Dalla sinistra di SYRIZA: la lotta continua!

Per gentile concessione del Jacobin Magazine, pubblichiamo la traduzione dell’intervista fatta da Sebastian Budgen a Stathis Kouvelakis, membro del comitato centrale di SYRIZA e tra i dirigenti della componente interna “Piattaforma di Sinistra”. L’intervista è stata svolta il 14 luglio 2015, cioè il giorno prima del voto al parlamenti greco sull’accordo-base per il terzo memorandum, alcune considerazioni minori potrebbero essere state superate dai fatti. 


Dalla sinistra di SYRIZA: la lotta continua!

Per gentile concessione del Jacobin Magazine, pubblichiamo la traduzione dell’intervista fatta da Sebastian Budgen a Stathis Kouvelakis, membro del comitato centrale di SYRIZA e tra i dirigenti della componente interna “Piattaforma di Sinistra”. L’intervista è stata svolta il 14 luglio 2015, cioè il giorno prima del voto al parlamenti greco sull’accordo-base per il terzo memorandum, alcune considerazioni minori potrebbero essere state superate dai fatti. 

di Jacobin Magazine
Traduzione di Paolo Rizzi

Budgen: Quali sono state le cause del referendum di Luglio? Molti l’hanno vista come una mossa improvvisata, un jolly estratto dal mazzo dal Primo Ministro Alexis Tsipras. C’è però incertezza sulle sue motivazioni, alcuni addirittura credono che l’avesse pensato per perderlo. 

Kouvelakis: Penso che il referendum sia stato chiaramente un tentativo di uscire dalla trappola in cui il governo stava cadendo con le trattative.
Era diventato abbastanza ovvio, nella spirale delle concessioni il governo e Tsipras avevano capito che qualunque proposta non sarebbe stata mai abbastanza per la Troika. Nell’ultima settimana di Giugno era diventato chiaro che l’accordo che stava prendendo forma non sarebbe passato al test interno di SYRIZA e a quello dell’opinione pubblica.
Dall’interno del partito sono stati lanciati messaggi alla dirigenza e Tsipras stesso, non solo dalla Piattaforma di Sinistra, sull’inaccettabilità di tutto questo. Verso la fine di quella settimana anche l’opinione pubblica stava mutando significativamente, la gente diceva di essere stanca di quel processo di trattative infinite. Si era capito che la Troika stava solo cercando di umiliare il governo greco.
Tsipras, di cui si deve dire che come politico è uno scommettitore, ha pensato al referendum (un’idea non del tutto nuova, proposta già da altri nel governo, incluso Varoufakis), non come una rottura dei negoziati ma come mossa tattica che potesse rafforzare il suo piano di negoziato.
Sono sicuro di questo perché ho avuto un report dettagliato della riunione di governo del 26 giugno, quando fu annunciato il referendum.
A questo punto bisogna dire due cose. La prima è che Tsipras e le persone vicino a lui pensavano che sarebbe stata una passeggiata. E lo è stato fino alla chiusura delle banche. L’impressione generale era che il referendum sarebbe stato vinto con oltre il 70%.
Era abbastanza realistico, senza la chiusura delle banche il referendum sarebbe stato vinto facilmente, ma il significato politico del No sarebbe cambiato perché sarebbe successo senza l’atmosfera drammatica e di scontro creata dalla chiusura delle banche e dalla reazione dell’Europa.
Ciò che è successo in quella riunione di governo è che alcune persone (l’ala destra del governo), guidate dal vice primo ministro Giannis Dragasakis, dissentirono da quella mossa. Dragasakis è stata la persone che ha realmente monitorato tutto il processo dei negoziati dal lato greco. Tutti i membri del gruppo di negoziatori fanno riferimento a lui, tranne il nuovo ministro delle finanze Euclid Tsakalotos, ed era il più importante membro del governo a volersi disfare di Varoufakis.
Questo gruppo pensava che il referendum fosse una proposta molto rischiosa e avevano compreso, in una maniera che Tsipras non aveva compreso, che sarebbe stata una mossa molto conflittuale che avrebbe innescato una reazione aspra dal lato europeo. I fatti gli hanno dato ragione.
Avevano anche timore delle dinamiche dal basso che sarebbero state scatenate dall’iniziativa. Dall’altra parte, il leader della Piattaforma di Sinistra e ministro dell’energia Panagiotis Lafazanis disse che il referendum era la decisione giusta ma tardiva, e avvertì che equivaleva a una dichiarazione di guerra, che la controparte avrebbe tagliato la liquidità e che ci saremmo dovuti aspettare in pochi giorni la chiusura delle banche. Molti dei presenti hanno irriso questo.
Penso che questa mancanza di consapevolezza su ciò che sarebbe successo sia fondamentale per capire tutta la logica di come il governo ha operato fin qui. Semplicemente non potevano credere che l’Europa avrebbe reagito come ha poi fatto. In un certo senso, come ho detto, l’ala desta di SYRIZA era molto più lucida rispetto a ciò che stavano fronteggiando.
Questo spiega anche quello che è successo a quel livello durante la settimana del referendum. Tsipras è stato posto sotto grande pressione da Dragasakis e altri per ritirarlo. Non l’ha ovviamente fatto ma ha reso chiaro che le mosse successive sarebbero state digeribili per l’ala destra e che non si trattava di una rottura con la linea tenuta fino a quel punto quanto piuttosto di una mossa tattica all’interno dello stesso quadro. 

Intervista completa in formato PDF 

 

 

 

16/07/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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