Embraco, caro ministro Calenda, è il capitalismo a essere arrogante

La vertenza di Embraco. 500 lavoratori e lavoratrici rischiano il licenziamento. E nessuno mai parla di nazionalizzare.


Embraco, caro ministro Calenda, è il capitalismo a essere arrogante

Embraco è un’azienda brasiliana del gruppo Whirlpool, che produce compressori per frigoriferi. Dal 25 marzo, 500 lavoratrici e lavoratori di Riva di Chieri a Torino rischiano il licenziamento perché l'azienda ha deciso di trasferire quel che resta della produzione torinese nello stabilimento aperto nel 2004 in Slovacchia.

Anche nel 2014 Embraco aveva minacciato di lasciare l’Italia. Poi, con un protocollo d'intesa da 2 milioni di euro per nuovi investimenti, la Regione Piemonte la convinse a restare. Meno di 4 anni dopo, poche settimane fa, la nuova lettera di licenziamento collettivo.

La vertenza, come tante altre, è finita in via Veneto, a Roma, al Ministero dello Sviluppo Economico, nelle mani del ministro Calenda, che ha chiesto all'azienda di ritirare i licenziamenti e prendere tempo con la cassa integrazione straordinaria, in attesa di una quanto mai incerta ipotesi di reindustrializzazione.

Ma la borsa non può aspettare: se l'operazione Slovacchia non va in porto subito, il titolo ne risente. Nessuna possibilità di rinvio, a meno che i sindacati non accettino la riassunzione degli operai e delle operaie con contratto part-time e Jobs act. L'ennesimo ricatto sulle spalle di chi lavora.

Fin qui, purtroppo, niente di nuovo. La novità sta nelle dichiarazioni del ministro Calenda, nemmeno fosse un delegato della Fiom: irresponsabili, non incontro più questa gentaglia!

E bravo, caro ministro. Bella uscita a uso e consumo della campagna elettorale in corso. Gentaglia, ha ragione, sa. Malarazza! Arroganti che intascano i soldi dello Stato quando serve loro e poi, fatti due conti, fanno armi e bagagli e lasciano a casa 500 lavoratori e lavoratrici. Senza prendersi né la briga né il gusto di concedere loro un altro po' di agonia con la cassa integrazione. Che roba, davvero! Pensi un po', nessun senso di quella responsabilità di impresa incisa sull'articolo 41 della Carta Costituzionale!

Guardi, però, che a noi mai, mai, nemmeno per un momento, è venuto il dubbio che dietro la sua ira non si nasconda, neanche tanto bene, quel governo che il Jobs act lo ha approvato e che a suo tempo votò la cancellazione della mobilità e il contemporaneo allungamento delle pensioni. Lo stesso governo che ha condiviso per anni una politica di compressione salariale e risparmio delle imprese. Così come lei è lo stesso ministro che va dalla Commissaria europea a chiedere una deroga ai trattati per altre defiscalizzazioni e altri aiuti a pioggia, così da rendere l'Italia conveniente quasi quanto la Slovacchia. Anche agli occhi dell'arrogante padrone di Embraco.

No, caro ministro. Noi non siamo come lo stolto che guarda il dito invece della luna. Embraco è arrogante, certo, ha proprio ragione. Ma non è che invece Whirpool, Electrolux, Indesit siano gentili e responsabili. Così come non lo era Merloni e gran parte del settore dell'elettrodomestico italiano che in questi ultimi 15 anni ha più che dimezzato la produzione per trasferirla altrove, in qualche paese dove i margini di produttività sono maggiori, perché il costo del lavoro è più basso. Sono arroganti tutte le aziende che delocalizzano, anche quelle che siedono più civilmente al tavolo del MISE. È il capitalismo, bellezza. E in Italia è pure straccione, perché la competitività la traduce tutta e solo sulla riduzione dei costi e dei salari, con la complicità di governi come il suo, che finanziano a pioggia banche e imprese, con aiuti diretti e continue politiche di defiscalizzazioni e decontribuzioni, a danno ancora del sistema pubblico previdenziale e di welfare.

Ad essere arrogante non è soltanto Embraco, allora, ma anche il suo governo, ministro Calenda. E tutta una politica industriale, di cui lei è pienamente partecipe. Una politica che sa soltanto ridurre il costo del lavoro per le imprese e si compiace che dopo anni di crisi risalgono i conti dell'export, poco importa se la domanda interna resta appesa alle famiglie che non arrivano a fine mese.

Di fronte al dramma dei 500 operai e operaie della Embraco, allora, la politica ci eviti almeno le ipocrisie. Non si scandalizzino se scoprono in campagna elettorale che in Slovacchia i salari sono più bassi che in Italia. Né che Embraco voglia riassumere part-time e con il Jobs act. Non si scandalizzino che in 500 non avranno la mobilità e non arriveranno ai 67 anni per andare in pensione. E non facciano finta che il problema sia Embraco che non si presenta al tavolo del MISE.

Scandalizziamoci noi, invece, di quelle leggi e di chi, come Calenda, le ha approvate. E, soprattutto, scandalizziamoci che la politica non prenda nemmeno in considerazione la possibilità di nazionalizzare le aziende in crisi, nemmeno quando le crisi riguardano settori strategici e si chiamano Ilva, Piombino, Alitalia. Scandalizziamoci che la ricetta sia sempre quella di abbassare il costo del lavoro e continuare a dare soldi ai padroni, pure quelli più arroganti, per tirare avanti un altro pò in attesa della prossima speculazione o di un nuovo investimento da qualche parte dove i salari siano ancora più bassi.

Ecco, scandalizziamoci di questo e intanto appoggiamo con tutta la solidarietà possibile la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Embraco. Una lotta contro un padrone arrogante più o meno come tutti gli altri, che, né più né meno, vuole licenziarli per aumentare i profitti altrove.

24/02/2018 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Eliana Como

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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