Lo sviluppo della crisi nell’Eurozona e le prospettive di fuoriuscita

La crisi economica attuale è una crisi mondiale che nel contesto dell’Eurozona si è cronicizzata e amplificata, a causa sia della vulnerabilità che gli squilibri interni di quest’area avevano prodotto a danno dei paesi periferici, sia a causa delle politiche economiche successivamente attuate, completamente inadeguate per contrastare la crisi ma in gran parte coerenti con i vincoli e gli indirizzi politici incorporati nei trattati e fatti propri dalle istituzioni dell’UE. L’attualissima questione relativa alla compatibilità tra: da un lato la configurazione dell’Eurozona e (più in generale) dei trattati dell’UE, e dall’altro un modello sociale basato sui valori dello sviluppo e dell’occupazione come il nostro modello costituzionale, diviene così centrale per comprendere e orientare gli imminenti e incerti sviluppi economici e sociali.


Lo sviluppo della crisi nell’Eurozona e le prospettive di fuoriuscita

La crisi economica attuale è una crisi mondiale che nel contesto dell’Eurozona si è cronicizzata e amplificata, a causa sia della vulnerabilità che gli squilibri interni di quest’area avevano prodotto a danno dei paesi periferici, sia a causa delle politiche economiche successivamente attuate, completamente inadeguate per contrastare la crisi ma in gran parte coerenti con i vincoli e gli indirizzi politici incorporati nei trattati e fatti propri dalle istituzioni dell’UE. L’attualissima questione relativa alla compatibilità tra: da un lato la configurazione dell’Eurozona e (più in generale) dei trattati dell’UE, e dall’altro un modello sociale basato sui valori dello sviluppo e dell’occupazione come il nostro modello costituzionale, diviene così centrale per comprendere e orientare gli imminenti e incerti sviluppi economici e sociali.

di Vadim Bottoni

Un’interpretazione della crisi economica dell’Eurozona, che sia minimamente esaustiva, deve tener conto di due elementi macroscopici di discontinuità intercorsi tra il modello di sviluppo economico caratterizzante i trent’anni successivi al secondo dopoguerra (le cosiddette Trente glorieuses) e quello caratterizzante il periodo che va (grossomodo) dalla seconda metà degli anni ’70 allo scoppio della crisi. Questi elementi di discontinuità, che devono essere letti alla luce della stretta connessione esistente tra mercato del lavoro e mercato finanziario, sono dei processi di lungo periodo, ovvero:

  • una caduta della quota salari, quindi dell’incidenza sul PIL dei redditi da lavoro, dell’ordine di 10 puntii registrata tra il 1976 e il 2006, che ha interessato i quindici paesi più ricchi dell’OCSEii;
  • l’ipertrofia finanziaria, ovvero crescita abnorme del valore complessivo delle attività finanziarie internazionali che, mentre negli anni ’80 era sostanzialmente equivalente al PIL mondiale, a fine 2007 arrivava a un rapporto con il PIL mondiale del 356%iii.

Come da ipotesi occorre esaminare la connessione tra questi due processi per evidenziare l’incidenza che hanno avuto nella determinazione della crisi economica in corso, e quindi per inquadrare le cause della stessa.

Preliminarmente però analizziamo, in breve, i cambiamenti istituzionali realizzati nel periodo indicato che hanno permesso il dispiegarsi dei due processi in esame, non dimenticandoci che la possibilità di realizzare tali cambiamenti è stata senz’altro favorita da una crescente affermazione dell’ideologia che, sommariamente, definiamo neoliberista: i nodi, o meglio dogmi, alla base di questa ideologia sono in primo luogo che il libero operare delle forze di mercato garantisce sempre l’ottima allocazione delle risorse ovvero la massima efficienza (razionalità assoluta del mercato) e in secondo luogo che gli investimenti dipendono dai risparmiiv. Per comodità esplicativa interpretiamo le variazioni istituzionali come attuazione di questi due dogmi, iniziando dagli effetti prodotti sul processo della riduzione della quota salari. Il primo dogma (razionalità ed efficienza assoluta del mercato) ha favorito l’accettazione delle riforme che limitano il perimetro dello Stato per far spazio al libero operare delle forze di mercato, ovvero la privatizzazione dei beni pubblici in nome dell’aumento del benessere collettivo (garantita dalla ricerca del profitto nella logica di mercato) e la riduzione della spesa pubblica per adeguati livelli di welfare e sicurezza sociale: l’incidenza sulla caduta della quota salari sono ben intuibili, ovvero riduzione del salario differito (previdenza), del salario indiretto (welfare) e aumento delle tariffe per la privatizzazione di beni pubblici di pubblica utilità. Il secondo dogma (dipendenza degli investimenti dai risparmi) ha favorito, principalmente nel mondo anglosassone all’inizio degli anni ’80, politiche fiscali fortemente redistributive verso i redditi più elevati della popolazione, quelli con una maggiore propensione al risparmio, giustificando tali politiche con la tesi secondo cui aliquote fiscali marginali troppo alte avrebbero disincentivato la disponibilità a lavorare deprimendo il risparmio e di conseguenza gli investimenti: da ciò ne è conseguita l’aumento della quota di reddito distribuita ai profitti d’impresa e la riduzione delle aliquote fiscali sui redditi più alti (con Regan si è passati dal 91 al 30%!). I due slogan reganiani che sintetizzano al meglio l’attuazione di politiche e riforme che, incorporando i dettami dei due dogmi considerati, hanno caratterizzato la caduta della quota salari sono: la trickle down economics (ovvero la ricchezza sgocciola dall’alto) e lo Stato è il problema, il mercato la soluzione. Per quanto riguarda il secondo processo da analizzare, l’ipertrofia finanziaria, l’applicazione del primo dogma (razionalità ed efficienza assoluta del mercato) ha favorito la liberazione dei movimenti di capitalev, contando che l’eliminazione delle limitazioni alla libera circolazione dei capitali stabilite a Bretton Woods avrebbe favorito la più razionale allocazione possibile e quindi la massima remunerazione del capitale. In questa linea rientra anche il superamento dell’istituto delle banche di proprietà pubblica (che ad esempio furono fondamentali per il finanziamento del miracolo economico tedesco del secondo dopoguerra) con l’estensione della privatizzazione del sistema bancario (effettuata integralmente in Italia ma non in Germania), ovvero assimilando le banche ad imprese che seguendo la logica del massimo profitto nel breve periodo non possono agire efficacemente quando, come nel caso della crisi, l’interesse pubblico sarebbe quello di impieghi in funzione anticiclica e di lungo periodovi.

Il secondo dogma (dell’automatismo risparmio-investimenti) ha favorito il processo di ipertrofia finanziaria attraverso l’affermazione del modello di banca universale, che superava la distinzione tra le banche commerciali (di credito ordinario) e d’affari (dedite alla speculazione finanziaria) sancite a partire dalla legge Glass-Steagall (1933): il compito delle banche commerciali era di raccogliere il denaro degli operatori in depositi che poi (a seguito di una valutazione del rischio) veniva impiegato effettuando prestiti, ovvero convogliato nell’economia reale, mentre le banche d’affari operavano investimenti finanziari e speculativi altamente rischiosi. L’abolizione della separazione bancaria istituita dalla legge Glass-Steagall rende quindi libero l’utilizzo dei risparmi (dei depositi bancari) per investimenti finanziari, ovvero favorisce la finanziarizzazione dell’economia attraverso la possibilità di convogliare nella speculazione finanziaria i depositi dei correntisti (che invece chiedono stabilità e non rischi), quindi aumentando notevolmente la liquidità disponibile per attività speculative e quindi per la formazione di bolle speculative. Dal secondo dogma (equivalenza automatica tra risparmi e investimenti) deriva il corollario della neutralità della moneta, ovvero dell’impossibilità della moneta di influenzare le grandezze reali (produzione, occupazione e prezzi relativi) perché agirebbe solo sul livello (nominale) dei prezzi, cioè sull’inflazione.

Infatti se i risparmi equivalgono agli investimenti (li generano automaticamente), non è possibile trattenere reddito monetario (preferire la liquiditàvii) in maniera inerme (tesaurizzazione) perché altrimenti si avrebbe un ristagno di liquidità, ovvero una parte di redditi monetari risparmiati non si tradurrebbe in investimenti e con il calo d’investimenti diminuirebbe la produzione e quindi l’occupazione: pertanto dalla preferenza per la liquidità (da parte degli operatori), ovvero dal trattenere moneta piuttosto che prestarla o investirla, conseguirebbe un ruolo attivo della moneta nella determinazione di grandezze reali (produzione e occupazione), quindi il superamento del principio della neutralità della moneta e con questo del dogma dell’equivalenza risparmi investimenti. In sostanza se valesse il principio della non neutralità della moneta (secondo cui la moneta ha un ruolo nella determinazione delle grandezze reali quali occupazione e produzione) allora non varrebbe il dogma dell’equivalenza tra risparmi e investimenti (perché la tesaurizzazione riduce la quota di risparmi utilizzata per investimenti generando ristagno di liquidità ), quindi necessariamente il dogma presuppone ,come suo corollario, il principio della neutralità della moneta (la quantità di moneta incide solo sul livello d’inflazione): quale variazione istituzionale sia ascrivibile a questo principio (della neutralità) non è difficile da indovinare, considerando che (alla luce dello stesso) la regolazione del flusso di moneta dovrebbe essere vincolata al mantenimento di un tasso d’inflazione desiderato e non ad altro (come a variazioni delle grandezze reali di lungo periodo).

L’affermazione dell’istituto giustificabile alla luce del principio della non neutralità della moneta, e che costituisce un cardine dell’attuale configurazione dell’Eurozona è: l’indipendenza delle Banche Centrali dal potere politico (a dispetto di quanto avvenuto ad esempio in Italia fino ai primi anni ‘80), ovvero di un controllo tecnico e non politico della moneta, che subordini l’emissione della moneta all’obiettivo prioritario del controllo dell’inflazione (che in ossequio al principio della neutralità della moneta è l’unico stabilmente possibileviii), rinunciando all’emissione finalizzata per promuovere occupazione e produzione (che sarebbe solo una distorsione del mercato attuabile in regime di sovranità monetaria degli Stati).

Così alla luce dei due dogmi del neoliberismo abbiamo letto i cambiamenti istituzionaliix intervenuti a partire dalla fine degli anni ’70 (circa), che per semplicità racchiudiamo nel termine deregulation che comprenderebbe: la privatizzazione dei beni pubblici, la riduzione perimetro dello Stato sociale, la riduzione delle aliquote fiscali sui redditi più alti (in contrasto al principio della progressività della tassazione), la privatizzazione del sistema bancario, superamento la distinzione tra banche commerciali e d’affari, l’eliminazione dei vincoli delle Banche Centrali verso il potere esecutivo (indipendenza) per la regolazione dell’emissione di moneta in funzione dell’obiettivo tecnico del controllo dell’inflazione. Questi cambiamenti istituzionali avrebbero favorito lo sviluppo dei due processi descritti (calo della quota salari e ipertrofia finanziaria) che, per ipotesi, sono le cause di lungo periodo (tra loro inestricabilmente connesse) dell’avvento della crisi economica: vediamo ora di spiegare perché questi processi sono connessi e in che modo hanno inciso sulle dinamiche della crisi economica.

Partendo dal quadro della deregulation (e avendone chiara l’incidenza sui due processi considerati), avanziamo l’ipotesi (sicuramente intuitiva) per cui dal calo della quota salari deriva direttamente una distribuzione del reddito non funzionale (a sostenere la domanda per consumi)x, visto che le fasce di reddito dei lavoratori sono quelle con una più alta propensione ai consumi, e da qui la crescita del debito con funzione compensativa: da qui segue la generazione di un processo che nel breve periodo favorisce la finanziarizzazione dell’economia (e quindi la riduzione dell’orizzonte temporale degli investimenti che li rende altamente volatili), e nel lungo periodo porta alla crisi economica (crollo degli investimenti). Prendendo in considerazione quanto è accaduto negli Stati Uniti, vediamo che la dinamica della concentrazione dei redditi verso l’alto (distribuzione non funzionale) registrata a partire dagli anni ’80 ha alimentato la dinamica del debito perchè da una parte aumentato l’offerta di fondi mutuabili (prestiti)xi visto l’aumento di risparmi, e dall’altra ne ha accresciuto la domandaxii per compensare la stagnazione dei salari. Questa duplice pressione esercitata da chi cercava allocazione dei risparmi (offrendoli, cioè prestandoli) e chi domandava prestiti si è appunto indirizzata verso gli istituti di credito che, grazie al quadro istituzionale della deregulation, hanno potuto muoversi con grande disinvoltura nel moltiplicare l’erogazione di prestiti, incrementando notevolmente la rilevanza della leva finanziaria nell’economia.

La deregolamentazione della finanza come visto deriva dall’idea, risultante dai dogmi neoliberisti, che non bisognasse ostacolare l’allocazione dei fondi realizzata dalle forze del mercato di per sé garanzia di efficienza, ovvero dal libero operare della domanda e offerta di fondixiii.

A questo punto si poneva un problema per gli istituti di credito che, ampliando a dismisura la leva del credito che doveva sostituire la mancata crescita dei salari reali (calo quota salari), miravano ad erogare un maggior numero di prestiti a soggetti che offrivano però sempre meno garanzie di restituzione (come i mutui sub-prime ad altissimo rischio): il problema era quello della gestione dei rischi (vista la potenziale insolvenza degli indebitati), che venne affrontato attraverso l’attuazione di escamotage finanziari che consentivano la moltiplicazione dei crediti fuori bilancio scaricando i rischi verso terzixiv. Questo meccanismo ha caratterizzato l’origine della crisi economica negli Stati Uniti, provocando la ben nota bolla immobiliare (2007).

La bolla prima creebbe perché l’aumento della domanda di titoli finanziata a debito aveva fatto lievitare il valore degli stessi, poi esplose quando si raggiunse il punto di rottura, ovvero: quando i prezzi degli immobili creebbero al punto tale da scoraggiare i possibili acquirenti nonostante le immense facilitazioni creditizie, provocando la riduzione della domanda di immobili e quindi una diminuzione dei prezzi (ovvero del loro valore). A questo punto il motivo speculativo di acquisto di immobili cominciò a venir meno (non conveniva più investire su un bene che si stava deprezzando), e i tanti che avevano effettuato un acquisto al di sopra delle proprie possibilità contando, razionalmente, di poter nel peggiore dei casi lucrare la differenza vendendo successivamente ad un prezzo più alto il bene, si trovarono a non riuscire più a vendere e quindi divennero insolventixv. Molti dei titoli cartolarizzati, visti prima, che erano circolati senza controllo nel sistema bancario si deprezzarono notevolmente, e questo accrebbe repentinamente le sofferenze bancarie causando i primi fallimenti (famoso quello della Lehman Brothers il 15 settembre del 2008) e il panico nel settore finanziario. Il deprezzamento repentino dei valori azionari costituisce lo scoppio della bolla speculativa, e l’inizio della crisixvi, che coinvolse rapidamente l’intera Eurozona.

L’esplosione della bolla speculativa statunitense, infatti, ha costituito l’innesco della crisi nell’Eurozona, i cui grandi istituti di credito avevano (vista l’alta circolazione di titoli tossici e l’utilizzo di strumenti finanziari simili) problemi e fragilità simili a quelli statunitensi (da qui l’immediato contagio): il punto è che nell’Eurozona la crisi si è cronicizzata e amplificata più che in altri contesti, e questo è da imputare alla specifica configurazione dell’Eurozona che ora descriviamo.

Innanzitutto è noto che nell’Eurozona non è stata prevista un’autorità fiscale in grado di bilanciare gli inevitabili squilibri generati dall’istituzione di una moneta unica su un’area economicamente così poco omogenea, nella immotivata ipotesi che dalla disciplina della moneta unica e dai vincoli dei trattati scaturisse la convergenza delle diverse economie: il punto essenziale è che questa iniziale disomogeneità delle economie con l’avvento dell’euro si è andata addirittura (notevolmente) amplificando, e questo ha prodotto degli squilibri interni che hanno reso estremamente vulnerabile l’area periferica dell’Eurozona agli effetti nefasti della crisi economica. Per analizzare questo aspetto, attribuiamo (semplificando) la disomogeneità iniziale delle economie dell’area euro alla mancata convergenza verso un valore comune dei tassi d’inflazione che (nella fase di avvio) erano più bassi nei paesi centrali (come la Germania): dato il cambio fisso, ovvero l’impossibilità di svalutare per i paesi periferici (come l’Italia) , il tasso di cambio reale (senza meccanismi redistributivi correttivi) avrebbe favorito la competitività dei paesi con un tasso d’inflazione minore, quindi quelli centrali. Facendo un esempio banalexvii, se (prima dell’euro) una impresa tedesca avesse voluto acquistare uno stock di scarpe italiane avrebbe dovuto effettuare prima un cambio marco-lira al tasso di cambio corrente (prezzo della valuta ), e poi acquistare (in lire) le scarpe al tasso d’inflazione italiano corrente (prezzo interno dei beni). Alla perdita di competitività delle scarpe italiane (dovuto ad esempio da innovazioni nella manifattura tedesca tali da determinare un miglior rapporto qualità-prezzo delle scarpe), sarebbe corrisposta una diminuzione della domanda di scarpe italiane da parte delle imprese acquirenti tedesche, e in un regime di cambi flessibili si sarebbe prodotto un doppio movimento: svalutazione della lira a causa minor domanda internazionale di lire per acquistare scarpe italianexviii, apprezzamento del marco a seguito dell’aumentata domanda internazionale di marchi per acquistare scarpe tedesche, con il risultato che pur senza variazione dei prezzi interni delle scarpe italiane, avremmo avuto un recupero di competitività in funzione della svalutazione, perché costando meno le lire le scarpe italiane sarebbero tornate nuovamente convenienti per l’impresa tedesca. Ma nel caso del cambio fisso (o moneta unica), i modi alternativi per recuperare la competitività sarebbero stati due (non essendo disponibile la svalutazione): o il miglioramento della produttività ottenuta attraverso investimenti e ricerca (quindi in un orizzonte medio-lungo), o attraverso la riduzione dei prezzi interni (riduzione del tasso d’inflazione) tramite la riduzione del costo del lavoro (deflazione salariale). Con questo schema essenziale possiamo trarre delle conclusioni sulla crisi dell’Eurozona, perché (come detto) con l’avvio dell’euro i paesi periferici partivano da tassi d’inflazione più alti senza la possibilità di svalutare, pertanto (nei primi anni) la tendenza era quella di formare squilibri delle bilance commerciali, in quanto i beni dei paesi periferici aumentavano di prezzo rispetto a quelli centrali, che (come nel caso della Germania) effettuavano anche aggressive politiche salariali al ribasso aumentando ancor più il divario d’inflazione e quindi di competitività. Per questo motivo i paesi periferici perdevano sempre più competitività (i loro beni erano meno richiesti dall’estero) con conseguente calo delle esportazioni, quindi peggiorava il saldo commerciale (si importava più di quanto si esportava): nella prima fase dell’euro i redditi utili a coprire l’eccesso di importazioni (che non erano più ripagate dal pari livello di esportazioni) vennero garantiti dai prestiti degli istituti di credito dei paesi centrali, che avevano una accresciuta disponibilità di fondi in funzione dell’accumulo degli avanzi commerciali degli stessi paesi centrali. Per di più gli istituti di credito dei paesi centrali, grazie alla moneta unica, non erano più esposti al rischio di svalutazione dei crediti forniti ai paesi periferici, che avrebbe comportato una restituzione dei prestiti con un valore inferiore a quello iniziale (al netto degli interessi), per cui l’accresciuta disponibilità data dalle eccedenze commerciali e l’assicurazione sul rischio di cambio incentivò i prestiti soprattutto verso il settore privato dei paesi perifericixix. I prestiti del settore privato erano in parte destinati a consumi, e in parte in investimenti che, vista la perdita di competitività sui mercati esteri, venivano orientati su beni che non fossero soggetti a competizione estera e potenzialmente redditizi perché ambiti dalla domanda interna (delle famiglie): ovvero gli immobili, e da qui le bolle immobiliari soprattutto di Spagna e Irlanda che furono i due paesi che subirono il peggior impatto iniziale della crisi. Infatti, dato il contesto descritto, la perdita di competitività crescente dei paesi periferici non fu corretta né da meccanismi compensativi di tipo redistributivo (non esisteva né un’autorità fiscale né cooperazione), né di tipo svalutativo (vista la moneta unica), venne soltanto nascosta dalla crescita drogata dall’aumento del debito estero, attraverso cui vennero sostenuti i consumi e realizzata la bolla della crescita dei valori immobiliari: ma se la domanda è finanziata dal credito, se sparisce il credito sparisce la domanda degli immobili e il loro valore crolla. Il momento critico dell’interruzione dei prestiti esteri (sudden stopxx) nell’Eurozona ha coinciso con lo scoppio della crisi statunitense che, come visto, coinvolgeva tanto gli istituti di credito europeo che americani nella necessità di coprire le perdite nei bilanci per il crollo del valore dei titoli: così gli istituti di credito dei paesi centrali hanno smesso di finanziare la crescita a debito dei settori privati dei paesi periferici, quindi maggiore era il livello di debito estero (soprattutto privato) maggiore è stato il contraccolpo della crisi. I dati confermano questo, infatti il fattor comune dei paesi inizialmente (dal 2008) interessati dalla crisi (i cosiddetti PIGSxxi) era un alto livello di debito estero, mentre (con la sola eccezione della Grecia) i debiti pubblici erano tra i più bassi d’Europaxxii: infatti gli ingenti prestiti affluiti nel settore privato avevano alimentato soprattutto la crescita immobiliare (“drogando” il settore), con un aumento momentaneo dell’occupazione e dei redditi da cui era conseguito un aumento del gettito fiscale, con successiva diminuzione del debito pubblico, che pertanto non è stato la causa della crisi. Ma su cosa si basa allora la martellante tesi che attribuisce agli elevati debiti pubblici dei paesi periferici la colpa della crisi dell’Eurozona? Debiti che, secondo tale tesi, nasconderebbero gestioni particolarmente dissennate della spesa pubblica rispetto a quella dei paesi centrali, e che indurrebbero a un drastico ridimensionamento del perimetro dello Stato per quei popoli che non sarebbero in grado di gestire risorse pubbliche. Tale tesi trova un apparente riscontro per i consistenti livelli dei debiti pubblici riscontrati nei paesi periferici successivamente allo scoppio della crisixxiii, ma tale tesi nasconde un evento importantissimo che già abbiamo considerato: i salvataggi pubblici degli istituti di credito in sofferenza, ovvero la trasformazione dei debiti della finanza privata in debiti pubblici, con crescita esponenziale dei livelli di debito pubblico (soprattutto) nei paesi periferici dell’Eurozona. Questi salvataggi infatti sono stati finanziati con emissione di titoli di debito pubblico, tra l’altro in un contesto finanziario instabile che aveva portato alla crescita dei tassi d’interesse e quindi ad un aggravio (per i contribuenti) del costo del servizio sul debito. Così per i paesi periferici dopo lo scoppio della bolla speculativa finiscono i prestiti esteri, che fino ad allora avevano alimentato una crescita a debito (soprattutto privato) occultando la sotterranea crescita del divario di competitività visto prima, e dopo i salvataggi pubblici degli istituti di creditoxxiv aumentano i debiti pubblici, e i tassi d’interesse del debito successivi (spread) in quanto i mercati cominciavano a registrare il rischio connesso all’emersione degli squilibri dovuti dal debito estero. Infatti se il paese periferico era meno competitivo tendeva a formare disavanzi commerciali, che (come in passato) avrebbero dovuto essere compensati con prestiti che i mercati non erano disposti più a fare, e quindi si concretizzava il rischio che questi paesi per recuperare competitività avrebbero necessariamente dovuto o svalutare uscendo dall’Eurozona (e quindi avrebbero restituito crediti svalutati), o subire una ristrutturazione del debito (restituzione in euro di un ammontare inferiore dei crediti) o addirittura dichiarare default (restituzione nulla). Queste ipotesi hanno indotto i mercati a trasferire i capitali in lidi sicuri (Germania) e quindi i paesi periferici ad aumentare gli interessi sul debito per compensare i rischi prima esposti: in questa divergenza dei tassi d’interessi è consistito lo spread, e quindi l’ulteriore aggravio di costi a carico dei contribuenti dei paesi periferici. In questa situazione drammatica, senza un meccanismo che nell’Eurozona compensasse tale situazione e con l’aggravio delle istituzioni dell’Ue che stabilivano come prioritari gli interessi dei creditori quindi il rimborso dei debiti, i paesi periferici hanno dovuto cercare una strada (decisamente ardua dati i vincoli dell’UE) di recupero della competitività per ridurre la dipendenza con l’estero e quindi migliorare i saldi commerciali (per non dover chiedere ulteriori prestiti) e contemporaneamente sostenere la pressione del rimborso dei debiti: come abbiamo visto senza la svalutazione, che in “tempi di moneta unica” non si possono fare, le strade rimaste sarebbero o l’aumento degli investimenti e quindi recupero di competitività per maggiore produttività, o la deflazione salariale (svalutazione interna) ovvero recupero di competitività per minori costi di produzione. Per quanto riguarda la strada degli investimenti in “tempi di crisi” i privati (date le aspettative negative) non fannoxxv, e lo Stato in “tempi di assenza di sovranità monetaria e di vincoli di bilancio (contemplati nel Trattato di Maastricht)” non può fare. Rimane così l’infausta strada (almeno per i lavoratori) della deflazione salariale (riduzione delle retribuzioni). Ecco che il quadro si delinea nella collocazione del ruolo svolto dalle parole d’ordine delle istituzioni europee prontamente recepite dalla politica italiana (e dei paesi periferici in genere): austerità e riforme (strutturali), proposte come le medicine per i mali dichiarati del debito pubblico e della scarsa crescita, o, argomentando meglio, riforme per ridurre la dipendenza con l’estero e quindi migliorare i saldi commerciali (per non dover chiedere ulteriori prestiti) e austerità per sostenere la pressione del rimborso dei debiti e aprire nuove possibilità di profitto al capitali finanziari (smobilitando lo stato sociale). L’austerità è conseguenza del rispetto dei vincoli di bilancio dell’Eurozona che comporta il contenimento della spesa pubblica (l’Italia è da circa vent’anni che realizza avanzi primari con i risultati che conosciamo), al fine di realizzare risparmi da destinare al rimborso dei debiti esteri. Ma vediamo le controindicazioni che caratterizzano l’austerità nel mezzo di una crisi di domanda, ovvero: politiche di ingenti tagli della spesa pubblica e restrizioni fiscali deprimono la domanda di Stato e famiglie, peggiorando ancor di più le prospettive di profitto delle imprese deprimendo anche la domanda di investimenti privati, generando così un crollo delle decisioni d’investimento. Il risultato è un aumento della disoccupazione, con ulteriore calo di domanda effettiva e riduzione del gettito fiscale, ovvero maggiore (e non minore) sostenibilità del debito. E’ stato addirittura il FMI a riconoscere gli effetti depressivi dell’austeritàxxvi. Ma se è riconosciuto, anche dal FMI, che l’austerità sta aggravando la depressione è prevedibile, nell’attuale cornice dell’Eurozona, un cambio di rotta? La risposta è assolutamente no, perché si punta sulla dose massiccia dell’altra medicina, ovvero le riforme strutturali (leggi deflazione salariale), che dovrebbero migliorare la competitività e quindi contrastare la depressione rilanciando la crescita. Le riforme tendono ad abbattere le garanzie dei lavoratori (aumento della cosiddetta flessibilità in uscita) riducendone il potere contrattuale e di conseguenza il livello retributivo (deflazione salariale). L’effetto del raggiungimento dell’equilibrio dei saldi esteri (che come visto è l’obiettivo di queste politiche), avviene però non migliorando le esportazioni ma dal versante più pericoloso (oltre che doloroso) della distruzione della domanda interna (ovvero del potere d’acquisto)xxvii, e quindi dal crollo delle importazioni. La drammatica caduta dei redditi da lavoro apre la strada alla cosiddetta deflazione da debiti, ovvero a quel fenomeno che ha portato alla grande depressione negli anni ’30, e che (semplificando) consiste nel fatto che di fronte ad un alto livello di indebitamento privato e di un basso livello di redditi, visto che (in condizioni di deflazione) i debiti da ripagare non diminuiscono e i redditi necessari per ripagarli invece diminuiscono, c’è il rischio di arrivare al punto in cui il peso dei debiti diventi tale da produrre insolvenze di massa, conducendo a una sorta di trappola della depressione: il peso dei mutui e debiti contratti non consentirebbero un rilancio della domanda e quindi dell’uscita dalla depressione.

Tiriamo ora le fila del ragionamento procedendo a ritroso, partendo quindi da queste ultime conclusioni sull’Eurozona. Come detto si esce dalla crisi solo recuperando la competitività che si è persa nell’ambito dei meccanismi dell’Eurozona che hanno prodotto (tra paesi centrali e periferici) un’amplificazione delle divergenze in termini di produzione, occupazione e sofferenze bancarie che non trova precedenti storici in tempi di pacexxviii. Escludendo ulteriori velleitarie speranze sulla condivisione tra gli stati membri dei costi di una convergenza e quindi del riallineamento delle competitività, perché non sarebbero possibili in primo luogo alla luce dei vincoli dei Trattatixxix ed in secondo dalla evidente volontà politica ripetutamente espressa dalle istituzioni e dai paesi leader dell'Eurozona (testimoniata anche modo in cui è stata gestita la crisi Greca), abbiamo visto che l’unica strada percorribile all’interno dell’Eurozona è quella della deflazione salariale, realizzata attraverso l’austerità e le riforme strutturali: come detto le prospettive sono quelle di un aggravamento della depressionexxx, financo al raggiungimento di una possibile deflazione da debiti (cronicizzazione della depressione).Escludendo per l’Italia questa strada, occorre delineare un percorso di sviluppo alternativo allo scenario ora descritto, da costruire in funzione delle risposte che passo passo devono essere date alla serie di domande che ora presentiamo.

Se nel perseguire la crescita si decide di abbandonare la strada della deflazione salariale (che è il prodotto dell’austerità e delle riforme strutturali) percorrendo quelle alternative della svalutazione (per un immediato recupero di competitività) e degli investimenti produttivi (per far crescere l’occupazione e la produzione nel medio-lungo periodo), allora sarebbe necessario uscire non solo dall’Eurozona ma anche dai vincoli di bilancio imposti nell’ambito dell’UE? Considerando il contesto economico-istituzionale in cui si trova attualmente l’Italia, è lecito aspettarsi che una svalutazione sia utile perché non si tradurrebbe interamente in inflazionexxxi, e che in generale l’inflazione non è necessariamente un male per i lavoratori? Si può supporre che la definizione del mantenimento della stabilità dei prezzi (lotta all’inflazione) come obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali (art. 127 TFUE,) subordinando di fatto tutti gli altri principi a questo, implichi un regime di tutela nell’area euro per i creditori, visto che l’inflazione riduce il valore reale dei debiti, e quindi sfavorirebbe da questo punto di vista i paesi periferici indebitati (pertanto i contribuenti degli stessi)? E’ lecito considerare le divergenze prodotte nell’Eurozona come elementi non emendabili all’interno di questa (viste le norme dei trattati e la volontà politica dei paesi centrali), e credere che tali divergenze allontanino inesorabilmente progetti solidaristici e unitari tra i lavoratori appartenenti ai vari Stati membri? Visto il contesto descritto e l’attuale condizione dei lavoratori in termini di diritti sociali e benessere materiale, possiamo considerare che la conquista di un terreno idoneo per un avanzamento sociale dei lavoratori passi (indipendentemente che si consideri una fase definitiva o meno) per il recupero del modello di sviluppo contenuto nella Costituzione Italiana, costantemente messo in discussione dalle forze (in primis delle istituzioni dell’UE) che ambiscono al restringimento dei diritti sociali e allo smantellamento di un modello di sviluppo incentrato su un programma di piena occupazione (come desumibile dall’art. 4 della Costituzionexxxii)? E’ legittimo porre il modello costituzionale (che ricordiamo nasce dalla terribile esperienza storica intessuta di depressione economica, dittatura e guerra) come riferimento per rileggere ed arginare tanto i processi socio-economici quanto il contesto istituzionale ad essi favorevole, entrambi descritti inizialmente, come terreno fertile per lo sviluppo della crisi, ovvero: un modello redistributivo, basato sulla centralità del lavoro, che disciplini e controlli il settore finanziario?

Le domande sono state concepite come domande retoriche, e le domande retoriche sono tali perchè implicano la risposta: in questo caso sempre affermativa. Un confronto che si sviluppi su queste direttrici sarebbe attualmente più che mai utile per far emergere quella molteplicità di convinzioni sottese in gran parte dei moniti che demonizzano qualsiasi argomentazione a sostegno della necessità della fuoriuscita dell’Italia dall’Eurozona e dall’intera UE, dei moniti che stigmatizzano tali ipotesi come un anacronistico “riportare indietro le lancette della storia” o “recuperare i confini nazionali e quindi (?) i nazionalismi”: un serio confronto sulle direttrici proposte aiuterebbe a riorientare il senso di questi moniti, mostrando che sarebbe proprio un perseverare nella situazione attuale a riportarci in un’epoca in cui i diritti sociali erano un miraggio, un’epoca ben precedente a quella in cui nell’ambito dei nostri confini nazionali prendeva forma un modello costituzionale basato sui i valori dello sviluppo e dell'occupazione, proprio ciò di cui oggi i lavoratori avrebbero bisogno.

Note

i Si è passati dal 68% al 58% del PIL.

ii  Cfr., G. Ruffolo-S. Sylos Labini, Il film della crisi, 2012, p. 12.

iii Cfr., D. Farrel, “New Thinking for a New Financial Order”, Harward Business Review, settembre 2008

iv L’affermazione di questi due dogmi equivale a una restaurazione di un modello che aveva preceduto le innovazioni della teoria keynesiana sviluppata negli anni ’30 e di cui sia gli accordi di Bretton Woods (anche se solo parzialmente), sia i modelli costituzionali successivi alla seconda guerra mondiale, avevano tenuto conto, ovvero: l’impossibilità del libero operare delle forze di mercato di garantire un equilibrio del sistema economico a livello di piena occupazione, e l’inversione della relazione tra risparmi e investimenti, in quanto i sceondi (per il tramite della determinazione del reddito), avrebbero determinato i primi.

v  Per un grande pensatore classico come Ricardo, i capitali non sarebbero “valigie trasportabili indifferentemente da una parte all’altra del mondo: sono elementi essenziali del contesto sociale il cui spostamento non può determinare conseguenze rilevanti nella sorte della stessa coesione sociale” (G.Ruffolo-S. Sylos Labini, Il film della crisi, 2012, p. 10)

vi  “Nel 2012, purtroppo, è successo quello che era lecito attendersi: il nostro sistema bancario interamente privato ha seguito (legittimamente, dal suo punto di vista) la logica della massima profittabilità di breve periodo, e quindi, in presenza di crediti problematici crescenti a causa della fortissima crisi in atto (-2,4 per cento il dato Istat definitivo relativo al prodotto interno lordo), ha ridotto il credito a imprese e famiglie. Secondo il centro studi di Unimpresa, i prestiti a imprese e famiglie hanno avuto nel 2012 un saldo negativo di 37,7 miliardi di euro rispetto all’anno precedente, segnando in termini percentuali un -2,5 per cento (le più colpite sono state le imprese, con una contrazione del credito del 3,3 per cento). La presenza di banche pubbliche, con un orizzonte di investimento di medio-lungo periodo, potrebbe consentire di affrontare la crisi in modo ben diverso.” (Vladimiro Giacchè, http://keynesblog.com/2013/03/21/apologia-della-banca-pubblica/)

vii Per aspettative di profitto pessimistiche o per motivi speculativi sui movimenti del tasso d’interesse, oltre che ovviamente per motivi precauzionali.

viii Questa descrizione manualistica sul ruolo della Banca Centrale è perfettamente aderente alle posizioni assunte dall’ex governatore della BCE Jean-Claude Trichet, mentre si è evidenziato che con la governance di Mario Draghi si è avuta una inversione di tendenza (con LTRO e l’OMT). La posizione di Draghi è inquadrabile in una variazione dell’ortodossia descritta che attribuisce all’emissione di moneta un ruolo di breve periodo nell’attivare quelle forze che, nel caso principalmente di calo degli investimenti, sarebbero state attuate dal libero operare delle forze di mercato (ovvero della domanda e dell’offerta), se non esistesse una vischiosità di prezzi e dei salari (verso il basso) considerata tipica nelle economie capitalistiche avanzate (almeno prima delle recenti riforme strutturali): la finalità è quindi la riattivazione delle forze di mercato e assolutamente non per una politica di occupazione e investimenti non garantiti dal mercato. L’azione dovrebbe, altresì, essere di breve periodo perché altrimenti si genererebbe inflazione, come deducibile dal principio della neutralità della moneta.

ix Rispetto al quadro emerso dagli accorsi di Bretton Woods e consolidato per l’età dell’oro, ovvero i circa trent’anni successivi

x “Ancor prima della crisi finanziaria, v’erano già segni che le tendenze osservate nella disuguaglianza di reddito potessero non essere sostenibili. Dinanzi alla forte moderazione salariale, i lavoratori e le loro famiglie si sono indebitati in misura crescente allo scopo di finanziare il loro investimento in un’abitazione – e talvolta anche in consumi”( Gallino, 2013, p. 222)

xi  Perché ha aumentato i risparmi in cerca di remunerazione.

xii  In virtù della stagnazione dei redditi di chi aveva un’alta propensione al consumo (i lavoratori).

xiii Alla base di queste convinzioni c’è l’ipotesi dell’assoluta efficienza dei mercati finanziari, in quanto i capitali affluiscono solo “là dove il rendimento è ottimale, in rapporto al rischio che l’investimento presenta e al flusso di denaro che promette. Ciò avviene perché i mercati sono il più valido dei sistemi informativi possibili” (Gallino, 2013, p.255).

xiv “Le banche Ue al pari delle consorelle Usa esse hanno creato, con l’aiuto dei governi e della legislazione, una gigantesca finanza ombra, un sistema finanziario parallelo i cui attivi e passivi non sono registrati in bilancio, per cui nessuno riesce a capire dove esattamente siano collocati né a misurarne il valore. La finanza ombra è formata da varie entità che operano come banche senza esserlo. Molti sono fondi: monetari, speculativi, di investimento, immobiliari. Il maggior pilastro di essa sono però le società di scopo create dalle banche stesse, chiamate Veicoli di investimento strutturato (acronimo Siv) o Veicoli per scopi speciali (Spv) e simili. Il nome di veicoli è quanto mai appropriato, perché essi servono anzitutto a trasportare fuori bilancio i crediti concessi da una banca, in modo che essa possa immediatamente concederne altri per ricavarne un utile. Infatti, quando una banca concede un prestito, deve versare una quota a titolo di riserva alla banca centrale (la Bce per i paesi Ue). Accade però che se continua a concedere prestiti, ad un certo punto le mancano i capitali da versare come riserva. Ecco allora la grande trovata: i crediti vengono trasformati in un titolo commerciale, venduti in tale forma a un Siv creato dalla stessa banca, e tolti dal bilancio. Con ciò la banca può ricominciare a concedere prestiti, oltre a incassare subito l’ammontare dei prestiti concessi, invece di aspettare anni come avviene ad esempio con un mutuo. Mediante tale dispositivo, riprodotto in centinaia di esemplari dalle maggiori banche Usa e Ue, spesso collocati in paradisi fiscali, esse hanno concesso a famiglie, imprese ed enti finanziari trilioni di dollari e di euro che le loro riserve, o il loro capitale proprio, non avrebbero mai permesso loro di concedere. Creando così rischi gravi per l’intero sistema finanziario.” (Gallino, 2012).

xv Perché non più in grado di ripagare i mutui i cui tassi d’interessi erano aumentati.

xvi  Così si ha scoppio della crisi quando si blocca la domanda dei titoli che si scoprono enormemente sopravvalutati, e gli istituti di credito non riuscendo più a venderli si trovano con un enorme debito (pari alla differenza tra il precedente prezzo d’acquisto dei titoli e il basso prezzo corrente) da dover sanare, pena il fallimento degli istituti di credito, con rischio di fallimenti a catena e paralisi del sistema creditizio. Questo ha determinato la scelta di un’enorme salvataggio pubblico per risanare i bilanci degli istituti di credito più esposti, trasformando il debito della finanza privata in debito pubblico a carico dei contribuenti, sia negli Stati Uniti che nell’Eurozona, ed è su quest’ultima che ora concentreremo l’attenzione.

xvii E senza affrontare gli effetti della svalutazione sul complesso dell’economia.

xviii  Come per qualsiasi altro bene, anche per la valuta una diminuzione della domanda comporta una diminuzione del suo prezzo (in questo caso tasso di cambio), e viceversa.

xix  Che nella prima fase offriva rendimenti più alti rispetto ai titoli di Stato periferici.

xx  Ovvero la diminuzione dei flussi in entrata dei capitali esteri, che finanziavano disavanzi commerciali, dovuta dal timore del mancato rimborso del debito estero.

xxi  L’acronimo si riferisce a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, in quanto l’Italia entrò in crisi successivamente.

xxii  Anche quello greco fino a quel punto non era aumentato dall’ingresso nell’Eurozona.

xxiii  Anche se di per sé l’alto livello di debito pubblico non è necessariamente causa di crisi, considerando che ad esempio in Giappone si aggira intorno al 240%.

xxiv  “Secondo un rapporto della CE di fine 2010…l’ammontare del sostegno pubblico effettivamente utilizzato dalle istituzioni finanziarie è stato di 960 miliardi di euro nel 2008 e 1100 miliardi nel 2009” (L. Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, 2013). L’onere per l’Italia in proporzione è stato ancora più grande perché le banche italiane sono state nell’UE tra le meno esposte ai rischi di fallimento e quindi ai salvataggi europei ma l’Italia, vista la mutualizzazione del debito, ha dovuto partecipare ai salvataggi in misura non dell’esposizione delle proprie banche ma del peso del suo PIL su quello complessivo.

xxv  A maggior ragione questo vale perchè in “tempi di credit crunch” le banche non prestano, viste sia le aspettative di profitto che la necessità di ricapitalizzazione in adempimento ai regolamenti di Basilea III.

xxvi  Vedi: http://keynesblog.com/2013/01/08/il-fondo-monetario-insiste-sullausterita-ci-siamo-sbagliati/

xxvii  Vedi l’intervista di Mario Monti: http://edition.cnn.com/TRANSCRIPTS/1205/20/fzgps.01.html

xxviii Vedi il “Monito degli economisti”: http://www.theeconomistswarning.com/2013/09/il-monito-degli-economisti.html

xxix  Cfr., sul punto, L. Barra Caracciolo, Euro e (o?) democrazia costituzionale, 2013.

xxx  I pallidi segnali di ripresa che ad oggi qualcuno segnala non trovano un riscontro sui fondamentali economici, e riprendendo Federico Caffè “una ripresa congiunturale senza una minore disoccupazione non è che una pura indicazione statistica priva di ogni valido interesse”. L’attuale congiuntura è da attribuirsi al quantitative easing della BCE (circa 60 mld al mese iniettati nelle banche) e la caduta dei prezzi del greggio hanno favorito la svalutazione dell’euro e aiutato le esportazioni fuori della zona euro, che comunque riguardano una quota nettamente inferiore a quelle intra-eurozona che per l’Italia non vedono variazioni significative. Le divaricazioni nell’Eurozona permangono e l’accelerazione delle riforme strutturali, unite alla sempre presente austerità, opzionano un futuro segnato dalla depressione economica e dalla riduzione di diritti sociali.

xxxii  Cfr., sul punto, L. Barra Caracciolo, Euro e (o?) democrazia costituzionale, 2013, p. 32 e ss.

02/08/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Vadim Bottoni

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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