Contro l’accentramento dei poteri, per una democrazia popolare

Il Sì al referendum serve alla redistribuzione di reddito e potere dal basso verso l’alto


Contro l’accentramento dei poteri, per una democrazia popolare

In un dibattito sulle ragioni del Sì e del No al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre a cui ho recentemente partecipato, un relatore, ripetendo un ritornello ormai stantio, sosteneva che la Costituzione nata dalla Resistenza non è più attuale. Chiunque ripeta questo assioma - fateci caso - afferma che la Costituzione repubblicana del 1947 (che pure ha subito diverse modifiche, anche molto profonde) è bella, bellissima, ma ormai inattuale. Si cerca, così, una sorta di connessione sentimentale con chi vede scritto nella Costituzione un modello sociale da perseguire, ma poi si cerca di far passare l’idea che quella Carta non risponde alle necessità della società contemporanea. “Bisogna contestualizzare” è in sostanza l’imperativo mosso da chi afferma che “basta un sì” per rimettere l’Italia al passo coi tempi.

E allora, chiediamoci, per cosa si caratterizzano i tempi che viviamo? Chiunque non abbia la fortuna di vivere di rendite può confermare la gravità delle disuguaglianze sociali; quanto sia profondamente ingiusta una distribuzione della ricchezza che favorisce l’accumulazione di grandi capitali spostando reddito dal basso verso l’alto, da chi ha già troppo poco verso chi ha già troppo; quali difficoltà produce l’erosione e l’elusione di quei diritti sanciti dalla Costituzione.

Da almeno trent’anni la lotta di classe condotta dai ceti dominanti, ha ridotto salari e diritti dei lavoratori per recuperare e accrescere privilegi e profitti dei primi. Si è prodotto uno spostamento enorme di ricchezza dal basso verso l’alto, di cui il bilancio dello Stato è stato in genere strumento, a servizio della classe padronale. E con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione per impedire politiche di spesa in disavanzo si è sancita la primazia del bilancio dello Stato sui diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. Non a caso è da questo “cuneo pericolosissimo inserito nella Costituzione” che è stato lanciato l’aggressivo processo di riforma (o meglio, controriforma) dello Stato; è da quel “tarlo che la rode dal di dentro, minando l’esigibilità dei diritti che la Carta garantisce” [1] che si è mossa prepotente la supposta necessità di modificare la Costituzione e l’assetto istituzionale, perché il Paese sia più efficiente e al passo coi tempi, come ama ripetere la retorica renziana.

Che poi, Stato efficiente e al passo coi tempi, secondo la teoria neoliberista che accompagna Renzi e i suoi grandi elettori, si traduce, nella vita di persone normali: in aumento della precarietà con il Jobs act, devastazione del territorio con lo Sblocca Italia, cancellazione del diritto a una istruzione di qualità con la Buona scuola, aumento dell’età pensionabile con le varie riforme della pensione. E ancora, taglio delle risorse in nome del pareggio di bilancio. Provvedimenti che necessitano di essere approvati in fretta, senza troppe perdite di tempo, siano esse dovute al dibattito parlamentare o a proteste popolari.

I conflitti tra le classi, che dovrebbero essere rappresentati in Parlamento e che possono sfociare in conflitti reali in seno alla società, diventano, nel contesto politico ed economico attuale, ostacoli da rimuovere. È questo il punto di caduta della controriforma costituzionale, cioè nel concentrare poteri in mano al governo, esautorare il Parlamento delle sue funzioni e inibire il conflitto sociale. La possibilità per il governo di dettare l’agenda parlamentare, l’accentramento delle competenze in mano allo Stato centrale, indebolendo le autonomie territoriali, il Senato di fatto non elettivo, fino all’aumento delle firme necessarie per presentare una legge di iniziativa popolare o una proposta di referendum, vanno esattamente nella direzione di aumentare lo strapotere del governo.

Le manganellate contro chi protesta, sono solo l’aspetto più spietato della necessità dei ceti dominanti di contenere il conflitto sociale e le proteste che si muovono contro provvedimenti antipopolari. La controriforma costituzionale, invece, persegue quella stessa finalità con altri mezzi. Che poi sono quelli richiesti esplicitamente da centri di potere quali la banca d’affari JP Morgan. Non a caso il colosso finanziario statunitense ritiene inadeguati “I sistemi politici della periferia”. Infatti, secondo JP Morgan, dal momento che la crisi avrebbe “evidenziato problemi di natura politica” (sic!), quali “governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; e il diritto di protestare”, occorre un profondo cambiamento di cui “Il test chiave sarà in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l'opportunità di impegnarsi in riforme politiche significative” [2].

La necessità di fondo è quella di non avere ostacoli nel proseguimento di quelle politiche di austerità anche a causa delle quali si producono recessioni di lunga durata e si aggravano le difficoltà economiche e sociali delle personi comuni. Come sottolineava Gallino, “I governi europei sapevano e sanno benissimo” quali conseguenze si producano con quelle politiche, “ma il compito che è stato loro affidato dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia. È piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto in corso da oltre trent’anni” [3].

Eccolo, quindi, il contesto nel quale si tenta di stravolgere la Costituzione nata dalla Resistenza. Poco importa che i principi fondamentali della Carta non vengano formalmente toccati. Quel fine denunciato dal compianto sociologo torinese, perseguito dalla classe dominante che detta ai governi le politiche neoliberiste, non può che esserlo sottraendo risorse e mezzi a garanzia dei diritti sociali, e l’accentramento di potere su cui è incentrata la controriforma costituzionale è lo strumento per raggiungerlo.

Togliatti, che dei principi dei rapporti sociali contenuti nella Costituzione fu relatore, mise in guardia da una vita economica retta sui principi del liberalismo, perché su quella base “nessuno di questi diritti mai potrà essere garantito”, mentre i gruppi privilegiati “avranno il monopolio assoluto della nostra ricchezza e della nostra vita”.

Il voto di domenica 4 dicembre dovrà servire a contrapporre una distribuzione dei poteri verso il basso alla volontà dei ceti dominanti di accentrare i poteri in mano a pochi; per contrapporre un ostacolo alla prepotenza di gruppi privilegiati e porre nuove basi per una democrazia popolare.


Note:

[1] V. Giacchè, Costituzione italiana contro trattati europei, Imprimatur, 2015

[2] J.P. Morgan, Europe Economic Research, The Euro area adjustment: about halfway there, 28 Maggio 2013

[3] L. Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi. L'attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, 2013

[4] P. Togliatti, dal dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea costituente che si sviluppò intorno ai principi che dovevano informare i rapporti economico-sociali che si sarebbero materializzati nei 14 articoli del Titolo III della Carta

12/11/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Carmine Tomeo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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