Danimarca, alla fine Frederiksen salva il governo ma non risolve la crisi del centro-sinistra

Dopo mesi di incertezza, Mette Frederiksen è riuscita a formare un nuovo governo di minoranza, evitando il ritorno immediato della destra. La nuova coalizione conferma però la fragilità del centro-sinistra danese, diviso tra compromessi centristi e pressioni della sinistra radicale.


Danimarca, alla fine Frederiksen salva il governo ma non risolve la crisi del centro-sinistra

La Danimarca ha evitato, almeno per ora, il ritorno diretto della destra al potere. Dopo le elezioni legislative del 24 marzo, dopo il fallimento del primo tentativo di Mette Frederiksen, dopo l’incarico esplorativo affidato a Troels Lund Poulsen e dopo settimane in cui il blocco conservatore-liberale sembrava sul punto di tornare alla guida del Paese, la premier uscente è riuscita infine a comporre un nuovo governo di minoranza. L’accordo, annunciato all’inizio di giugno dopo oltre due mesi di negoziati, consente alla leader del Partito Socialdemocratico (Socialdemokratiet, S) di ottenere il terzo mandato consecutivo da prima ministra, ma lo fa dentro un quadro parlamentare assai più fragile di quello precedente. La nuova coalizione comprende i socialdemocratici, il Partito Popolare Socialista (Socialistisk Folkeparti, SF), il Partito Social-Liberale Danese (Radikale Venstre, B) e i Moderati (Moderaterne, M), mentre l’Alleanza Rosso-Verde (Enhedslisten – De Rød-Grønne, Ø) dovrebbe garantire dall’esterno i voti necessari su diversi provvedimenti.

La formazione del governo va dunque letta come un successo tattico di Frederiksen, ma non come una piena ricostruzione dell’egemonia socialdemocratica. Alle legislative anticipate del 24 marzo, i socialdemocratici erano rimasti il primo partito, ma con un risultato fortemente ridimensionato: 38 seggi contro i 50 della precedente legislatura, in quello che diverse analisi hanno definito il peggior risultato del partito dal 1903. Il Partito Popolare Socialista era emerso come seconda forza nazionale, con 20 seggi, mentre l’Alleanza Rosso-Verde aveva consolidato la propria presenza parlamentare con 11 seggi. Il blocco rosso era arrivato davanti al blocco blu, ma senza raggiungere la maggioranza assoluta, lasciando ai Moderati di Lars Løkke Rasmussen un ruolo decisivo di mediazione e di veto.

Proprio il comportamento dei Moderati aveva aperto la fase più pericolosa per il centro-sinistra. Dopo settimane di trattative, Rasmussen aveva ritirato il sostegno al primo tentativo di Frederiksen, giudicando impraticabile un esecutivo troppo dipendente dall’Alleanza Rosso-Verde. A quel punto, il leader di Venstre, Troels Lund Poulsen, aveva tentato di costruire una maggioranza alternativa di destra, verosimilmente basata su Partito Liberale (Venstre, V), Alleanza Liberale (Liberal Alliance, I), Partito Conservatore Popolare (Det Konservative Folkeparti, C) e sostegni esterni del campo nazionalista. Per alcune settimane, la Danimarca è sembrata vicina a un ribaltamento politico: il partito arrivato primo alle elezioni rischiava di restare fuori dal governo, mentre le forze conservatrici e liberali cercavano di tornare al potere nonostante la prevalenza numerica del blocco progressista.

Un governo Poulsen avrebbe probabilmente spostato il baricentro della politica danese verso una miscela di riduzione fiscale, irrigidimento securitario e ulteriore normalizzazione della destra nazionalista. Il rischio maggiore riguardava il possibile peso del Partito Popolare Danese (Dansk Folkeparti, DF), uscito rafforzato dalle elezioni di marzo. La sua avanzata, infatti, aveva già mostrato il fallimento della strategia socialdemocratica di rincorsa alla destra sul terreno dell’immigrazione: assumere una parte del linguaggio securitario non ha neutralizzato l’estrema destra, ma ha contribuito a rendere più accettabile il suo discorso. Con la formazione del nuovo governo, Frederiksen blocca dunque l’accesso immediato del blocco blu alla guida del Paese e impedisce che il DF diventi la stampella parlamentare naturale di un esecutivo conservatore, evitando la svolta a destra.

Ma sarebbe un errore trasformare questo esito in una narrazione trionfalistica. Il governo nato a giugno è un governo di minoranza, non dispone da solo di una maggioranza stabile e dovrà negoziare costantemente in Parlamento. La coalizione controlla infatti 82 seggi su 179, e avrà bisogno del sostegno esterno dell’Alleanza Rosso-Verde e, su alcuni dossier, di altri partiti. Questo significa che la nuova legislatura sarà segnata da un equilibrio instabile: da un lato Frederiksen dovrà tenere dentro il governo i Moderati, che rappresentano una componente centrista e liberale; dall’altro dovrà evitare di rompere con le forze alla sua sinistra, senza le quali il campo progressista perderebbe coerenza e capacità parlamentare.

La presenza del Partito Popolare Socialista nel governo è uno degli elementi più significativi della nuova fase, soprattutto in quanto SF non entra nell’esecutivo come forza minore o decorativa, ma come secondo partito nazionale e come principale vincitore del campo progressista. Dopo la vittoria municipale a Copenaghen con Sisse Marie Welling e dopo il forte risultato alle legislative, il partito guidato da Pia Olsen Dyhr si trova ora davanti a una prova decisiva: dimostrare che la propria crescita non è stata soltanto voto di protesta contro Frederiksen, ma può tradursi in politiche concrete su welfare, casa, pensioni, servizi pubblici e transizione ecologica. L’ingresso nel governo gli dunque consente di incidere direttamente, ma comporta anche un rischio: essere assorbito in una coalizione dove i compromessi con i Moderati possono limitare la portata della svolta progressista rivendicata in campagna elettorale.

L’Alleanza Rosso-Verde resta invece fuori dall’esecutivo, ma non fuori dalla partita. Enhedslisten conserva un ruolo parlamentare potenzialmente decisivo e potrà condizionare il governo dall’esterno. Questa collocazione può rivelarsi vantaggiosa, perché permette alla sinistra radicale di sostenere misure socialmente avanzate senza assumere la piena responsabilità di un programma che contiene anche concessioni evidenti al centro e al liberalismo economico. Nello stesso tempo, la posizione esterna la obbligherà a una difficile gestione del rapporto con il governo: se sarà troppo indulgente, rischierà di apparire subordinata alla socialdemocrazia; se sarà troppo rigida, potrà essere accusata di destabilizzare l’unico argine immediato al ritorno della destra. È una tensione classica per una forza radicale in un sistema parlamentare frammentato, ma in Danimarca assume un significato particolare perché la crisi del centro-sinistra è ormai aperta.

Il programma del nuovo governo mostra bene questa contraddizione. Da un lato, contiene misure sociali importanti, come il dimezzamento dell’IVA sui generi alimentari, l’abolizione dell’IVA su frutta e verdura, l’aumento delle pensioni più basse, la promessa di cure dentistiche gratuite nel prossimo decennio e il trasporto pubblico gratuito per i giovani sotto i 22 anni. Sono misure che rispondono alla pressione sociale accumulata negli ultimi anni e al voto che ha premiato SF e, in misura minore, Enhedslisten. Esse indicano che Frederiksen ha compreso almeno in parte il messaggio delle urne: la crisi del costo della vita, il deterioramento del welfare e le disuguaglianze non possono essere affrontati con una semplice gestione centrista.

Dall’altro lato, il programma mantiene elementi che confermano la persistenza dei problemi già analizzati nei nostri precedenti articoli. Secondo il Financial Times, in particolare, il nuovo esecutivo prevede una riduzione dell’imposta sulle società dal 22 al 19 per cento in tre anni e l’eliminazione di alcuni scaglioni dell’imposta sul reddito per i redditi più alti. La patrimoniale, richiesta da settori della sinistra, non compare nel piano. Si tratta di scelte che segnalano la forza del compromesso con il centro e con una visione competitiva dell’economia, in cui la protezione sociale viene affiancata da concessioni al capitale e ai redditi elevati. Questo è il cuore della fragilità politica del nuovo governo: mentre promette redistribuzione e coesione sociale, conserva una linea economica che rischia di limitarne l’ambizione trasformativa.

Anche sull’immigrazione, non si registra una vera rottura con la linea precedente. Frederiksen ha promesso di mantenere politiche restrittive, accelerare le espulsioni dei cittadini stranieri condannati e proseguire sulla strada dei centri di accoglienza esterni per i richiedenti asilo. Questo punto resta uno dei più problematici per l’intero campo progressista danese. La premier socialdemocratica continua a pensare che la durezza sull’immigrazione sia necessaria per contenere la destra, ma l’esperienza degli ultimi anni mostra il contrario: il Partito Popolare Danese è tornato a crescere proprio mentre la socialdemocrazia normalizzava molte delle sue parole d’ordine. Per SF e soprattutto per Enhedslisten, questa sarà una delle linee di frizione principali. Una sinistra che accetta senza conflitto l’agenda restrittiva rischia di perdere credibilità morale e politica, lasciando alla destra il monopolio della questione migratoria.

Sul piano internazionale, infine, il governo nasce in un momento delicato per l’intero Regno di Danimarca. La questione della Groenlandia, riaccesa dalle pressioni statunitensi e dall’interesse strategico di Washington per l’Artico, ha pesato in modo significativo sul clima politico. Frederiksen ha promesso di difendere la sovranità del Regno e di resistere alle pressioni esterne, mentre Lars Løkke Rasmussen resta ministro degli Esteri e continuerà a gestire i dossier più sensibili, compresi i rapporti con gli Stati Uniti. La conferma di Rasmussen come capo della diplomazia danese conferma il peso dei Moderati nel nuovo equilibrio: anche se il governo viene presentato come centro-sinistra, il suo profilo internazionale e istituzionale resta fortemente condizionato da una componente centrista esperta, pragmatica e non certo radicale.

La Danimarca esce dunque dall’impasse con una soluzione che evita il peggio, ma non risolve il nodo politico di fondo. Il ritorno della destra al potere è stato arginato, e questo rappresenta un fatto positivo per le forze progressiste. Tuttavia, il nuovo governo non nasce da una chiara maggioranza di sinistra, bensì da un compromesso complesso tra socialdemocrazia indebolita, socialisti popolari rafforzati, social-liberali e Moderati. Il campo progressista dispone di una finestra per dimostrare che può governare rispondendo ai bisogni materiali della popolazione, ma lo farà sotto la pressione di contraddizioni profonde: il peso del centro, la necessità del sostegno esterno della sinistra radicale, la concorrenza della destra nazionalista, la crisi di identità della socialdemocrazia.

06/06/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Giulio Chinappi

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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