Dal Jobs act a “La buona scuola” secondo Renzi

La resistibile riduzione del proletariato a plebe moderna attraverso una “buona scuola” volta alla formazione di una forza lavoro flessibile e soggetta al modello dei lavoretti imposto dal Jobs act. A tale inquietante scenario – reso sempre più realistico dalla passività e dalla inconsapevolezza dei subalterni – sarà possibile reagire nel momento in cui anche gli odierni umiliati e offesi comprenderanno che ognuno non può che essere l’artefice del proprio destino.


Dal Jobs act a “La buona scuola” secondo Renzi

La resistibile riduzione del proletariato a plebe moderna attraverso una “buona scuola” volta alla formazione di una forza lavoro flessibile e soggetta al modello dei lavoretti imposto dal Jobs act. A tale inquietante scenario – reso sempre più realistico dalla passività e dalla inconsapevolezza dei subalterni – sarà possibile reagire nel momento in cui anche gli odierni umiliati e offesi comprenderanno che ognuno non può che essere l’artefice del proprio destino.

di Renato Caputo

Già il primo grande apologeta del modo di produzione capitalistico, Adam Smith, attraverso un celebre paradosso osservava come le società più opulente sono quelle in cui si viene formando una crescente massa di diseredati. In altri termini persino il padre nobile del liberalismo non poteva che osservare con sconcerto come lo sviluppo della società capitalistica avvenga in funzione della proletarizzazione, della disoccupazione e della crescita esponenziale delle differenze fra le classi sociali. Tanto che Hegel, sviluppando tale analisi della società civile moderna (capitalista), non poteva che evidenziarne, già all’inizio del diciannovesimo secolo, la sua contraddizione fondamentale: la progressiva creazione della plebe moderna. Detto altrimenti lo sviluppo della ricchezza delle nazioni (capitaliste) va di pari passo con la crescita esponenziale di una massa di diseredati e di esclusi da tale ricchezza, che non può avere nessun interesse alla conservazione di cotesto modo di produzione. Anzi, la sua situazione di penuria rende la plebe moderna terreno fertile per la propaganda eversiva e sovversiva. Lo stesso sviluppo delle corporazioni e della polizia, l’intervento dello Stato, e persino le guerre e la politica coloniale non sono altro, agli occhi di Hegel, che indispensabili palliativi in grado di ritardare, ma non di impedire il progressivo sviluppo di questa tragica contraddizione, mediante la quale la società capitalistica coltiva in sé il seme della propria morte e del suo possibile superamento [1].

Gli sviluppi dati da Marx a queste tesi sono troppo noti ai lettori di La città futura per doverci ritornare qui. Più utile è invece fare un bilancio delle critiche rivolte dai socialdemocratici, a partire da Eduard Bernstein, alla diagnosi e alla cura necessariamente radicale proposta da Marx. Secondo i socialdemocratici non ci sarebbe più bisogno di una rivoluzione sociale, dal momento che il capitalismo sarebbe in grado di superare le proprie contraddizioni e la polarizzazione della società profetizzata da Marx sarebbe smentita dalla impetuosa crescita del ceto medio [2].

Tali tesi si sposeranno ben presto con le concezioni positiviste per cui l’impetuosa crescita delle forze produttive e la globalizzazione dell’economia di mercato avrebbe prodotto naturalmente dei benefici sociali tali da rendere sempre più residuale la plebe moderna, consentendo la progressiva affermazione della democrazia. Queste concezioni apparivano ulteriormente corroborate dal crollo dei sistemi totalitari di ispirazione socialista, al punto che molti nipotini di Bernstein davano ancora qualche anno fa credito alla tesi della fine della storia e persino della progressiva realizzazione della pace perpetua.

L’emergere in tutta la sua gravità negli anni più recenti della radicale crisi delle società a capitalismo avanzato, il conseguente rilancio su scala internazionale dei palliativi atti a rimandare l’esplodere delle contraddizioni, ossia le guerre e le politiche coloniali, hanno portato a ricredersi persino i sostenitori del superamento dell’imperialismo. Tanto più che oggi, in particolare nei paesi anglosassoni dove più puramente si è affermata la tradizione liberale, a partire dagli Usa, le differenze sociali sono sempre più considerevoli e aumenta sempre più la massa che vive sotto la soglia di sussistenza; non solo disoccupati, ma sottooccupati, precari che ormai anche in Italia, incamminatasi dopo la dissoluzione del Pci sulla via del liberismo, sono divenuti veri e propri working poor.

Del resto, sviluppando l’analisi di Adam Smith, anche l’altro padre nobile dell’economia liberale, David Ricardo, già agli albori del diciannovesimo secolo non poteva più dare credito alla tesi mitologico-religiosa della mano invisibile delle leggi del mercato le quali, lasciate liberamente operare, avrebbero automaticamente risolto ogni squilibrio. Tanto più che le contraddizioni dell’economia capitalistica continuavano ad aumentare insieme allo sviluppo della moderna plebe. Ciò porta Ricardo alla celebre testi che la ricchezza sociale è come una torta – la cui grandezza è data in una certa epoca storica – che deve essere spartita fra le tre componenti fondamentali della società capitalista: i rentiers, i capitalisti e i lavoratori salariati. Dunque la parte della ricchezza sociale di cui si appropriamo i lavoratori è necessariamente inversamente proporzionale a quella che si intascano i rentiers – oggi essenzialmente i finanzieri – e i capitalisti, con buona pace degli odierni cantori della concertazione e del comune interesse nazionale [3].

Come è evidente, dunque, i cantori della pace sociale e i critici della lotta di classe, come ad esempio i sostenitori della concezione sociale del cattolicesimo, negano e mistificano un dato di fatto evidente. In effetti Marx, come già Machiavelli, è accusato di denunciare e di rendere cosciente, anche a chi sta in basso, il così fan tutti coloro che stanno in alto nella scala sociale, ossia la lotta di classe necessaria per accaparrarsi parti sempre più ampie della produzione sociale. In tal modo la lotta di classe viene condotta solo da chi sta in altro e tende a dileguare agli occhi delle masse, essendo naturalizzata dall’ideologia dominante, come la pioggia che non può che cadere dall’alto verso il basso. È, dunque, il conflitto sociale e non la presunta concertazione a decidere come verrà spartita la torta e se si lascia fare alle leggi del mercato ad avere la meglio saranno sempre coloro che possono permettersi di acquistare la forza-lavoro e non coloro che sono costretti a vendere, perché i primi possono attendere di trovare i migliori offerenti, mentre i secondi hanno la necessità immediata e assoluta di vendere, pena l’impossibilità di riprodursi come classe sociale.

Detto ciò, come è certo che un coltello che incontra il burro tende ad affondare, così se alla sete di profitto, accentuata dalla crisi, di capitalisti e banchieri corrisponde la passività e l’individualismo qualunquista fra i lavoratori, il ripiegamento esistenziale, la parte della produzione di cui si appropriano questi ultimi tende a diminuire sempre più. Al di là di quanto fanno credere i mistificatori keynesiani della a-sinistra non è questa la causa della crisi, ma lo strumento con cui il capitalismo sfrutta ai propri fini la crisi.

Quest’ultima, infatti, e la conseguente ristrutturazione fa aumentare in modo esponenziale l’esercito industriale di riserva che, accrescendo l’offerta di forza-lavoro, non può che farne scendere il prezzo e peggiorarne le condizioni di utilizzo. Tanto più che la disoccupazione elevata è strutturale, anzi indispensabile alla sopravvivenza del capitalismo, perché solo così è disponibile forza-lavoro a prezzi tali da consentire i profitti. Perciò sono assurdi gli ideologi della a-sinistra che lasciano credere che sia possibile nella società capitalistica una piena occupazione, sulla base di un presunto diritto al lavoro (che poi nella società capitalistica sarebbe un diritto allo sfruttamento). Allo stesso modo sono mistificanti le posizioni contrarie all’immigrazione della destra, anzi sono ipocrite, perché sono proprio i conservatori (del modo di produzione capitalistico) a fomentare l’emigrazione (attraverso le guerre e il sostegno a regimi dispotici) e a mantenerla il più clandestina possibile, per accrescere l’esercito di riserva e il ricatto sugli occupati, da parte di lavoratori abituati a riprodursi come forza-lavoro in condizioni proibitive. Del resto è proprio con la globalizzazione, ossia con la realizzazione di un mercato tendenzialmente mondiale, che non solo il singolo, ma la totalità dei capitalisti di un paese può permettersi di pagare la forza lavoro ben al di sotto del suo valore, potendo investire e sfruttare forza lavoro specializzata formatasi in altri paesi, con la nota fuga dei cervelli.

Proprio perciò particolarmente truffaldina è la preoccupazione della mancanza di lavoro – in effetti di lavoro gratuito o sotto pagato ce ne è a volontà – a essere carente è invece il salario, le condizioni di un lavoro sempre più dequalificato. Dunque l’insistere dell’ideologia dominante, anche nella a-sinistra, sulla mancanza di lavoro è funzionale proprio a far apparir un lusso la lotta per il salario e per le condizioni di utilizzo della forza-lavoro, ossia di sfruttamento, a cominciare dall’orario e dai ritmi.

Tutto ciò ha consentito la normalizzazione dei lavoretti – ossia dei jobs nell’anglismo utilizzato in funzione mistificante dalla classe dirigente – ovvero occupazioni precarie, sottopagate, dequalificate e dequalificanti ad altissimo grado di alienazione, destinate a implementare gli working poor e a mantenere sotto ricatto chi ha ancora un lavoro (work) normale, ossia con un livello “normale” di sfruttamento.

Da questo punto di vista la debolezza sindacale e politica della classe dei lavoratori finisce per andare a svantaggio della stessa classe dominante e dirigente, che non trovando ostacoli affondano il coltello nel burro, ossia diminuiscono i salari ben al di sotto del necessario per riprodurre una manodopera decentemente qualificata. In tal modo la produttività tende ad andare a picco e così se i profitti crescono nel breve periodo – oltre il quale il capitalista non può vedere, se non vuole soccombere dinanzi alla concorrenza – non possono che decrescere nel medio periodo e precipitare nel lungo. Si pensi all’ultimo pesantissimo attacco al salario differito, le pensioni, da parte della Fornero, per conto del gruppo Bildberg. In mancanza di resistenza, in primo luogo da parte dei sindacati neocorporativi, in secondo luogo dei partiti della a-sinistra, il coltello ha affondato al punto da costringere i lavoratori a essere sfruttati sino a un’età tale in cui la produttività non può che crollare. Tanto che ora il problema è divenuto: come riuscire a liberarsi dei lavoratori resi troppo anziani dalla contro-riforma delle pensioni?

Il dominio di capitale e rendita nella spartizione della torta, ai danni del proletariato, è reso possibile dall’applicazione del modello classico del divide et impera, a dispetto dei tanti cultori del nuovo in quanto tale della a-sinistra. In tal modo è infatti possibile contrapporre chi ha diritti a chi non li ha, facendo credere a questi ultimi che il concorrente da battere siano i primi, ai quali, al contrario, si dà a intendere di avere tale privilegio, di uno sfruttamento standard, per “merito”. Peccato che la meritocrazia vale solo per contrapporre gli sfruttati e non per indagare il merito di chi è nella classe dominante e dirigente rispetto a chi è nelle classi subalterne. L’ideologia dominante arriva a sostenere, con la gran cassa dei grandi mezzi di mistificazione, che la giustizia consista nell’eliminare i “diritti” dei lavoratori per equipararli a chi non li ha, in tal modo i diritti dei lavoratori vengono considerati privilegi, indifendibili in un’epoca di crisi, disoccupazione e precariato. Ovviamente, considerato che il capitale domina mediante il divide et impera, l’attacco ai “diritti” dei lavoratori “garantiti” nello sfruttamento diviene la base per un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei precari. D’altra parte questi ultimi, ora naturalizzati grazie al Jobs act, insieme ai lavoratori immigrati e ai giovani costretti al volontariato, sono funzionali a creare una nuova classe di schiavi, che consenta al proletariato di considerare la propria subalternità e il proprio sfruttamento come un privilegio da difendere nella guerra fra poveri, propagandata da una destra sempre debole con i forti e forte con i deboli. In tal modo i proletari perdono l’unico vantaggio che hanno nella lotta contro gli sfruttatori, ossia non l’avere nulla da perdere se non le proprie catene, e divengono la plebe sempre all’opra china senza ideali in cui sperar.

In tal modo è stato possibile, senza colpo ferire, a un impenitente ciarlatano, presidente del consiglio, dare il colpo finale allo Statuto dei lavoratori annichilendo l’Articolo 18, che tutelava dai licenziamenti individuali senza giusta causa. Ciò è avvenuto per l’isolamento dei lavoratori a tempo indeterminato delle grandi imprese private, considerato che dell’articolo 18 non godevano i lavoratori delle piccole imprese – che la a-sinistra ha sempre mirato a rappresentare – , i lavoratori precari, le finte partite iva, i lavoratori al nero. Inoltre in un primo momento tali misure non concernevano i lavoratori del pubblico impiego, anche se, una volta passato nel privato non sarà difficile applicarlo anche al pubblico, come la chiamata diretta che si vuole imporre alla scuola dimostra. Allo stesso modo, però, la significativa lotta dei lavoratori della scuola difficilmente avrà l’indispensabile sostegno dai lavoratori del privato che sono stati colpiti e non sono stati adeguatamente sostenuti dai loro colleghi del pubblico impiego.

Ciò che la classe dirigente vuole arrivare a colpire, sia nel pubblico che nel privato, è la contrattazione collettiva nazionale, per lasciare il lavoratore da solo davanti al padrone, di modo che quest’ultimo, avendo saldamente il coltello dalla parte del manico, non faticherà a imporre la propria volontà al lavoratore. Tanto più che gli imprenditori italiani, da veri furbetti, mirano sempre più a puntare a una concorrenza al ribasso con i paesi occidentali più avanzati, che intende risparmiare sulla ricerca e l’innovazione tecnologica, puntando tutto su bassi salari ed evasione fiscale, esponendosi così alla concorrenza su questo piano invincibile dei paesi del terzo mondo. Del resto in tal modo aumenta sempre più la corruzione e diminuisce la produttività del lavoro, facendo diminuire il numero dei turisti e degli investimenti. In tal modo anche i ciceroni, gli animatori, i bagnini, i nani e le ballerine che stanno prendendo il posto del proletariato industriale, rischiano di perdere il loro già precario impiego.

Al processo di deindustrializzazione e di concorrenza al ribasso e alla paura dinanzi allo scampato pericolo, negli anni delle insorgenze studentesche e operaie, si lega la controriforma di scuola e università pubbliche. L’istruzione e la formazione pubblica devono essere progressivamente dequalificate e umiliate per poter affermare anche in Italia il modello anglosassone, caratterizzato da scuole private molto care qualificate, che formano i futuri gruppi dirigenti, e una scuola pubblica dequalificata che riproduce la forza-lavoro della plebe moderna. Si torna così a un sistema di caste chiuse, che prendono il posto di quel minimo di mobilità sociale individuale che un capitalismo non in crisi consentiva. Nei quartieri proletari avremo solo scuole atte a formare mano d’opera non qualificata, diretta e dominata dai figli dei ceti elevati che hanno frequentato le scuole private di lusso, sempre più finanziate dallo Stato. In tal modo emerge con chiarezza la funzione del settore pubblico e statale nella società capitalistica, completamente subordinato agli interessi e ai profitti dei privati. Questi ultimi, tutti presi dalla ricerca di profitti immediati, non hanno nemmeno il buon senso di considerare che il modello anglosassone e, in particolare, statunitense funziona da una parte grazie all’indebitamento reso possibile dall’inflazione, dall’altro dalla continua razzia di cervelli dei paesi arretrati e della stessa Italia, che sin dal medioevo assiste impotente a questa costante fuga di manodopera qualificata. Anche se questo appare uno dei rari aspetti che la borghesia nazionale pare disponibile a risolvere, in quanto a forza di tagliare e umiliare l’istruzione pubblica, gli studenti italiani non saranno più competitivi a livello internazionale e, dunque, non potranno più cercare riconoscimenti all’estero.

Proprio per questo nella scuola pubblica si vuole imporre come sistema di valutazione quello dei quiz Invalsi. Si tratta di uno strumento che sta imponendo un drastico mutamento genetico della scuola pubblica, mettendo in primo luogo in questione la libertà di insegnamento e l’apprendimento di una cultura autonoma dai potenti di turno. I quiz Invalsi, infatti, impongono a discenti e docenti una risposta unica possibile, che corrisponde al pensiero unico dominante che si vuole mediare e si dovrà insegnare, considerato che si legheranno i finanziamenti alle scuole e gli stipendi dei docenti all’addestramento dei propri studenti a un sapere non più critico, ma dogmatico.

Ciò spiega perché “La buona scuola” attraverso la delega in bianco al governo per la controriforma degli organi collegiali mira a cancellare gli aspetti democratici della scuola pubblica, introdotti dalle lotte condotte da studenti e lavoratori dalla fine degli anni Sessanta. Gli organismi decisionali da collettivi e democratici saranno alla mercé di un potere monocratico, arbitrario, perché privo di controlli dal basso e burocratico, in quanto completamente controllato dall’altro. Alle assemblee e ai consigli, organi di democrazia diretta, si vogliono sostituire dei veri e propri consigli di amministrazione aziendali, in cui i residui rappresentanti del mondo della scuola e lo stesso preside manager saranno ostaggio dei privati interessati – magari per evadere meglio il fisco o accaparrarsi mano d’opera gratuita grazie alla prevista alternanza scuola-lavoro (sfruttato gratuitamente) – a investire quelle risorse che lo Stato sempre meno intende fornire. È l’autonomia bellezza, tanta cara alla direzione dei sindacati neocorporativi, che darà la possibilità di mercificare anche l’istruzione pubblica, dal momento che sempre più i privati, famiglie e imprenditori avranno la possibilità insieme al preside manager di stabilire i contenuti dell’offerta formativa.

A questo punto non resta che interrogarsi sul fatidico “che fare?” per interrompere questo costante scivolare della Repubblica democratica italiana verso un regime di stampo bonapartista, che trova nelle definitiva messa all’angolo dell’istruzione pubblica un passaggio decisivo. In primo luogo occorre sottrarsi alla propaganda di regime del governo che accusa chiunque si opponga ai suoi piani di dequalificazione della scuola pubblica di essere interessato unicamente alla conservazione dell’esistente e dei propri privilegi. Quest’ultima accusa sarebbe comica se non fosse tragica, considerato che gli insegnanti italiani sono fra i meno pagati d’Europa e sono costantemente sotto attacco da parte della società civile liberale, negli ultimi anni ancora più aggressiva dello stesso potere politico. Ancora più assurdo è accusare chi in questi anni si è costantemente battuto contro le ripetute controriforme dell’istruzione pubblica di voler conservare l’esistente, il cui cattivo funzionamento dipende proprio da tali ripetute controriforme realizzate dai governi liberali che si sono succeduti alla guida del paese negli ultimi decenni.

A ulteriore dimostrazione della falsità di queste accuse – a cui possono dare credito unicamente i mezzi di comunicazione di massa di un paese che precipita sempre più in basso nelle classifiche internazionali che misurano la libertà di stampa – vi è la ripresentazione in parlamento di una legge di iniziativa popolare a cui la controriforma del governo ha cercato di scippare il nome di “buona scuola”. Tale legge, la Lip, è nata proprio dai movimenti che negli anni passati si sono battuti contro la dequalificazione della scuola statale, contrapponendo al modello di scuola liberista e bonapartista dei governi un modello di scuola compiutamente democratico.

Tuttavia tale modello rischia di rimanere utopistico se la sua approvazione sarà demandata ai deputati del parlamento borghese. Questi ultimi, che mirano unicamente a riprodursi come classe dirigente al servizio della classe dominante economica, non si sognano nemmeno di prendere in considerazione un modello di istruzione democratico e progressista [4]. Per rovesciare tale situazione, che sta concorrendo a far precipitare sempre di più il nostro paese nella barbarie del XXI secolo, è necessario contrastare l’egemonia liberale tutta rivolta a sostenere la necessità di delegare gli affari pubblici a una ristretta cerchia di professionisti, per poter dedicare il proprio tempo agli interessi privati. Al contrario al modello liberale della delega, che ci ha portato sull’orlo dell’abisso, è giunta l’ora di contrapporre il modello democratico della partecipazione popolare, in primo luogo dei diretti interessati, lavoratori e studenti, alla cosa pubblica. La democrazia, infatti, sin dal nome, non può che significare dominio delle masse popolari, ossia dei ceti subalterni, che devono perciò assumere il controllo e, quindi, la direzione della cosa pubblica, che deve avere la prevalenza sugli interessi particolaristici dei privati.

 

Note

[1] Del resto proprio questo è, a parere di Hegel, il destino di tutto ciò che è finito e, quindi, necessariamente perituro. In quanto tale il finito ha, in effetti, in sé il proprio limite, e dunque la propria negazione, che ne rende necessario il superamento. Anche perché il finito in quanto tale ha la propria verità nell’altro da sé, ossia in ciò in cui dileguando trapassa.

[2] Tanto che la politica coloniale non è tanto da considerare utile alla soluzione delle contraddizioni della moderna società capitalista, ma per l’esportazione nei paesi barbari e arretrati di questo modello sociale progressivo.

[3] Da questo punto di vista il fatto che diversi lavoratori in lotta contro la dequalificazione della scuola pubblica si riconoscano nell’intonare insieme l’inno nazionale è una ulteriore dimostrazione del grado ancora embrionale della coscienza di classe e del loro essere completamente sotto il controllo egemonico di chi – dopo aver portato a termine l’attacco alla scuola pubblica, allo statuto dei lavoratori e alla democrazia formale – intende costruire il partito (unico) della nazione. Il nemico marcia sempre alla tua testa diceva Brecht, in primo luogo nella tua testa, potremmo aggiungere noi.

[4] Anche perché in tal modo entrerebbero in rotta di collisione con il governo, che usa il ricatto delle elezioni anticipate che impedirebbe il conseguimento dell’agognato vitalizio, per allineare i parlamentari critici.

07/06/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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