Errori da evitare per non scadere nel riformismo o nell’estremismo

Occorre sempre fare attenzione a non inseguire le sirene del riformismo di destra e dell’opportunismo di sinistra. Bisogna evitare tanto di ridurre l’antimperialismo ad antiamericanismo, quanto di considerare tutti i governi come egualmente imperialisti. Non si può non fare di tutto per evitare che destra radicale o addirittura estrema destra di questo paese egemonizzano governo e parlamento. Proprio perciò è indispensabile spaccare il campo largo.


Errori da evitare per non scadere nel riformismo o nell’estremismo

Uno degli errori più comuni, generalmente delle componenti di centro e destra del comunismo, è di ridurre la lotta all’imperialismo all’antiamericanismo, al quale nelle componenti meno arretrate di questa tendenza si unisce l’antisionismo. Si tratta di una posizione errata tanto dal punto di vista teorico che politico. Teoricamente perché abbandona la concezione leninista dell’imperialismo per tornare alla interpretazione centrista e riformista dell’ultraimperialismo di Kautsy, rilanciata in tempi più recenti da Impero di Negri. Con tale concezione si perde di vista che l’imperialismo quando si afferma non porta la pace, ma piuttosto la guerra fra potenze imperialiste per la spartizione del mondo. Quindi ci si illude che si possa avere la pace con l’imperialismo e si perde di vista l’aspetto fondamentale, cioè che l’epoca dell’imperialismo è anche l’epoca della rivoluzione socialista.

Naturalmente tale errore essendo così diffuso ed essendo comunque sviluppato da marxisti e comunisti contiene senza dubbio degli aspetti di verità parziali, che vanno tesaurizzati ma non universalizzati. L’elemento di verità è che gli Stati Uniti sono la principale e più aggressiva potenza imperialista. Sono il paese in cui la crisi del capitalismo è più avanzata e, ciò, richiede e rende ancora più necessaria la soluzione guerrafondaia. Inoltre, l’imperialismo è così connaturato alla storia degli Stati Uniti, che sono anche il paese in cui si manifesta nel modo più puro. Ciò fa sì che gli Usa siano anche lo Stato in cui più forte è l’inganno e la corruzione prodotte dall’aristocrazia operaia.

I sostenitori della concezione per cui l’imperialismo sarebbe essenzialmente quello statunitense dovrebbero riconoscere di considera più attualmente valida la concezione di Kautsky, rispetto a quella di Lenin. Il punto è che tendiamo a perdere di vista l’asprezza degli scontri fra marxisti del tempo, per cui nell’immaginario comunista tradizionale Kautsky è il rinnegato. In realtà Kautsky non è solo il rinnegato, ma anche uno dei principali esponenti del marxismo, secondo soltanto ai giganti come Marx, Engels, Lenin, Gramsci e pochissimi altri. Per cui la sua concezione è, comunque, degna di rispetto, anche perché indubbiamente coglie una parte della verità, cioè un aspetto della dinamica di sviluppo dell’imperialismo. Anche se resta il suo limite di essere una visione parziale e, quindi, solo parzialmente vera e valida.

Tale posizioni è anche sbagliata politicamente per chi agisce in paesi che sono altrettanto imperialisti e, in quanto tali, anche avversari dell’imperialismo statunitense nella logica dei fratelli-coltelli. Naturalmente per chi fa politica in Italia è certamente molto più facile e meno rischioso ridurre l’imperialismo all’antiamericanismo, Così non ci si rapporta all’imperialismo italiano o a quello dell’Unione europea per quello che è, facendosi delle illusioni per cui sarebbe possibile arrestare le tendenze guerrafondaie con una politica di tipo riformista.

Di tale concezione si danno due varianti, non a caso sviluppato nel marxismo di centrosinistra o di sinistra o, persino, di estrema sinistra che, almeno in parte, superano i limiti sia teorici che politici della posizione del centro e della destra che abbiamo criticato.

Secondo tali posizioni non c’è soltanto l’imperialismo più aggressivo degli Stati Uniti, ma si riconoscono anche gli imperialismi dell’Unione europea o del Giappone. Per cui in alcuni casi si riconosce la natura imperialista dello Stato italiano, in altri lo si ritiene un alleato in funzione subalterna dell’imperialismo tedesco. Anche in questo caso si coglie una parte di verità, cioè che il capitalismo italiano è divenuto in buona parte subfornitore dell’imperialismo tedesco, ma, in tal modo, per quanto involontariamente si deresponsabilizza l’imperialismo del proprio paese e, qui, l’errore teorico porta anche a un errore politico e viceversa, in quanto il rapporto è sempre dialettico di azione reciproca e non intellettualistico, cioè meccanicistico, di causa-effetto.

Questa ultima tendenza sviluppa in senso economicista la concezione di Kautsky, anche se la considera come uno sviluppo e una necessaria riattualizzazione della concezione di Lenin. Tendenza di per sé anche giusta, sebbene spesso questo riaggiornamento di Lenin non appare come un reale superamento dialettico, ma piuttosto come un inconsapevole e involontario ritorno a Kautsky.

D’altra parte, nonostante la sua parzialità la concezione de “La contraddizione” coglie una parte di verità, cioè la linea economicista del capitalismo, per il quale ciò che conta è il profitto tanto che, come osservava già Lenin, i capitalisti ci venderanno persino la corda con la quale li impiccheremo.

Tornando ai limiti dell’impostazione che tende a ridurre l’imperialismo a quello più aggressivo e più puro statunitense, porta a un altro errore, al contempo, teorico e pratico che si può riassumere con il concetto di campismo. In maniera un po’ schematica e manichea, partendo dal dato di fatto che essendo il nemico del mio nemico un potenziale alleato, si finisce per perdere di vista che si tratta di una convergenza possibile solo sul piano tattico, momentaneo, ma che non toglie che sul piano strategico resti, comunque, un nemico.

Questo porta a considerare ad esempio i Brics una internazionale antimperialista, per cui la massima ambizione sarebbe portare l’Italia fuori dalla Nato e, nel caso, anche dall’Unione Europea, per poter entrare nei Brics. Poi, scambiando la propria irrilevanza sul piano politico con il grande peso che hanno sul piano della geopolitica le grandi potenze che hanno dato vita ai Brics, si finisce per scambiare un alleato tattico, come il punto di riferimento politico e teorico.

Peraltro si rischia così di scadere in delle posizioni complottiste, che possono apparire a un ingenuo le più ardite, ma che in realtà nascondono in sé un riformismo di destra, quando non dei puri interessi su un piano personale. Per cui vi sarebbe, dietro le quinte, al potere in Russia una organizzazione segreta di grandi saggi che avrebbero lasciato fare alle forze controrivoluzionarie per evitare una apocalisse atomica dinanzi agli stranamore statunitensi disponibilissimi a scatenarla, nella logica di: muoia Sansone con tutti i filistei. Per cui dietro l’attuale dirigenza russa non vi sarebbe affatto una borghesia in quanto tale, naturalmente, anticomunista, ma una organizzazione segreta super comunista.

In altre posizione egualmente russofile prevale, in modo inconsapevole, l’animo piccolo borghese di sinistra per cui, per mantenere buoni rapporti con i ceti medi, invece di egemonizzarli, ci si lascia egemonizzare anche a costo di rinunciare del tutto alla propria ragione di essere rivoluzionaria, internazionalista, e interessata all’unità dei comunisti, per ricostruire il partito della rivoluzione.

Si finisce così o per perseguire sul piano sia teorico che pratico una linea socialdemocratica, oppure con il coniugare una linea teorica moderata con una posizione politica opportunista di sinistra che, non a caso, tende all’estremismo tipico della piccola borghesia di sinistra.

In ogni coso di perde di vista la indispensabile connessione sentimentale con la propria classe di riferimento, cioè il proletariato moderno. Tutto ciò porta a coniugare una impostazione che è, al contempo, riformista di destra e opportunista di sinistra, apparentemente assurda e autocontraddittoria, ma in realtà tipica della piccola borghesia di estrema sinistra. In tale posizione convivono il riformismo tipico della piccola borghesia e l’estremismo tipico della corrente di estrema sinistra di questa stessa classe sociale. Arriviamo così al paradosso del riformismo armato che attraversa la storia della sinistra.

Tale posizione può giungere all’estremo di una certa attrazione fatale per l’estrema destra dal momemtno che, poiché gli estremi tendono a identificarsi, si finisce per giungere (in modo più o meno consapevole) a posizioni limitrofe ai rossobruni, quando non proprio rossobrune. In tal modo, però, non si può che arrivare a una cesura profonda e difficilmente ricomponibile con il resto della sinistra.

L’errore opposto consiste nel mettere sullo stesso e identico piano tutti i paesi del mondo, persino Israele e Palestina, in quanto tutti perseguirebbero il medesimo obiettivo imperialista. Anche il diritto dei popoli all’autodeterminazione nazionale perderebbe di valore, in quanto non ci sarebbero più rivoluzioni democratiche borghesi da realizzare.

Allo stesso modo, nel contesto nazionale tutte le forze dell’arco parlamentare sarebbero egualmente nemiche di classe. Le elezioni parlamentari sarebbero soltanto uno strumento per mascherare la dittatura di classe della borghesia. Peraltro le masse popolari stesse avrebbero perso interesse alle elezioni borghesi. I pochi che ancora si interesserebbero di tali questioni sarebbero dei nerd che si fissano su questioni di scarsissimo rilievo. Anche la battaglia referendaria sarebbe stata del tutto insensata, in quanto fondata sulla rappresentazione errata per cui lo Stato non sarebbe uno strumento della dittatura della classe dominante.

Anche queste posizioni contengono, naturalmente, una parte di verità, che non andrebbe comunque persa di vista. Il loro limite è l’opportunismo di sinistra, il settarismo.

Discorso analogo vale per il sostegno incondizionato al popolo ucraino in lotta contro l’aggressione imperialista russa. Anche in questa prospettiva si coglie esclusivamente un aspetto della questione, cioè che la borghesia al potere in Russia ha condotto nel modo peggiore la guerra per interposta Ucraina contro la Nato. L’aggressione a territori ucraini al di fuori delle aree russofone e russofile che (dopo la rivoluzione colorata di Maidan e governi ucraini sempre più ostaggio della Nato e delle forze dell’estrema destra) si battevano per l’indipendenza, ha portato un paese prima spaccato in due a ricompattarsi (ad eccezione del Donbas) sotto l’egemonia di forze reazionarie. D’altra parte, proprio per questo motivo, come ricordava già Lenin, occorre sostenere chi si batte per l’indipendenza nazionale, a meno che tale lotta non sia in contrasto con gli interessi della rivoluzione socialista nel suo complesso.

17/07/2026 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

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La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

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