Dalle banlieux di Parigi e di Bruxelles al Kalashnikov

Se qualcuno ancora non si era accorto che nel mondo c’è la guerra adesso deve saperlo per forza.


Dalle banlieux di Parigi e di Bruxelles al Kalashnikov

Se qualcuno ancora non si era accorto che nel mondo c’è la guerra, adesso deve per forza saperlo di fronte all’evidenza di azioni di guerriglia così ben organizzate e vicine, in una delle capitali europee culturalmente e sentimentalmente più amate. Le altre azioni terroristiche forse erano troppo lontane.

di Laura Nanni

Il 7 luglio 2005 a Londra, 10 anni fa, ci furono una serie di esplosioni causate da attentatori suicidi che colpirono il sistema di trasporti pubblici della capitale britannica durante l'ora di punta, mentre molte persone si recavano al lavoro.

Lo ricordo bene, perché ero impegnata in un corso di formazione per mediatori interculturali, ad Ostia, di nazionalità diverse, ed abbiamo analizzato quei fatti e le questioni che ne emergevano.

A Londra le politiche di accoglienza in una società multiculturale, che trae le sue origini da secoli di dominio colonialista, prevedono la convivenza delle diverse etnie, ma non una vera integrazione interculturale. Infatti i terroristi erano cittadini inglesi, della cui comunità probabilmente coloro che occupano le istituzioni cittadine non conoscevano attività e interessi. Non c’erano relazioni sociali e politiche di quelle necessarie a costituire processi di integrazioni reali. Non basta la lingua.

E il 27 ottobre 2005, nelle banlieue di Parigi erano iniziate delle proteste violente ad opera di coloro che vengono definiti la ‘terza generazione’ di migranti. Proteste si erano estese e diffuse raggiungendo diverse città della Francia e l'8 novembre il governo francese aveva dichiarato lo stato d'emergenza riprendendo la legge del 3 aprile 1955, promulgata durante la guerra d'Algeria.

Anche di quegli episodi ho ricordi chiari, ero sempre occupata in un corso di formazione per mediatori interculturali, di nazionalità diverse, ed abbiamo analizzato quei fatti che apparivano già allora molto gravi e degni di attenzione e di interventi adeguati.

Era evidente da dove provenisse quel fenomeno e quali fossero le mozioni individuali di quei giovani che vivevano in una condizione di disagio e di mancanza di senso di appartenenza.

La Francia accoglie specialmente chi proviene da paesi ex colonie o protettorati, però la politica dell’assimilazionismo prevede che chi viene accolto, lasci da parte le proprie radici identitarie.

Ma è stato osservato e studiato da esperti sociologi, antropologi e psichiatri quanto questo tipo di politiche e la mancanza di attenzione per gli effetti che provocano sulle persone, siano un rischio non solo per l’individuo, ma per la comunità e quindi per la società. In una situazione di difficoltà e di disagio socio-economico , di mancanza di orizzonti di sviluppo concreto per la propria vita, sono proprio le radici identitarie e culturali che soccorrono la persone nelle fasi di passaggio, specialmente nell’età adolescenziale.

Abbiamo letto brani da testi di Marie Rose Moro, che svolge la professione di etno-psichiatra infantile a Parigi nelle zone più disagiate. Nei suoi testi narra della destrutturazione delle personalità e la frammentazione delle identità di bambini ed adolescenti migranti che hanno perso il contatto con le proprie radici. Il punto è come soccorrere la persona perché la sua personalità si ricostituisca e riorganizzi in modo tale che non perda il contatto con la realtà e le relazioni più importanti.

Non cito gli attentati del 2004 sui treni di Madrid, perché non so se si è dipanata la matassa dell’indagine che cercava le prove e le motivazioni in diverse direzioni.

Dal 1999-2000, quando ho cominciato ad impegnarmi nel campo delle migrazioni, dell’accoglienza e dell’integrazione, insegnando anche nella scuola lingua italiana come L2, ho visto tanti bambini e bambine e tanti giovani.

Non posso non pensare alle loro vite di fronte a quanto è accaduto, ancora.

Con la consapevolezza di quanto fosse ed è importante affrontare la realtà della migrazione in modo concreto, consapevole e previdente.

Quanti progetti, mettendo alla base l’accoglienza e l’integrazione interculturale, insieme alla necessità di un progetto d’inserimento. Parole chiave: integrazione interculturale, ciò che dà ad una persona straniera, al suo nucleo familiare, la possibilità di avere relazioni sociali ed una vita dignitosa in un paese straniero, senza restare emarginati. L’emergenza sociale viene dall’emarginazione. E’ lì che si attinge soprattutto per costruire ‘guerriglieri’ del terrore.

Mentre è e potrebbe essere risorsa preziosa per l’umanità ogni persona, se solo si cambiassero i paradigmi in una società che mette il profitto e non l’umanità al di sopra di tutto.

In Italia nella scuola ci sono tante persone impegnate in progetti significativi ed efficaci.

Così come nel mondo della promozione sociale e del volontariato si lavora con impegno e passione; la nostra rabbia è grandissima nei confronti di chi, con ciò che emerso da Mafia capitale, ha fatto pagare un prezzo troppo alto a tutto il settore oltre che ai diretti interessati, i più fragili, che, ignari, vengono accusati ingiustamente, subendone le conseguenze.

Il cuore di questa riflessione, voleva portare alla luce qualche elemento in più, per guardare agli agenti di questi episodi terrorizzanti e terroristici, i kamikaze, come anche delle vittime; per ragionare su come sia possibile che giovani, quasi bambini, vengano reclutati e mettano nella loro vita, come traguardo, il farsi saltare in aria con cinture di esplosivo uccidendo gente che probabilmente non hanno mai guardato in viso, non ne sono stati in grado.

Uno sguardo attento a loro, prima ancora che il fanatismo religioso e l’esaltazione trasformassero la loro fragilità in una forza maligna.

Concludo con una poesia che mi ha profondamente colpita, di un’immensa profondità esistenziale; un grande poeta come Giuseppe Ungaretti la raggiunge con poche parole. Lo so è del 1916, è passato un secolo. Ma proprio questo mi fa riflettere su quanto e da quanto c’è da fare e non è s’è fatto.

 

Si chiamava

Moammed Sceab

 

Discendente

di emiri nomadi

suicida

perché non aveva più

Patria.

 

Amò la Francia

e mutò nome.

 

Fu Marcel

ma non era francese

e non sapeva più

vivere

nella tenda dei suoi

dove si ascolta la cantilena

del Corano

gustando un caffè.

 

E non sapeva

sciogliere

il canto

del suo abbandono.

 

L'ho accompagnato

Insieme alla padrona

dell'albergo

dove abitavamo

a Parigi.

 

Dal numero 5 della rue des Carmes

appassito vicolo in discesa.

nel camposanto d'Ivry

sobborgo che pare

sempre

in una giornata

di una

decomposta fiera.

 

E forse io solo

so ancora

che visse.

G.Ungaretti "In memoria" 1916

20/11/2015 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Laura Nanni

Roma, docente di Storia e Filosofia nel liceo. Fondatrice, progetta nell’ A.P.S. Art'Incantiere. Specializzata in politica internazionale e filosofia del Novecento, è impegnata nel campo della migrazione e dell’integrazione sociale. Artista performer. Commissione PPOO a Cori‐LT; Forum delle donne del PRC; Stati Generali delle Donne.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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