Le dimissioni di Keir Starmer rappresentano la conferma di una crisi politica che negli ultimi mesi era diventata sempre più evidente: il progetto di un Labour centrista, atlantista, impermeabile alle istanze della sinistra sociale e ostile alla propria tradizione sociale non è riuscito a stabilizzare il sistema britannico. Starmer aveva conquistato Downing Street promettendo competenza, serietà istituzionale e ritorno alla normalità dopo gli anni convulsi dei conservatori. Ma proprio questa “normalità” si è rivelata il suo limite più grande. Agli occhi di una parte crescente della classe lavoratrice britannica, il Labour starmeriano non è apparso come un’alternativa, bensì come una prosecuzione ordinata dello stesso impianto economico, geopolitico e sociale che ha prodotto impoverimento, precarietà, declino dei servizi pubblici e subalternità internazionale.
Il crollo, del resto, non è arrivato all’improvviso. Era stato preparato dalle sconfitte locali, dalla perdita di consensi nei territori popolari, dall’incapacità di contrastare l’estrema destra di Reform UK sul terreno sociale, dalla fuga di settori progressisti verso i Verdi e verso candidati indipendenti, e dalla crescente irritazione delle stesse strutture laburiste. La suppletiva di Gorton and Denton aveva già mostrato quanto fosse fragile il rapporto tra il Labour e le comunità urbane un tempo considerate sicure. La vittoria di Andy Burnham a Makerfield ha poi funzionato da detonatore. Il successo dell’ex sindaco del Greater Manchester non ha soltanto confermato il suo peso personale nel Nord dell’Inghilterra, ma ha indicato al gruppo dirigente laburista una via d’uscita ordinata dalla crisi: sacrificare Starmer per salvare il governo, cambiare volto alla leadership senza necessariamente cambiare natura al progetto politico.
Burnham si presenta come l’opposto comunicativo di Starmer. Dove Starmer appariva freddo, tecnocratico, incapace di parlare al paese reale, Burnham coltiva da anni l’immagine dell’uomo del Nord, vicino alle comunità locali, critico verso il centralismo di Westminster e capace di interpretare il malessere dei territori lasciati indietro. La sua esperienza alla guida del Greater Manchester gli ha permesso di costruire un profilo diverso da quello dei ministri londinesi: più radicato, più diretto, più attento alle infrastrutture, ai trasporti, alla casa, alla devolution e alla dignità delle aree postindustriali. In un Labour traumatizzato dalla crescita di Reform UK, questo profilo appare prezioso. Burnham può parlare a una parte dell’elettorato popolare senza ricorrere necessariamente al linguaggio reazionario di Nigel Farage; può criticare Westminster senza mettere in discussione l’architettura fondamentale del potere britannico; può promettere cambiamento senza spaventare eccessivamente mercati, apparati e alleati internazionali.
La leadership di Burnham, dunque, è davvero una svolta o soltanto una correzione di stile? La risposta, per ora, resta ambigua. Sul piano sociale, il nuovo leader designato appare certamente più sensibile di Starmer alla questione territoriale e alla necessità di ricostruire un rapporto con le comunità popolari. Il suo discorso sulla “nuova strada per la Gran Bretagna” richiama il bisogno di superare l’austerità passiva, rilanciare investimenti, rafforzare la dimensione regionale dello sviluppo e restituire potere a città e comunità. Rispetto al grigiore starmeriano, il messaggio è più politico, più caldo, più capace di mobilitare speranza.
Tuttavia, queste differenze non devono essere sopravvalutate. Burnham ha già dato segnali di rassicurazione verso l’ortodossia fiscale. Il sostegno ricevuto dalla Chancellor of the Exchequer (equivalente del ministro dell’Economia e delle Finanze) Rachel Reeves, accompagnato dall’insistenza sulla stabilità dei conti pubblici e sulle regole di bilancio, indica che una parte decisiva dell’establishment laburista considera Burnham compatibile con la continuità economica. La possibilità di una maggiore attenzione alla crescita, alla casa popolare, alla devolution o agli investimenti non equivale automaticamente a una rottura con il neoliberismo. Se il nuovo governo resterà dentro la gabbia delle compatibilità fiscali, della subordinazione ai mercati obbligazionari e del rifiuto di colpire seriamente la ricchezza, la sua “svolta” rischierà di ridursi a una redistribuzione marginale del linguaggio politico più che delle risorse materiali.
La questione palestinese mostra nel modo più chiaro i limiti della discontinuità. Starmer ha pagato duramente la sua posizione filoisraeliana e la sua incapacità di esprimere una condanna netta della devastazione di Gaza. In molte aree urbane e multietniche, il Labour ha perso credibilità proprio perché è stato percepito come complice, silenzioso o troppo prudente di fronte ai crimini israeliani. Burnham è certamente meno compromesso di Starmer in termini di immagine, e ha mostrato maggiore sensibilità verso il cessate il fuoco e verso il disagio delle comunità musulmane e pro-palestinesi. Tuttavia, ha evitato di definire genocidio l’azione israeliana a Gaza, rifugiandosi in formule caute e istituzionali. La sua posizione sembra più empatica, ma non sostanzialmente antimperialista. Non basta cambiare tono se non si mettono in discussione le relazioni militari, diplomatiche e commerciali con Israele, la subordinazione alla politica mediorientale di Washington e la complicità britannica nel sistema occidentale di doppi standard.
Il nostro punto di vista trova conforto nella posizione espressa dai principali partiti della sinistra radicale britannica. Il Communist Party of Britain (CPB) ha denunciato da tempo il governo laburista come un esecutivo che sacrifica i voti della classe lavoratrice sull’altare della guerra, del militarismo e dei profitti aziendali. La critica comunista non riguarda soltanto Starmer come individuo, ma l’intera traiettoria del Labour: spesa militare, armi nucleari, sostegno all’Ucraina nella logica della NATO, ambiguità su Israele, rifiuto di finanziare adeguatamente welfare, pensioni, famiglie a basso reddito e persone disabili. Per il CPB, Burnham potrà essere giudicato positivamente solo sulla base di rotture concrete: fine della complicità con Israele, opposizione all’aumento della spesa militare, investimenti sociali, nazionalizzazioni, rafforzamento dei diritti sindacali, rottura con l’austerità e con l’atlantismo.
Il Workers Party of Britain (WPB), dal canto suo, vede nella crisi laburista una conferma della propria analisi: il Labour non rappresenta più uno strumento affidabile per la classe lavoratrice, ma una macchina politica integrata nell’establishment imperiale britannico. La probabile candidatura di George Galloway nella suppletiva per la carica di sindaco del Greater Manchester, aperta proprio dall’elezione di Burnham a Westminster, indica la volontà del Workers Party di contendere il terreno popolare nel cuore politico dell’ex sindaco. È una scelta simbolica: se Burnham vuole presentare il Greater Manchester come prova del suo modello, la sinistra radicale può cercare di dimostrare che quel modello resta insufficiente senza una rottura con NATO, guerra, austerità, finanza e compromessi con il sionismo politico.
In sostanza, Burnham potrebbe modificare alcune priorità del governo: più attenzione al Nord, più investimenti locali, più edilizia sociale, maggiore enfasi sulla devolution, una comunicazione meno burocratica e forse qualche correzione sul welfare. Potrebbe anche cercare di riavvicinare una parte dei sindacati e dell’elettorato progressista, recuperando alcuni elementi della tradizione laburista che Starmer aveva sterilizzato. Ma potrebbe anche limitarsi a un’operazione di ricambio cosmetico: mantenere le regole fiscali, rassicurare la City, proseguire il riarmo, restare dentro la disciplina NATO, assumere un linguaggio più umano sulla Palestina senza adottare sanzioni reali contro Israele, e contenere la protesta sociale con qualche concessione simbolica.
La caduta di Starmer, nel frattempo, conferma le tesi già emerse nei nostri articoli dei mesi precedenti: un Labour che governa contro la propria base sociale, inseguendo i mercati e Washington, è destinato a perdere legittimità. Ma la sostituzione di Starmer con Burnham non risolve automaticamente la crisi. Il nuovo leader possiede maggiori qualità politiche, una maggiore capacità comunicativa e un radicamento territoriale che Starmer non ha mai avuto. Tuttavia, se non romperà con l’austerità, con l’imperialismo britannico e con la complicità occidentale verso Israele, il suo governo resterà una variante più popolare dello stesso progetto.
Per la sinistra marxista e anti-imperialista britannica, salutare la fine del ciclo Starmer non significa illudersi che il Labour sia tornato automaticamente a essere uno strumento della classe lavoratrice. La vera alternativa non nascerà da un cambio di stile a Downing Street, ma dalla ricostruzione di un blocco sociale e politico capace di collegare lotta sindacale, mobilitazione contro la guerra, solidarietà con la Palestina, difesa dei servizi pubblici e opposizione alla destra xenofoba. Burnham potrà anche rallentare la decomposizione del Labour. Ma solo una sinistra di classe, organizzata e indipendente potrà trasformare la crisi britannica in una reale possibilità di cambiamento.
