Le svolte annunciate da Draghi. Fu vera gloria?

Per scacciare la Crisi Draghi intende pompare liquidità nel sistema finanziario. Ma – novità! – reclama anche politiche fiscali espansive e “riforme”. Il segno di classe resta però immutato.


Le svolte annunciate da Draghi. Fu vera gloria? Credits: @zak_says

Per scacciare la Crisi Draghi intende pompare liquidità nel sistema finanziario. Ma – novità! – reclama anche politiche fiscali espansive e “riforme”. Il segno di classe resta però immutato.

di Ascanio Bernardeschi

Il 2 ottobre, nella blindatissima reggia di Napoli assediata da migliaia di manifestanti, si è tenuto il direttivo della Banca Centrale Europea. Il Presidente Mario Draghi, ha espresso l'intenzione di acquistare titoli “junk” (cianfrusaglie) da paesi che le agenzie di rating definiscono “spazzatura”, quali Grecia e Cipro e presto l'Italia. Dopo il recente abbassamento del tasso di sconto allo 0,05 per cento (in sostanza soldi gratis alle banche!), ha promesso che nei prossimi mesi la BCE darà «ulteriore supporto e favorirà il credito bancario». Si tratta quindi dell'annuncio di politiche di espansione monetaria per affrontare la recessione e la deflazione in atto. Sono state date anche delle cifre. Mille miliardi di acquisti in due anni che andrebbero a immettere liquidità nel sistema creditizio e nella finanza.

Tuttavia in quell'occasione il Presidente della BCE si è pronunciato per la conferma del regime di austerità, che tanto sta penalizzando l'Europa. «Per rafforzare le fondamenta di una crescita sostenibile e di solide finanze pubbliche – ha infatti dichiarato – i Paesi dell’area euro non devono mandare all’aria i progressi fatti con il consolidamento fiscale, in linea con il Patto di Stabilità e di Crescita». In aggiunta essi «devono proseguire con le riforme strutturali nei prossimi anni». Nella successiva conferenza stampa ha rafforzato quest'ultimo concetto: «le riforme strutturali devono accelerare in molti Paesi». Si tratta di un formidabile assist alle politiche di smantellamento del welfare e delle tutele del lavoro. In ciò consistono infatti le “riforme strutturali” secondo il nuovo lessico del pensiero unico liberista.

Gli speculatori si attendevano dichiarazioni più risolute sull'acquisto dei titoli derivati a rischio di inesigibilità e dei titoli di stato con modalità simili a quella della Fed americana e hanno risposto provocando un crollo delle borse. I falchi tedeschi, all'opposto, si sono preoccupati delle rischiose misure monetarie espansive, nonostante che Draghi abbia annunciato «specifiche misure per la riduzione del rischio». Per esempio Hans-Werner Sinn, presidente dell'Istituto di Statistica tedesco teme che «la Bce si trasformi completamente in un’autorità salvataggio e nella bad bank d’Europa» e giunge a invocare l'intervento della Corte Costituzionale tedesca.

Appena un mese dopo, sempre accolto da manifestanti – pestati dalla polizia – Draghi si è trovato a Roma a commemorare il centenario della nascita dell'economista Federico Caffè, già suo compagno di studi. Sarà perché era alla presenza di tanti studenti, sarà perché si parlava di un economista di scuola keynesiana, sarà perché ormai anche dal Fondo Monetario Internazionale giungono segnali di insofferenza verso le politiche di austerità europee, che stanno avvitando l'Europa in una crisi di lunga durata, Draghi non si è limitato a confermare il cambio paradigma delle politiche monetarie (la BCE nel suo statuto contempla il solo obiettivo della stabilità monetaria), ma – parlando delle terapie per risolvere l'«attuale, inaccettabile livello della disoccupazione» chiede – insieme a Visco – «più risorse» per l'Istruzione e più in generale ha invitato i governi nazionali a stimolare l'economia con «una politica fiscale, che, nel rispetto delle regoli esistenti, veda maggiori investimenti e minori tasse», purché sui accompagnino a «necessarie riforme strutturali dei mercati dei prodotti e del lavoro» (evidente riferimento allo smantellamento dello Statuto dei lavoratori). In concomitanza, il segretario al Tesoro Usa Jack Lew, esorta l'Europa a fare di più per la crescita: "il mondo non può permettersi un decennio europeo perduto".

Si tratta ora di capire il segno e i limiti di questi annunci. Per quanto riguarda le misure monetarie, se continuano a essere accompagnate da politiche di austerità e recessive, rischiano di innescare una nuova bolla speculativa.
È altrettanto evidente che le “riforme” peggioreranno il potere contrattuale e la condizione economica delle classi sfruttate. Anche queste, quindi, sono destinate a deprimere la domanda interna, magari compensando questo danno con una maggiore competitività sui mercati internazionali, dovuta all'abbassamento del costo del lavoro. Ma se tutti gli stati si muovono in quella direzione, spariscono i vantaggi comparati, il gioco diviene a somma zero e rimane solo l'impronta recessiva.

Si tratta di capire infine la portata delle politiche fiscali invocate.
Gli investimenti in sé hanno senz'altro un ruolo propulsivo, ma se sono rivolti a potenziare le politiche imperialiste di guerra, sulle quali l'Italia è impegnata o a devastare il territorio con grandi opere e colate di cemento (si veda il decreto Sblocca Italia), dovremo aspettarci un ritorno negativo in termini di civiltà, sicurezza e benessere collettivo.

La riduzione delle imposte, se è rivolta prevalentemente ai profitti e alle rendite, non potrà sortire grandi effetti espansivi in quanto accentuerà le enormi ingiustizie distributive della ricchezza e i maggiori profitti rischieranno di essere impiegati in speculazione e non in investimenti produttivi. Se poi questa riduzione si accompagnerà al mantenimento dell'obbligo del pareggio di bilancio, ormai inserito in Costituzione, come lascia supporre il passo «nel rispetto delle regoli esistenti», occorrerà domandarsi quali comparti della spesa pubblica saranno falcidiati e comunque la domanda si deprimerà. Insomma, se qualche crepa nel pensiero unico liberista sembra ravvisarsi, prima di brindare alla svolta occorre vedere bene le carte.***

Ma supponiamo pure che tutto sia per il meglio e che avremo politiche effettivamente espansive. Questo certamente porterebbe qualche sollievo alla classe lavoratrice, ma basterebbe per uscire dalla crisi?

Essa ha origini lontane, negli anni 70, in concomitanza con una caduta del del saggio medio del profitto cui si rispose mettendo in movimento le "cause antagonistiche" di tale caduta, che già Marx aveva lucidamente individuato, la principale delle quali è la riduzione del costo della forza-lavoro (retribuzione diretta e indiretta colpendo salari pensioni, servizi sociali ecc.). Da allora si è verificata una svolta nella distribuzione del reddito, a vantaggio dei profitti e delle rendite un progressivo smantellamento delle tutele del welfare e dei diritti del lavoro. È stata così falcidiata la capacità di spesa dei lavoratori e degli stati, determinando una carenza della domanda, tenuta per un po' di anni latente, attraverso l'effetto di espansione del credito (indebitamento pubblico e privato). In Usa, per esempio, i famosi mutui subprime hanno consentito a chi possedeva una casa di indebitarsi sempre più, assecondato dai crescenti valori degli immobili. In tal modo – e grazie alla possibilità di stampare dollari all'infinito – gli Usa divennero la “spugna” in grado di assorbire la sovrapproduzione mondiale. Fino all'inevitabile scoppio della bolla.

La recessione era a questo punto inevitabile e non del tutto negativa per il capitale in quanto si sono ingrossate le fila dell'esercito industriale di riserva (leggasi disoccupazione) rendendo ancora più deboli le difese della classe lavoratrice e più agevole la diminuzione del valore della forza-lavoro.

Le politiche ultraliberiste dei nostri governanti e della “troika” (Bce, Fmi e Commissione europea) non ci hanno portato fuori dalla crisi e anzi l'hanno aggravata in alcuni paesi (i PIIGS in primo luogo). Ma tali politiche non sono insensate dal punto di vista del capitale. Al contrario una più equa distribuzione del reddito e un ruolo anticiclico della politica fiscale, tendono sì a incrementare la domanda, ma peggiorano la quota di reddito che va ai profitti. In sostanza, la medicina che fa bene alla malattia della crisi da domanda, è nociva per la malattia della caduta del saggio di profitto, e viceversa.

I responsabili mondiali dell'economia hanno fin qui ritenuto la recessione il male minore, cui far fronte con palliativi diversi dall'aumento della capacità di spesa dei lavoratori e dalla ripresa del welfare. Da qui l'enfasi che Renzi finora ha dato alle “riforme” che piegano la schiena dei lavoratori e alla spending review, che taglia il welfare. Domani magari, con la faccia tosta che si ritrova, dirà che lui lo aveva detto già prima che occorreva maggiore flessibilità ecc. ecc.

Ma la vera soluzione non può stare dentro le logiche capitaliste. Occorre ripensare una organizzazione consapevole della produzione, del “ricambio organico tra l'uomo e la natura”, avrebbe detto Marx, che metta al centro i valori d'uso e non i profitti. Purtroppo i rapporti di forza attuali rendono immane questo compito.

08/11/2014 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: @zak_says

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