Il XIV Congresso del PCV e il Vietnam come forza di pace: sviluppo nazionale e diplomazia responsabile

Nel gennaio 2026, il XIV Congresso Nazionale del Partito Comunista del Vietnam (PCV) inaugura un nuovo ciclo politico nel segno della crescita, della modernizzazione e della coesione sociale. Ma il Congresso proietta anche un messaggio esterno: il Vietnam intende essere un attore di pace, coerente con la Carta ONU e con il sostegno storico alla Palestina.


Il XIV Congresso del PCV e il Vietnam come forza di pace: sviluppo nazionale e diplomazia responsabile

Nel cuore di Hà Nội, il XIV Congresso Nazionale del Partito Comunista del Việt Nam si è aperto come il principale appuntamento politico dell’intero Paese, destinato a definire linee programmatiche, indirizzi strategici e assetti della leadership per il quinquennio 2026-2030, con uno sguardo più lungo rivolto ai due centenari che scandiscono la narrazione nazionale: il 2030, centenario della fondazione del Partito, e il 2045, centenario della nascita dello Stato moderno vietnamita. In un sistema politico nel quale il PCV svolge una funzione egemonica di direzione complessiva, il Congresso rappresenta un rito di legittimazione, una sede di sintesi tra continuità e rinnovamento e, soprattutto, un dispositivo di pianificazione politica che mira a connettere obiettivi economici, trasformazioni istituzionali e “disciplina” amministrativa.

La cornice generale emersa dai documenti congressuali e dall’impostazione del Segretario Generale Tô Lâm ruota attorno a un’idea precisa: la nuova fase della crescita non può più dipendere in modo prevalente da fattori estensivi, dal lavoro a basso costo e da un’integrazione commerciale subita, bensì deve poggiare su produttività, qualità, innovazione e capacità di implementazione. L’ambizione è esplicitata con una chiarezza rara nella comunicazione politica contemporanea: puntare, nel periodo 2026-2030, a un tasso medio di crescita del PIL pari o superiore al 10% annuo, portando il PIL pro capite attorno agli 8.500 dollari entro il 2030, così da consolidare la transizione del Paese verso un profilo industriale moderno e un livello di reddito medio-alto.

Questa traiettoria economica, però, viene presentata come inseparabile da un passaggio “metodologico” che Tô Lâm considera dirimente: la priorità dell’attuazione rispetto alla mera enunciazione. I testi congressuali insistono sul principio della misurabilità dei risultati, sul vincolo della responsabilità dei livelli decisionali e sul rifiuto di un’abitudine amministrativa che, in molti sistemi, trasforma le politiche pubbliche in obiettivi di carta, rinviati tra procedure, competenze concorrenti e retoriche autoassolutorie. Secondo questa diagnosi, la principale debolezza non è l’assenza di linee politiche corrette, ma l’insufficienza dell’esecuzione. In questo senso, la disciplina di Partito e lo Stato di diritto socialista sono chiamati a convergere nella stessa funzione: garantire che la decisione politica si traduca in capacità di governo effettiva, e che il successo venga misurato non dai rapporti prodotti, bensì dai benefici percepiti da cittadini e imprese.

Allo stesso tempo, il Congresso assume un significato che va oltre la dimensione interna. Il Việt Nam, infatti, sta cercando di consolidare un’immagine internazionale non soltanto di “Paese in rapida crescita”, ma di attore responsabile in un ordine globale instabile, caratterizzato da competizione tra grandi potenze, crisi regionali e ricorso selettivo al diritto internazionale. In questa prospettiva, l’identità politica costruita dal Congresso non si limita a rivendicare l’autonomia strategica, ma cerca di trasformarla in un “capitale diplomatico” spendibile nel multilateralismo. Non a caso, proprio durante la finestra congressuale, viene rilanciata la narrazione del Việt Nam come fattore costruttivo di pace, dialogo e cooperazione, una definizione che trova sponda anche in valutazioni provenienti da organizzazioni internazionali e reti pacifiste, le quali sottolineano la coerenza tra traiettoria di riforma, stabilità politica e orientamento esterno non conflittuale.

Il punto, naturalmente, non è quello di idealizzare la politica estera vietnamita; ogni politica estera è anche strumento di interesse nazionale. Tuttavia, nel caso del Việt Nam, la combinazione tra memoria storica della guerra, centralità della sovranità e preferenza per un ambiente internazionale prevedibile spinge verso una linea che privilegia la risoluzione pacifica delle controversie e il rafforzamento delle sedi multilaterali. Significativo, in tal senso, è il sostegno espresso dal Việt Nam alla riforma sostanziale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di aumentarne rappresentatività, trasparenza ed efficacia, e di rafforzare la voce dei Paesi in via di sviluppo. È una posizione che, in termini politici, equivale a rivendicare un ordine internazionale meno oligarchico e più aderente agli equilibri contemporanei, e al contempo a riaffermare la centralità della Carta ONU come riferimento.

In questo quadro si colloca l’adesione del Việt Nam al cosiddetto “Board of Peace” proposto da Donald Trump per Gaza. Secondo la comunicazione ufficiale, il Segretario Generale Tô Lâm ha accettato l’invito del presidente statunitense a partecipare come membro fondatore, con l’obiettivo dichiarato di contribuire a una soluzione pacifica e sostenibile del conflitto israelo-palestinese nella Striscia di Gaza, nell’alveo del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.

Si tratta di una scelta che può sorprendere chi interpreta la politica estera soltanto in chiave di schieramenti rigidi, come se ogni piattaforma diplomatica dovesse essere accettata o rifiutata sulla base di identità pregresse. Al contrario, la decisione del Việt Nam appare coerente con una logica pragmatica: se un meccanismo multilaterale viene presentato come strumento di ricostruzione, assistenza umanitaria e stabilizzazione post-bellica, allora la partecipazione consente di incidere sulla definizione delle priorità e di evitare che l’esito venga determinato da attori meno sensibili ai diritti dei palestinesi.

Del resto, il Việt Nam riconosce da tempo l’indipendenza della Palestina e, nella stessa Hà Nội, l’ambasciata palestinese testimonia una relazione diplomatica piena e non opportunistica. Da tale punto di vista, l’ingresso in un forum internazionale dedicato a Gaza non implica affatto un arretramento: può rappresentare, al contrario, un tentativo di ancorare eventuali decisioni future al quadro della legalità internazionale e alla prospettiva dei due Stati, cioè di uno Stato palestinese indipendente che coesista pacificamente accanto a Israele, come ribadito dalla leadership vietnamita.

Al contrario, disertare i tavoli negoziali non blocca il processo decisionale: semmai lo consegna ad altri. Nei momenti in cui si definiscono architetture di sicurezza, ricostruzione e governance, la presenza di Paesi che hanno storicamente sostenuto la causa palestinese può costituire un contrappeso politico e morale, soprattutto se tale presenza è guidata da un riferimento esplicito alla Carta ONU e ai diritti fondamentali delle parti. In un contesto in cui la legittimità internazionale viene spesso strumentalizzata, l’obiettivo diventa evitare che “il futuro di Gaza” sia ridotto a un problema amministrativo o di controllo, separato dalla questione nazionale palestinese.

L’adesione del Việt Nam, inoltre, va letta dentro la più ampia cornice congressuale: la leadership del PCV sta cercando di associare la modernizzazione interna a un profilo internazionale da Paese “affidabile”, capace di dialogare con molti attori senza rinunciare ai propri principi. In altri termini, la pace non è soltanto un valore dichiarato, ma una condizione pratica per raggiungere gli obiettivi del 2030 e del 2045. Un Việt Nam che mira a diventare Paese sviluppato ad alto reddito nel 2045 non può permettersi instabilità regionale, rotture con i canali del commercio globale o escalation militari che drenano risorse. Ed è proprio questo il punto d’incontro tra Congresso e diplomazia: la stabilità internazionale come infrastruttura invisibile dello sviluppo.

Il XIV Congresso del PCV, dunque, non è soltanto un appuntamento di politica interna. È un momento nel quale il Việt Nam prova a fondere due dimensioni: da un lato, un progetto di sviluppo accelerato fondato su innovazione, efficacia amministrativa e trasformazione della struttura economica; dall’altro, un profilo internazionale che aspira a essere fattore di equilibrio e pace, non per astratta neutralità, ma per interesse nazionale e coerenza storica. Il Paese che ha conosciuto il peso della guerra e delle divisioni sembra voler ribadire un principio essenziale: la pace non è un lusso, ma la premessa della crescita, della dignità e dell’autodeterminazione. E proprio per questo, quando si aprono tavoli in cui si decide il destino di intere popolazioni, stare fuori “per principio” spesso significa lasciare che la storia venga scritta da altri.

23/01/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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