo la media di casi positivi riscontrati con le analisi chimiche (cercano gli ormoni nel sangue e nelle urine ma dopo 2 giorni dal trattamento non sono più in grado di identificarli) è dello 0,2%, i monitoraggi eseguiti recentemente in Italia con metodo istologico fanno salire questo dato al 15%, ovvero: il 15% della carne bovina europea e italiana è cioè trattato con ormoni.

L’allevamento biologico è basato:

  • sull’alimentazione degli animali con cibo biologico;
  • sulla creazione di condizioni di vita che favoriscono il comportamento naturale e la salute dell’animale: l'accesso a una libertà di movimento, all'aria aperta, alla luce solare, all’ombra e al pascolo per i ruminanti;
  • sulla proibizione oltre al trattamento ormonale anche di quello antibiotico a scopo profilattico. 

La domanda che a questo punto del nostro discorso si rende necessaria è: cosa comporta dal punto di vista della nostra salute l’allevamento convenzionale?
Anzitutto l’alimentazione animale a base di mais, soia e frumento, privi di acidi grassi insaturi omega 3 e ricchi invece di omega 6, fa sì che anche la carne, il latte e le uova degli animali rispecchino nella loro composizione questa sproporzione di acidi grassi insaturi. Le mucche degli allevamenti biologici si nutrono di erba ricca di omega 3 che passano quindi nella carne e nel latte.
Le galline cresciute a chicchi di mais fanno uova con un rapporto di omega 3 e omega 6 di 1:20, mentre quelle bio, se oltre a mangiare vermi, semi ed erbe di campo vengono alimentate con un giusto apporto di semi di lino, producono uova che presentano un rapporto fra omega 3 e omega 6 di 1:1 [1]. 

Perché è importante parlare di omega 3 e omega 6? Il fatto è che gli omega 6 irrigidiscono la membrana delle cellule nervose, favoriscono le reazioni infiammatorie, promuovono la formazione di cellule adipose e favoriscono l’accumulo dei grassi, mentre gli omega 3 rendono elastica la membrana delle cellule nervose, ostacolano le reazioni infiammatorie e contengono il numero di cellule adipose. Tutto ciò ha importanti effetti sulla salute della persona, sui quali non c’è qui il tempo di dilungarsi. Ricordiamo solo che la rigidità delle membrane delle cellule nervose è sospettata di favorire vari disturbi mentali, come ad esempio quello bipolare, e che sia le infiammazioni che l’obesità sono considerati fattori rischio per vari generi di cancro.
Per quanto riguarda l’alimentazione animale a base di prodotti agricoli trattati con pesticidi e diserbanti occorre dire che questi hanno una struttura chimica che spesso somiglia a quella degli estrogeni. Sono gli xenoestrogeni, che si accumulano nel grasso degli animali d’allevamento. Avere xenoestrogeni nel proprio corpo causa inconvenienti alla nostra salute, fra i quali il più importante è l’effetto cancerogeno. Infatti molti tumori sono ormono-dipendenti. Facciamo un esempio epidemiologico. Uno dei più grandi studi caso-controllo, che ha mostrato una correlazione positiva tra l'incidenza del cancro alla prostata e consumo di carne rossa, è stato fatto presso la Harvard University in un'analisi condotta su quasi 15.000 medici nel Physicians’ Health Study. Infatti risultò che gli uomini che si alimentavano di carne rossa almeno cinque volte alla settimana avevano un rischio relativo di 2.5 di sviluppare il cancro alla prostata rispetto agli uomini che consumavano carne rossa meno di una volta alla settimana [2]. 

A questo punto del nostro discorso non possiamo non porci il problema di quale produttività stiamo parlando. Marx, parlando del plusvalore relativo, afferma che “lo sviluppo della forza produttiva del lavoro ha lo scopo di abbreviare la parte della giornata lavorativa nella quale l’operaio deve lavorare per se stesso, per prolungare, proprio con questo mezzo, l’altra parte della giornata lavorativa nella quale l’operaio può lavorare gratuitamente per il capitalista” [3]. Nel caso dell’allevamento convenzionale odierno va considerato d’altra parte che lo sviluppo della forza produttiva del lavoro cambia non solo la proporzione della giornata lavorativa destinata a lavorare gratuitamente per il capitalista ma lo stesso prodotto che viene realizzato. Confrontare quindi la produttività dell’allevamento biologico con quella del convenzionale è in ultima analisi improprio. Se un’azienda che produce scarpe aumentasse la produttività, ma la merce ora prodotta si usurasse molto prima rispetto al passato, potremmo parlare di un effettivo aumento di produttività? L’azienda è capace sì di produrre più scarpe nell’unità di tempo, ma di qualità inferiore, che non hanno più la resa precedente. Si tratta dunque di un effettivo aumento di produttività? Non c’è qualcosa di oggettivamente fraudolento nel vantare questo successo? Anche nel nostro caso stiamo paragonando delle merci (carne, latte e latticini, uova) che solo apparentemente sono le stesse che venivano prima prodotte. Quelle che provengono dalla produzione convenzionale hanno una qualità ben diversa. Tale diversità si declina specificamente nel senso della loro pericolosità per la salute umana.

Vale qui la pena di ricordare che c’è un secondo tempo nel dispiegarsi del plusvalore relativo. L’immissione sul mercato di prodotti d’allevamento ottenuti a basso costo, cioè merci alimentari che fanno parte dei beni di sussistenza della classe operaia, viene necessariamente a ridurre il tempo di lavoro necessario alla riproduzione della stessa forza-lavoro. Il lavoratore può così accettare salari più bassi, perché decurtati della maggior spesa che altrimenti sarebbe stata necessaria per alimentarsi. Ciò aumenta ulteriormente lo sfruttamento perché la parte della giornata lavorativa che produce soltanto un equivalente del valore della forza-lavoro pagato dal capitale si è ulteriormente ridotta a vantaggio della parte di essa in cui si produce per il profitto. E tutto avviene nel nostro caso all’insegna dell’avvelenamento quotidiano dell’operaio e dei suoi cari. 

Ma abbiamo veramente bisogno di tutte queste proteine animali? No, perché le proteine possiamo trovarle anche nei prodotti agricoli e in primo luogo nei legumi. 

La zootecnia dovrebbe diminuire a livello mondiale. Si pensi a un ulteriore danno prodotto da questo settore. Il contributo dell’allevamento all’effetto serra è più alto di quello attribuibile al settore trasporti. La zootecnia è responsabile del 65% di emissioni di protossido d’azoto (N2O) , un gas che contribuisce all’effetto serra 298 volte di più rispetto alla CO2. Allo stesso effetto il metano (CH4) emesso dalle mucche (che non tollerano bene il mais) influisce 25 volte più della CO24. Ebbene, il 37% del metano mondiale proviene dai ruminanti. Si aggiunga poi che ben 1/3 dei terreni coltivabili del pianeta è riservato a mais e soia destinati all’alimentazione animale, ma senza che ciò riesca a soddisfare la domanda. Le conseguenze sul clima? Ulteriore deforestazione e aumento della CO2. E cacciata degli Ayoreo, dei Totobiegosode, dei Guarani, degli Enawene Nawe, degli Xavante, degli Akuntsu e dei Boscimani dai loro territori. 

Vogliamo intanto notare il fatto che mentre 1/3 dei terreni coltivabili è destinato all’alimentazione animale 1 miliardo di persone che soffrono la fame non può usufruirne per nutrire sé stesse? La via più efficiente per garantire il sufficiente apporto proteico alla popolazione umana mondiale consiste nel consumo diretto dei vegetali, che non a caso rappresentano oggi la principale fonte proteica a livello mondiale [5]. A causa dello svantaggioso rapporto di conversione proteica, la produzione di proteine dalla carne necessita da 6 a 17 volte più terra rispetto all’equivalente quantitativo di proteine fornite dai vegetali [6]. Un ettaro coltivato a legumi fornisce 10 volte più proteine di un ettaro coltivato per la produzione di carne.
L’allevamento causa anche depauperamento delle risorse idriche. L’acqua richiesta dal sistema zootecnico moderno è impiegata per abbeverare gli animali, per la pulizia delle strutture di allevamento e degli animali, per i sistemi di raffreddamento e per lo smaltimento dei rifiuti, nel processo di macellazione degli animali, per la pulizia degli impianti di macellazione. Tuttavia, gran parte dell’acqua (il 98%) necessaria alla produzione dei cibi animali è usata per la coltivazione del foraggio7. In generale i prodotti di origine animale necessitano di un consumo di acqua più grande per tonnellata di prodotto rispetto ai prodotti vegetali. L'impronta idrica media8 per caloria di carne bovina è di venti volte superiore a quella dei cereali e amidacei. Quando guardiamo il fabbisogno di acqua per le proteine, troviamo che l'impronta idrica per grammo di proteine per il latte, le uova e carne di pollo è di circa 1,5 volte più grande che per i legumi. Per le carni bovine, l'impronta idrica per grammo di proteine è ben 6 volte più grande di quella dei legumi7. “Considerando il consumo di risorse d'acqua dolce, si dimostra più efficiente ottenere calorie, proteine e grassi dai prodotti vegetali rispetto ai prodotti animali [7]”. 

C’è infine da considerare, oltre al depauperamento, l’inquinamento delle risorse idriche. Come affermato dalla FAO, “l’evidenza suggerisce che il settore dell'allevamento è la più importante fonte di inquinanti delle acque, principalmente deiezioni animali, antibiotici, ormoni, sostanze chimiche delle concerie, fertilizzanti e fitofarmaci usati per le colture foraggere e sedimenti dai pascoli erosi [9]». Considerando la zootecnia intensiva, non abbiamo più una ridotta popolazione di animali distribuita su vaste aree rurali. Una volta le loro deiezioni costituivano un’importante risorsa in termini di concimazione del terreno. Oggi, invece, negli allevamenti intensivi, che concentrano, come abbiamo detto, un elevatissimo numero di animali all’interno di un ristrettissimo spazio, viene prodotta una quantità esorbitante di deiezioni animali che non possono più essere assorbite come concime dal territorio circostante (si tratterebbe tra l’altro di concime avvelenato perché carico di contaminanti ambientali: pesticidi, erbicidi, antibiotici, ormoni, agenti biologici di natura batterica e virale). Ebbene, lo scarico di tali deiezioni finisce per inquinare le acque di superficie così come le falde acquifere. 

Tornando dunque al tema della produttività, quante sono le tonnellate di cibo destinate alla produzione di carne e sottratte a un miliardo di persone che soffre la fame? Quanti i danni alla salute prodotti in coloro che possono alimentarsi con carne, latte, latticini e uova “di nuova generazione”? E quanti quelli prodotti all’ambiente? E quanti ancora sono restituiti alla nostra salute da un ambiente avvelenato? A quanto possono ammontare i costi sommersi dell’allevamento convenzionale? Di quali esternalità dovrà farsi carico la collettività? E già che ci siamo: quanta sofferenza animale dovrà essere messa in conto per ottenere i suddetti risultati? 

E’ necessario farsi carico di un diverso modello di consumo e di produzione alimentare, eco- sostenibile ed umano-sostenibile. Si tratta di una battaglia da condurre su più livelli, fra loro strettamente intrecciati: economico, ambientale, sanitario, culturale ed etico. 

 

Note:

1. Servan-Schreiber (2007), Anti-cancro, Sperling & Kupfer, Milano
2. Gann PH, Hennekens CH, Sacks FM, Grodstein F, Giovannucci EL, Stampfer MJ. (1994) Prospective study of plasma fatty acids and risk of prostate cancer. J Natl Cancer Inst. 86(4):281- 286.
3. Marx C. (1867) Il Capitale, libro I, cap. 10.
4. IPCC Intergovernmental Panel on Climate Change, Fifth Assessement Report, 2014.
5. FAO (2012),The State of World Fisheries and Aquaculture 2012.
6. Position of the American Dietetic Association: Food and Nutrition Professionals Can Implement Practices to Conserve Natural Resources and Support Ecological Sustainability, Journal of the American Dietetic Association, June 2007, Volume 7 Number 6
7. UNESCO- IHE (2010), The Green, blue and grey water footprint of farm animals and animals products. Volume 1: main report. UNESCO-IHE.
8. L’impronta idrica costituisce la somma di tre componenti: blu, verde e grigia. La prima corrisponde al volume di acqua dolce sottratta al ciclo naturale, la seconda costituisce il volume di acqua piovana e la terza rappresenta il volume di acqua necessario per diluire gli inquinanti al punto che la qualità delle acque possa tornare al di sopra degli standard di qualità.
9. FAO (2006), Livestock impacts on the environment. 

17/03/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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