L’estetizzazione della guerra

L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dèi, ora lo è diventata per se stessa. La sua autoestraniazione le permette di vivere il proprio annientamento come spettacolo estetico. Questo è il senso dell’estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell’arte.


L’estetizzazione della guerra Credits: http://www.settimananews.it/societa/un-argine-alle-guerre/attachment/guerra-futurismo/

 

Oggi assistiamo sempre più all’estetizzazione della guerra. Jean Baudrillard, teorico francese post-moderno, afferma che, se le società moderne erano organizzate intorno al concetto di produzione e consumo di beni e merci, le società post-moderne sono mediatiche e consumistiche. Così, nell’odierna società caratterizzata dalla simulazione e dal gioco delle immagini, assistiamo a una estetizzazione dei conflitti, per cui gli eventi bellici sono concepiti in funzione o tenendo conto della loro rappresentazione mediatica. La guerra tende a essere ridotta a immagine, segno e persino spettacolo. In altri termini, la guerra tende a essere organizzata semiologicamente in vista della sua messa in scena mediatica, in funzione della sua spettacolarizzazione. Per Baudrillard la commercializzazione indifferenziata di tutto (tipicamente occidentale} si rivelerà essere stata, piuttosto, una estetizzazione indifferenziata di tutto, ovvero la sua spettacolarizzazione cosmopolita. Secondo Baudrillard, la nostra società ha dato vita così a una generale estetizzazione: tutte le forme culturali – comprese quelle della contro-cultura – sono soggette a meccanismi di promozione, e tutte le modalità (ad esse connesse) di rappresentazione o non-rappresentazione ne fanno parte [1].

Dunque, la messa in scena – in campo artistico o televisivo e cinematografico – prolungata e rilevante della violenza bellica ne favorisce l’estetizzazione. Anche la cultura di massa – ovvero giornali, televisione, riviste, reportage – ha fortemente contribuito a estetizzare la violenza, grazie, per esempio, ai resoconti sensazionalistici di crimini efferati o addirittura di certe azioni di guerra. Eventi tragici, come un bombardamento, tendono a essere filmati con una forte connotazione narrativa, magari in campo lungo, facendo leva sul fascino inquietante della scena, ovvero su una vera e propria estetica dell’orrore.

La trasfigurazione estetica della guerra si afferma nella modernità a cavallo del primo conflitto mondiale con il futurismo [2] ed E. Jünger. L’estetizzazione della guerra – di derivazione futurista – mira, attraverso un metaracconto trasfigurante, a occultare la realtà di morte della trincea; smaterializza i corpi e dissolve in stati d’animo e immagini la sofferenza dei belligeranti. Il futurismo considera la guerra la “sola igiene del mondo”.

Del resto, il culto del potere e l'estetizzazione della guerra prepararono il terreno per la mentalità fascista e la sua retorica guerrafondaia. Si conferma, così, la superba diagnosi di Walter Benjamin che vedeva nell’apologia estetica della guerra (e nella “estetizzazione della politica”) il nodo centrale di Marinetti e di tutta la politica culturale del fascismo  (o dei “fascismi”),  e,  per questa via, il compimento dell’arte per l’arte. C'è una sorta di doppia strada che dalle scoperte tecniche si diparte e la scelta di uno dei due percorsi è data dalla decisione della società di privilegiare alcune funzioni piuttosto che altre. Come denuncia Benjamin, vi è la possibilità che i ritrovati tecnologici siano strumentalizzati allo scopo di una estetizzazione della politica alla quale Benjamin contrapporrà, in conclusione del suo magistrale saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, la politicizzazione dell'arte. La guerra sarebbe la manifestazione di una sorta di ribellione della tecnica, una sua utilizzazione innaturale una volta venuta meno, grazie alla conservazione dei consolidati rapporti di proprietà, la possibilità di un pieno dispiegamento naturale delle forze produttive. L’estetizzazione della violenza rappresenta l’espropriazione totale delle masse dalla fruibilità dei mezzi tecnici della produzione. La guerra, in tal modo, non è più vista come distruzione delle risorse, ma come massima espressione della potenza della tecnica e del protagonismo suicida delle masse.

Le riflessioni di Benjamin sull’estetizzazione della politica suonano ai nostri orecchi come inquietantemente attuali: “il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di veder riconosciuti i propri diritti). Il fascismo cerca di organizzare le recenti masse proletarizzate senza intaccare i rapporti di proprietà di cui esse perseguono l'eliminazione. Le masse hanno diritto a un cambiamento dei rapporti di proprietà; il fascismo cerca di fornire loro un'espressione nella conservazione degli stessi. Il fascismo tende conseguentemente ad una estetizzazione della vita politica. Alla violenza esercitata sulle masse, che vengono schiacciate nel culto di un duce, corrisponde la violenza da parte di un’apparecchiatura, di cui esso si serve per la produzione di valori cultuali” [3].

Nella ricostruzione presentata con acuta lucidità da Benjamin, il manifesto di Marinetti e dei futuristi per la guerra coloniale in Etiopia contiene a chiare lettere gli enunciati del processo di estetizzazione della guerra. “Fiat ars- pereat mundus, dice il fascismo, e, come ammette Marinetti, si aspetta dalla guerra il soddisfacimento artistico della percezione sensoriale modificata dalla tecnica. È questo, evidentemente, il compimento dell’arte per l’arte. L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dei dell’olimpo, ora lo è diventata per se stessa. La sua autoestraniazione ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come uno spettacolo estetico di primo ordine. Questo è il senso dell’estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell’arte” [4].

Benjamin propone, dunque, una riappropriazione dell’oggetto estetico, una politicizzazione dell’arte, una riconquista di essa da parte della multitudo. L’esaltazione della guerra è a parere di Benjamim espressione della povertà semantica connaturata alla stessa propaganda bellicista. Conclude Benjamin: “tutti gli sforzi in vista di una estetizzazione della politica convergono verso un punto. Questo punto è la guerra. La guerra, e soltanto la guerra, permette di fornire uno scopo ai movimenti di massa di grandi proporzioni, previa conservazione dei tradizionali rapporti di proprietà” [5].

Jünger – massimo interprete della estetizzazione della guerra – in Der Arbeiter esalta la guerra in quanto massima espressione della potenza della tecnica e del protagonismo suicida delle masse, un’esperienza estrema che distrugge la banausica Zivilisation e rigenera la volontà nella sua pienezza. Nella guerra la soglia delle situazioni in cui diventa possibile prendere decisioni si alza e proprio questo innalzamento della soglia restituirebbe alla decisione la sua pienezza. La guerra è interpretata come natura, l'ultima natura che l'uomo civilizzato può attingere, anche se natura rigenerata e potenziata dalla tecnica. Pertanto la guerra restituisce all’uomo la brutale normatività della natura, generando il nuovo uomo. Naturalmente, l’estetizzazione della guerra funziona solo quando a morire sono gli altri.

D’altra parte, in Jünger l'idoleggiamento decadente della morte è una componente fondamentale dell'estetizzazione della guerra. Tale idoleggiamento trova così la sua connessione con l’apriori della catastrofe, in cui sarebbe deciso per Jünger una volta per sempre il senso della “lotta” concepita come una modalità fondamentale di quel non-senso che sarebbe la vita. La vita sarebbe dunque, nella sua stessa essenza, cata-strofica, ma concepire in tal guisa il suo non­senso sarebbe ancora una volta il risultato di un'astrazione che porrebbe l'essenza della vita al di fuori della vita stessa.

La legittimazione estetica sarebbe la sola, nella visione del mondo irrazionalistica di Jünger a rendere possibile la conciliazione di fatto e valore, ma questa non può avvenire se non a condizione di trasfigurare il fatto (la tecnica), così da fare di questo stesso un valore totalizzante. Non a caso questa sublimazione avviene mediante la guerra: essa, infatti, sottrae all'evento della tecnica ogni finalità e destinazione umane, ipostatizzando miticamente quella cancellazione dell'umano che già si era manifestata nello stesso processo produttivo.

L’estetizzazione della guerra culmina nella mobilitazione totale, in cui l’intera società è subordinata agli scopi bellici. È Ernst Jünger, con il saggio del 1930 La mobilitazione totale, a dare grande popolarità a questo concetto. La guerra non deve più mettersi al servizio della politica, ma al contrario è quest’ultima che deve prendere ordini da quella, dalle sue costrizioni oggettive. La mobilitazione totale presuppone infatti per Jünger che sia riconosciuto e fissato il “rango estetico” del processo, vale a dire la sua “necessità”. La mobilitazione totale ha il suo presupposto nello Stato totale. Ma solo con l'esperienza della guerra anche lo Stato totale può raggiungere una particolare intensità. Ciò favorisce l’affermazione della concezione totalitaria dello Stato, punto in cui convergono gli sforzi miranti all’estetizzazione della politica [6] denunciati da Benjamin.

D’altra parte se, fino al 1945, l’estetizzazione della guerra era legata al volontario che si batteva per alti ideali, nei conflitti odierni combattuti da tecnici e professionisti l'aura eroica del milite tende a dissolversi nell'anonimato della morte di massa e dall'impossibilità di cogliere il senso generale dell'azione. A ciò corrisponde la crescente difficoltà di rappresentare artisticamente la guerra, per cui gli eventi bellici tendono a essere avvertiti come un'esperienza irrazionale.

Dunque, se purtroppo la guerra ha da sempre accompagnato la storia dell’uomo, negli anni più recenti essa ha assunto dei connotati specifici. In effetti, le guerre contemporanee sono sempre più combattute da tecnici, professionisti e manager della sicurezza, dietro cui si celano sempre più spesso i mercenari. In altri termini, se i militari di leva sono stati sostituiti da eserciti di professionisti, anche questi ultimi sono sempre più sostituiti, negli eserciti di occupazione contemporanei, da contractors, anglismo che dà un’aura di apparente modernità alla vecchia e ancora squalificata professione del mercenario

 

Note:

[1] Al punto che gli ambiti precedentemente divisi dell’economia, dell’arte, della politica e della sessualità si fonderebbero gli uni negli altri e l’arte penetrerebbe tutte le sfere dell’esistenza.

[2] Per quanto riguarda il contesto italiano occorre anche ricordare l’estetizzazione della politica e della guerra nel pensiero e nell'opera di Gabriele D'Annunzio.

[3] Benjamin, Walter, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966, p. 46.

[4] Ivi, p. 48.

[5] Ivi, p. 46.

[6] Variante postmoderna della politicizzazione dell’arte è la banale e paradossale antieroica quotidianità della guerra, interpretata come una “purificazione” dalla retorica e dall‘estetizzazione della guerra.

15/07/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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