Il dato di fatto che i subalterni, in particolare i giovani, danno sempre meno credito alla democrazia borghese, non trovando sbocchi rivoluzionari, in mancanza di un’organizzazione politica all’altezza, può portare a una attitudine non solo apartitica, ma anche apolitica. Tanto che le destre governano o sono in testa nei sondaggi, perché sempre più proletari, sottoproletari e piccolo borghesi disertano le urne, senza sviluppare perciò un'attitudine rivoluzionaria. Anche quando si recano alle urne sono portati spesso a esprimere un voto di protesta, facile preda delle forze populiste persino dell’estrema destra. Più in generale la grande maggioranza di chi si reca alle urne non è parte delle minoranze elitarie politicizzate, quindi vota sulla base delle impressioni ricevute rispetto ai temi posti al centro del dibattito politico nel periodo pre elettorale.
Da questo punto di vista resta determinante la lotta per l’egemonia sulle sovrastrutture, in grado di indirizzare in un senso o nell’altro la società civile. Attualmente la destra controlla sostanzialmente tutte le casematte, dalle istituzioni alla stessa opposizione.
In una fase non rivoluzionaria come l’attuale bisogna impegnarsi al massimo nella guerra di logoramento, cercando di contrapporre ai temi fittizi agitati dalla destra (presunta immigrazione incontrollata e relativi problemi di insicurezza) i temi reali capaci di mobilitare la sinistra, cioè: i diritti economici e sociali e l’opposizione all’economia di guerra.
In tale contesto le elezioni parlamentari borghesi debbono rimanere un mezzo e non un fine. Sono un momento in cui si innalza l’interesse generale per le questioni politiche, che va sfruttato nel modo migliore e costituiscono un significativo termometro in grado di indicare la capacità di egemonia delle diverse forze politiche in rappresentanza delle classi sociali con interessi antagonisti.
Bisogna lasciare da parte tutte le beghe e i tatticismi elettorali per porre i grandi temi a partire dalla lotta per l’unico sistema elettorale “democratico”, fondato sul principio una testa un voto, cioè il sistema proporzionale senza soglie di sbarramento.
Si tratterà di prendere di petto la politica economica di guerra sancita dall’Unione europea. Battaglia centrale su cui si avrà il sostegno della grande maggioranza della popolazione e la strenua opposizione di tutti i poteri forti e di gran parte delle stesse opposizioni parlamentari. In effetti, queste ultime ritengono che se non riusciranno a convincere i poteri forti a stare dalla loro parte, quantomeno devono fare di tutto affinché si mantengano, quantomeno, neutrali.
Cercando di riportare al centro del dibattito il contrasto all’economia di guerra, si potrà – in primo luogo – rendere evidente la sordida demagogia dell’estrema destra che, sebbene sia guidata dai settori più aggressivi dell’apparato militare-industriale, si presenta come unica forza in teoria contraria, in questa fase, alla politica di riarmo.
In secondo luogo, si potranno scoperchiare tutte le contraddizioni presenti nel campo dell’opposizione, che mira a imbarcare quasi tutto e il contrario di tutto, dagli ordo liberisti di Renzi fino ai post-bertinottiani che hanno la maggioranza nel Prc. Sul no all’economia di guerra sia in Italia, sia all’interno dell’Unione europea è possibile sviluppare le contraddizioni fra le basi di sinistra di Avs e del M5s e i vertici riformisti di destra di tali partiti, che cercheranno con delle alchimie di occultare il loro essere disposti a concedere più o meno tutto, pur di garantirsi delle poltrone nelle istituzione borghesi.
Sempre mettendo al centro il no all’economia di guerra, si potranno rilanciare le politiche ambientaliste, che rischiano altrimenti di essere annichilite, facendo emergere l’ipocrisia dei verdi, interessati esclusivamente ai posti e pronti a sacrificare qualsiasi valore ambientale. Al punto da dirsi pronti a imbarcare le posizioni guerrafondaie e ordoliberiste delle forze del sedicente “centro”, pur di ottenere il lasciapassare da parte dei poteri forti e avere la propria pattuglia di istituzionali.
Lo snodo centrale è non confondere il fine con il mezzo; la campagna elettorale non è fine a se stessa o a occupare poltrone nelle istituzioni borghesi, ma va interpretata come un strumento per mediare i propri contenuti di fondo, sfruttando la visibilità e la maggiore sensibilità dell’opinione pubblica per portare avanti il proprio programma.
Inoltre, se il rovesciamento di un governo borghese deve sempre rimanere un obiettivo centrale, nell’ottica della conquista del potere, mandare a casa un governo egemonizzato dalla destra radicale, dai maggiori eredi del fascismo è qualcosa di imprescindibile per riconquistare credibilità nelle classi sociali di riferimento. Peraltro non possiamo dimenticare quanto il secondo governo Trump sia stato decisamente più devastante del primo, dunque un Meloni bis non potrebbe che costringerci a proseguire la lotta in un campo ancora più ostico e, a noi, avverso.
Questa esigenza non va però scambiata con la necessità di sostenere, a tal scopo, non solo il campo largo, ma anche quello larghissimo per poter rovesciare il governo più reazionario della storia della Repubblica. Esattamente come nel caso degli Stati Uniti – in cui soltanto la candidatura prima di Hillary Clinton, poi la ricandidatura di Biden e, infine, quella di Kamala Harris potevano riuscire nell’impresa, giudicata da tutti impossibile, di garantire due mandati da presidente a Trump – così in Italia soltanto il campo largo e, ancora di più, il campo larghissimo potrebbero riuscire nell’impresa, egualmente da Guinness dei primati, di garantire due governi presieduti da Meloni. Anche nel caso in cui aver imbarcato Più Europa, Renzi e persino Calenda non consentisse di far apparire l’attuale governo meno peggio, cioè meno rappresentativo dell’establishment, dei poteri forti, certamente non ci offrirebbe come alternativa nient’altro che un nuovo governo tecnico, o del Presidente, o di larghe intese, o di grande coalizione. Anche nella migliore delle ipotesi, il campo larghissimo garantirebbe un governo costantemente sotto ricatto, in quanto certamente dipendente da una serie di deputati (non solo tutti gli eletti nelle fila centriste, ma almeno la metà degli eletti del Pd) che, con le loro posizioni ordoliberiste, ultra-atlantiste e filosioniste, rappresenterebbero un quinta colonna della destra all’interno di una compagine nominalmente di centro sinistra ma, in realtà, continuamente sabotata dai rappresentanti, al proprio interno, dei poteri forti.
In tutti questi casi non solo si rischierebbe, dopo questa pessima parentesi, un Meloni bis, presumibilmente devastante come il Trump bis al quale si ispirerebbe, ma addirittura un governo che se non includesse l’estrema destra (che, al momento, ha trovato il suo più efficace rappresentante in Vannacci) ne sarebbe comunque pesantemente influenzato.
D’altra parte, i tentativi portati avanti dal governo di modificare ancora una volta la legge elettorale, cioè le regole del gioco, in modo sostanzialmente unilaterale e alla vigilia delle elezioni, cioè alla vigilia dei play-off, mira, oltre a rilanciare la prospettiva eversiva del presidenzialismo, a un sostanziale pareggio alle urne che garantirebbe alla destra radicale di mantenere l’egemonia sul centrodestra e, al contempo, di dotarsi – con il supporto di Vannacci – di un capo dello Stato apertamente schierato per la terza repubblica bonapartista regressiva.
Allo stesso modo, va contrastata la posizione di chi considera irriformabile il campo largo o di chi ritiene del tutto velleitaria la prospettiva di spaccarlo. In entrambi i casi si commette l’imperdonabile errore di considerare persa una partita e, perciò, di rifiutarsi di giocarla, con il solito imbroglio delle profezie che si autoavverano. In effetti, se non ci sarà una reale sinistra unita e compatta che lo contrasta, il campo largo né si riformerà, né si spaccherà, né gli si potrà poi impedire, se vuole, di divenire campo larghissimo.
Al contrario proprio da quest’ultimo punto si potrebbe partire per imporre, se non si riesce a spaccarlo, che il campo largo si riformi in senso socialdemocratico, per marcare con decisione la differenza da un “centro” ordoliberlista e ultra atlantista.
Un esempio significativo di quanto potrebbe avvenire lo si è visto alla festa della Fiom, quando sono stati invitati i rappresentanti del campo largo ed è stata posta la questione dell’allargamento a Renzi. Tale proposta è stata nettamente respinta dalla base operaia che, per quanto anestetizzata dai dirigenti-burocrati, dinanzi a questa sempre più concreta possibilità, non è riuscita a trattenersi e a non esprimere la propria decisa contrarietà.
Anche in questo caso la presunta tragica necessità di allargare al centro il campo largo, pur di sconfiggere il governo Meloni, si fonda sull’equivoco che le intenzioni di voto espresse dai sondaggi, rimarrebbero immutate anche modificando sensibilmente l’ordine degli addendi. Quindi, visto che “centrosinistra” e “centrodestra” sono quasi appaiati nei sondaggi, vincerebbe chi riuscisse a portare nelle proprie fila le forze centriste e le ali estreme del proprio campo. Così ci si immagina che a un “centrodestra” che si alleasse con Vannacci potrebbe tenere testa soltanto il campo più ampio, in grado di unire tutta l’opposizione dai “comunisti” ai centristi di ogni tipo. In realtà sia nel primo che nel secondo caso, cioè imponendo il più rigido bipolarismo, l’unica opzione a guadagnarci sarebbe l’astensione, mentre tutti, o quasi, gli altri perderebbero pezzi per i veti necessariamente incrociati delle rispettive basi.
La questione si potrebbe risolvere esclusivamente tenendo nettamente separate le necessarie differenze programmatiche fra forze politiche che dovrebbero rappresentare componenti di diverse classi sociali e la logica per cui con il nemico di un mio nemico, anche se ho davvero poco da spartire, posso comunque fare un patto di momentanea non belligeranza.
