Un’occupazione a bassa intensità lavorativa

Governo e opposizione si confrontano a colpi di post, contendendosi meriti per decreto Dignità e Jobs act. Ma la realtà conferma una struttura occupazionale che continua a tendere alla svalorizzazione e alla dequalificazione del lavoro.


Un’occupazione a bassa intensità lavorativa Credits: Immagine composta dall’autore

Se Renzi parlava di effetto Jobs act, Di Maio risponde ora con l’effetto decreto Dignità. La sostanza cambia poco. Ogni volta che viene pubblicato un rapporto di un ente, sia esso l’Inps o l’Istat, dagli ambienti di governo vengono meno analisi dei dati e seria valutazione politica e si fa largo alla propaganda e alla mistificazione. Quasi quanto negli Stati Uniti.

MINISTRO DI MAIO VS. EX MINISTRA BOSCHI

Lo scorso 21 febbraio l’Inps ha pubblicato il Rapporto sul precariato riferito al periodo gennaio-dicembre 2018. Qui l’ente previdenziale mostrava che complessivamente le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nel 2018 sono state 7.424.000: aumentate del 5,1% rispetto al 2017. In crescita - si legge nel rapporto - sono risultati essere praticamente tutti i tipi di contratto, sia quelli a tempo indeterminato (+7,9%) che quelli precari: a tempo determinato (+4,5%), di apprendistato (+12,1%), di lavoro stagionale (+6,4%), di lavoro intermittente (+7,9%); i contratti in somministrazione sono risultati pressoché stabili (+0,5%). Un incremento importante si è registrato sul lato delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, quasi raddoppiate (da 299.000 a 527.000: +228.000, +76,2%). Un trend già in crescita, ma che ha avuto un’ulteriore accelerazione nell’ultimo bimestre.

Dati che hanno fatto la gioia del ministro Di Maio, secondo il quale saremmo di fronte ai “primi effetti del decreto dignità”, che seppure “il problema [del precariato, n.d.r.] non è risolto” danno fiducia al ministro del Lavoro di essere sulla strada giusta. La replica dall’opposizione è affidata, nientepopodimenoche all’ex ministra Maria Elena Boschi: “Di Maio è un bugiardo. I dati positivi del 2018 sono i nostri, non i suoi. Anzi. Da maggio -75 mila occupati, -122mila a tempo indeterminato. Oggi il ministro della disoccupazione ha fatto autogol”. insomma, un battibecco dai toni puerili; scaramucce che mostrano il lato grottesco e ridicolo dell'assenza di una seria politica per il lavoro. Il lato drammatico, invece, lo vivono milioni di persone senza lavoro, sottoccupate, malpagate.

AUMENTA L’OCCUPAZIONE MENO QUALIFICATA

La schermaglia a colpi di post su Facebook tra ministro ed ex ministra ha preceduto solo di pochi giorni il rapporto dell’Istat Il mercato del lavoro 2018. Verso una lettura integrata, sul quale si leggono dati che non possono indurre all’ottimismo nessuno dei due sfidanti da social. L’aumento dell’occupazione registrato negli ultimi anni non nasconde la tendenza a una crescita occupazionale a bassa intensità lavorativa. Non ci si lasci ingannare, infatti, dal dato sull’occupazione dei lavoratori dipendenti che raggiungono quasi i 18 milioni, perché gli indipendenti, nel frattempo, toccano il minimo con meno di 5,3 milioni di occupati. Occorre poi osservare che la quantità di lavoro utilizzato è ancora molto inferiore rispetto al 2008, quando si erano lavorate 1,8 miliardi di ore in più. In termini di Unità di lavoro a tempo pieno (Ula), mancano oltre un milione di unità. La causa è da rintracciare soprattutto nella diffusione di rapporti di lavoro a orari ridotti e con carattere discontinuo.

Riguardo i primi, l’istituto di statistica registra quasi 900 mila occupati a tempo pieno in meno rispetto a dieci anni fa; al tempo stesso, è aumentato di circa un milione e mezzo il numero di lavoratori occupati costretti a dover accettare un impiego a tempo parziale non trovando occupazione a tempo pieno. Le motivazioni sono da ricercare non solo nell’indebolimento della domanda di lavoro, ma anche in una mutata composizione dell’occupazione, che negli ultimi dieci si è spostata vistosamente verso settori dove maggiore è l’incidenza del tempo parziale. Parliamo dei comparti alberghiero, ristorazione, servizi alle imprese e alle famiglie, assistenza. Notoriamente, questi sono anche i settori dove più forte è l’incidenza dell’occupazione precaria e di quella poco qualificata. Tant’è che, al confronto con dieci anni fa, si registra una crescita del 32% dei dipendenti a termine accompagnata da un riduzione sostanziosa dei lavoratori specializzati e un contemporaneo, notevole aumento degli addetti in professioni non qualificate (+23,4%).

Non sorprende, quindi l’aumento della presenza femminile nel mercato del lavoro, dal momento che quelle tipologie professionali sono spesso appannaggio delle donne. E infatti, nel frattempo, l’occupazione maschile si è ridotta seguendo l’andamento negativo registrato nei comparti delle costruzioni e dell’industria. Anche in questo caso, ovviamente, i processi di esternalizzazione di intere fasi del ciclo produttivo ha avuto la sua parte, non risparmiando, come noto, nemmeno i servizi pubblici. È noto, infatti, che l’esternalizzazione coinvolge in misura maggiore le donne, poiché nei servizi più frequentemente esternalizzati l’incidenza della componente femminile sull’occupazione è più marcata. Che vuol dire anche che le esternalizzazioni delle fasi del ciclo produttivo e dei servizi ha di solito un impatto maggiore sulle donne, che già soffrono più di frequente la dequalificazione del lavoro e la bassa retribuzione.

BASSA DINAMICA DEI SALARI

Uno sguardo più generale sull’aspetto retributivo è da fare in relazione al mutamento della composizione dell’occupazione. È allora facile intuire quale possa essere stata negli ultimi dieci anni la dinamica retributiva. Su tale questione ci si può facilmente aspettare che la considerazione di parte padronale punti a sottolineare che nel 2018 le retribuzioni hanno superato l’inflazione. D’altronde, si tratta di un cavallo di battaglia sempre pronto a essere lanciato nell’arena della contrattazione. Ciò che prevedibilmente non verrà sottolineato negli stessi ambienti come in quelli politici a essi affini è che le retribuzioni reali risultano essersi ridotte da dieci anni a questa parte: mentre le retribuzioni lorde sono aumentate del 12,5%, i prezzi al consumo (indice Ipca) sono cresciuti del 13,4%.

D’altronde, le retribuzioni mediane lorde dei lavoratori in Italia sono ben al di sotto dei Paesi che nel discorso pubblico vengono spesso presi a esempio di capacità competitiva nel mercato globale (quali Germania, Francia, Regno Unito) e dell’area Euro. Tra l’altro, la questione salariale è tornata alla ribalta con la discussione sul decreto che introduce il reddito di cittadinanza in Italia, nelle forme di workfare spinto e ispirato alla riforma tedesca Hartz IV voluto dal M5S. Il blocco capitalistico italiano, che va da Confindustria al Pd passando per Tito Boeri, ha infatti messo il dito nella piaga sulla pelle dei lavoratori, sottolineando che il beneficio economico previsto dal Rdc sarebbe “troppo elevato” dal momento che “I 780 euro mensili che percepirebbe un single potrebbero scoraggiarlo dal cercare un impiego, considerando che in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30, al primo impiego, si attesta sugli 830 euro netti al mese”.

Ovviamente, è da escludere qualsiasi intenzione di aumentare i salari: la preoccupazione di parte padronale è quella di tenere sotto controllo la dinamica salariale, garantendo, per questa via, una competitività tutta basata sul basso costo del lavoro, quindi sulla devalorizzazione del lavoro che disincentiva gli investimenti. Questi ultimi, sono infatti richiamati quando si tratta di finanziamenti pubblici per infrastrutture, ricerca e innovazione, formazione di cui le imprese non vogliono sentire il peso sui propri bilanci, mentre si invocano tagli quando si parla di servizi da sottrarre alla gestione pubblica, che risulta essere un campo d’investimento privato profittevole. Invece, è proprio nel settore pubblico che bisognerebbe investire per interrompere la spirale perversa che spinge il lavoro verso la devalorizzazione e la dequalificazione.

UN ENORME GAP OCCUPAZIONALE CON L’UE15

Lo stesso rapporto Istat sottolinea che “per raggiungere il tasso di occupazione della media Ue15 (nel 2017 pari 67,9%, contro il 58,0% di quello italiano) il nostro paese dovrebbe avere circa 3,8 milioni di occupati in più”. Se poi guardiamo all’occupazione dei giovani (15-39 anni), dei laureati e nelle professioni qualificate le differenze con l’Ue a 15 risultano ancora più marcate, dal momento che “in tali casi l’occupazione necessaria equivale rispettivamente a 2,4 milioni, 4,3 milioni e 3,3 milioni di unità”. Insomma, manca al nostro Paese soprattutto l’occupazione nelle professioni qualificate e nei servizi pubblici ed è qui che bisognerebbe agire per colmare il gap occupazionale con l’Europa, continuamente chiamata in causa quando si tratta di giustificare misure di austerità, tagli ai servizi pubblici, flessibilità lavorativa e riduzione dei diritti in nome della collaborazione tra le parti sociali. Una carenza, quella sottolineata dall’Istat, che si concentra nei settori della sanità e assistenza sociale, nell’istruzione e nella pubblica amministrazione, smentendo la canea dei fautori dell'austerità e del libero mercato che ci racconta di troppi e costosi dipendenti pubblici. Così, mentre avremmo bisogno di una politica l'occupazione nei settori a elevata concentrazione di lavoro qualificato, prevalentemente pubblico, si continua a mantenere il blocco del turnover nella PA e a finanziare il lavoro povero e precario.

ALTRO CHE CAMBIAMENTO

Infatti, mentre dovevamo assistere al “colpo mortale al precariato” (parole del ministro Di Maio), il rapporto Istat mostra che invece il lavoro precario, dequalificato e malpagato rimane il tratto reale e sostanziale della struttura occupazionale italiana. La precarietà, in dieci anni, si è consolidata e dal decreto dignità non ha ricevuto nemmeno un buffetto, mentre rimane in piedi e del tutto operativo il Jobs act, che mantiene in stato di precarietà lavorativa anche i lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Intanto, mentre per il 2018 si registra una dinamica simile a quella che ha fatto seguito alla decontribuzione del governo Renzi, con un terzo dei nuovi rapporti a tempo indeterminato stimolati da agevolazioni (di cui 123.000 dovuti all’esonero strutturale giovani under 35 previsto dalla legge di stabilità 2018), un emendamento del M5S al decreto sul Rdc accoglie le richieste di Confindustria: è considerata offerta di lavoro congrua quella che preveda un salario di 858 euro al mese, obbligando, in questo modo, i beneficiari ad accettare un lavoro con paghe da fame. 858 euro al mese, che possiamo cominciare a considerare come salario minimo sottratto alla contrattazione sindacale nazionale. 858 euro al mese, l’equivalente di una paga oraria di 5 euro l’ora, meno di un voucher, che è stato preso a riferimento da Boeri così come già anche da Renzi quand’era a capo del governo per dare valore alla proposta di salario minimo.

Altro che cambiamento: parafrasando una nota citazione di Orwell, guardando alle azioni di questo governo e poi di quelli precedenti, poi di quelli precedenti e ancora di questo governo, appare sempre più difficile dire quale sia un provvedimento dell'uno e quale quello degli altri.

02/03/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Carmine Tomeo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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