Il tentativo di transizione al socialismo dell’est Europa è stato un fallimento?

Noterelle in vista di una comparazione storica fra i risultati prodotti tentativo di transizione al socialismo nell’est Europa e i risultati reali prodotti in questi stessi paesi dalla transizione al capitalismo


Il tentativo di transizione al socialismo dell’est Europa è stato un fallimento? Credits: https://www.ninconanco.info/gli-scienziati-avvertono-le-nazioni-unite-dellimminente-fallimento-del-capitalismo/

Da un recente reportage sulle giovani generazioni in Russia veniamo a sapere che gli stipendi oscillano dai 300 ai 500 euro al mese “a seconda se si accettano i turni, il lavoro nelle festività o i notturni” [1]. Senza contare che una parte significativa dello stipendio, secondo il modello toyotista affermatosi a livello internazionale con il pensiero unico neoliberista, è a cottimo.

Abbiamo così, per limitarci a un esempio emblematico, per una parrucchiera in una grande città, 200 euro di stipendio fisso che possono arrivare a 300 con i premi assegnati progressivamente a chi riesce a servire più di 20 clienti al giorno. Spesso i giovani russi per potersi pagare gli studi nelle grandi città, in cui il costo della vita è simile a quello italiano, sono costretti a lavorare al nero per poter avere poco più di 400 euro al mese. Costoro, spesso emigrati dai piccoli centri, si sentono comunque dei privilegiati dal momento che nei paesi di provenienza il livello dello stipendio si aggira sui 200 euro mensili.

Senza contare che, dopo la dissoluzione dell’Urss, le scuole superiori e l’università nelle grandi città sono generalmente a pagamento, decisamente salato in rapporto al livello degli stipendi e senza alcuna progressività nel pagamento delle rette che, nelle università rinomate, raggiungono anche i 5.000 euro. A meno che non si sia orfani, invalidi o si consegua il massimo dei voti. In questi casi, grazie a un residuo dello stato sociale sovietico, si può studiare gratuitamente ricevendo delle borse di studio per potersi pagare vitto e alloggio. Anche in tal caso, con l’affermazione della liberal-democrazia in Russia, è stata eliminata ogni forma di progressività, per cui spesso sono i figli dei benestanti delle famiglie colte a vedersi corrisposta dalla fiscalità generale, in cui impera la liberista flat-tax, la possibilità di studiare gratuitamente, godendo in più delle borse di studio.

Ancora più complicata è la vita dei giovani costretti a emigrare in Russia dalle ex-repubbliche socialiste sovietiche. Anche in questo caso, tuttavia, nel modello liberal-democratico a fare la differenza è il ceto sociale di provenienza che permette ai più benestanti di guidare ad esempio un taxi, da acquistare a credito devolvendo circa un terzo dei guadagni ai grandi centri finanziari proprietari dell’autoveicolo. In tal modo, lavorando una media di circa 15 ore giornaliere, si riesce ad avere un reddito dignitoso.

Al contrario, molti degli immigrati dei ceti popolari non avendo piccolo capitali da investire per mirare a divenire lavoratori autonomi, si vedono spesso costretti a fare i facchini per le grandi compagnie, pagati a cottimo un euro a consegna. Non potendo permettersi un mezzo privato, riescono a lavorare solo grazie a quanto resta dell’eccezionale rete di trasporti pubblici dell’ex Urss, che gli consente di riuscire a consegnare un numero di pacchi indispensabile alla propria misera riproduzione come forza-lavoro ultra-sfruttata.

D’altra parte le grandi città, anche in tal caso grazie a un essenziale residuo dell’epoca sovietica, consentono ai giovani un’intensa vita culturale, di cui approfittano in misura notevolmente maggiore delle giovani generazioni in paesi a capitalismo avanzato come il nostro. Anche perché alcuni aspetti dell’etica e dello Stato sociale sovietici sono, nonostante tutto, sopravvissuti, al punto che ancora oggi i giovani russi leggono in media 12 libri l’anno, mentre nell’Italia a capitalismo avanzato appena uno. Senza contare che la maggioranza dei giovani russi, visti anche i livelli di sfruttamento dovuti alla transizione al sistema liberal-democratico, continuano a giovarsi di un altro essenziale residuo dell’epoca sovietica: le ancora diffusissime biblioteche pubbliche da cui continuano a prendere in prestito quasi l’80% dei libri che leggono.

Di questi elementi dovrebbe tener conto chi continua a fare dei sommari bilanci fallimentari dell’abortito tentativo di transizione al socialismo in Unione sovietica. Tanto più che questi ideologici bilanci sui primi e, necessariamente, estremamente problematici e contraddittori tentativi di costruire una società socialista, in paesi per altro anche molto arretrati, finiscono con il costituire nei fatti delle vere e proprie apologie indirette del modo capitalistico di produzione.

In effetti, con l’ideologico e dogmatico utilizzo di due pesi e due misure, ogni possibilità di un equilibrato raffronto fra il modo di produzione capitalistico e gli abortiti tentativi di transizione al socialismo diviene impossibile. Anche perché, solitamente, si mettono a confronto paesi in cui il capitalismo si è affermato da secoli, in un’epoca storica in cui il modo capitalistico di produzione è ampliamente dominante, con paesi che da pochi decenni hanno provato a superare in senso socialista il capitalismo, in un’epoca storica quanto mai sfavorevole. In secondo luogo, i processi sommari ai tentativi, per quanto abortiti, di costruire una società maggiormente universalista, giusta ed egualitaria di quella capitalista muovono generalmente dall’ideologico confronto fra una società liberal-democratica ideale con degli sforzi reali di transizione al socialismo, in delle condizioni strutturali e sovrastrutturali che la stessa teoria marxista considera decisamente proibitive.

Dunque, per superare un’attitudine apologetica dell’esistente, ideologica, unilaterale e decisamente dogmatica passiamo ad affrontare, dopo gli esempi sovra riportati relativi alla politica interna, degli aspetti che consentano un’equilibrata comparazione della politica estera della Russia nell’epoca dell’abortito tentativo di costruire il socialismo – per altro in un paese solo e decisamente arretrato – e l’attuale transizione a una società liberal-democratica.

Per limitarci in questa sede a un solo esempio decisamente emblematico, come è noto, ma proprio per questo non realmente conosciuto, mentre l’Unione sovietica ha quasi sempre finanziato e appoggiato a livello internazionale i movimenti che si battevano per l’emancipazione del genere umano, l’attuale Russia in transizione a una società liberal-democratica, proprio al contrario, tende sovente a finanziare a livello internazionale proprio le forze che si schierano per la dis-emancipazione dell’umanità, quanto meno negli Usa, in Francia e in Italia. Certo, si potrebbe obiettare che i grandi paesi liberal-democratici accusano la Russia di star conducendo in modo disastroso la propria transizione a una società capitalista. D’altra parte, le critiche che giungono dalle liberal-democrazie “occidentali” tendono in realtà a rimproverare all’attuale Russia di non aver a sufficienza rotto in politica interna con lo stato sociale sovietico e in politica estera di continuare ad appoggiare quei paesi che intendono resistere all’imposizione, con ogni mezzo necessario, del pensiero unico neo-liberista, da Cuba al Venezuela, dalla Siria all’Iran etc.

Così paradossalmente e al contempo, emblematicamente, le liberal-democrazie occidentali rimproverano essenzialmente alla Russia di non sostenere i loro massimi alleati in Medio oriente, ovvero il dispotismo fondamentalista delle petromonarchie e l’occupazione sionista della Palestina, ma di ostinarsi a combattere nei fatti contro le peggiori forme di terrorismo islamista.

Cambiano scenario, per abbozzare un’analisi comparatista dell’abortito tentativo di transizione al socialismo in Jugoslavia, secondo un modello sensibilmente differente da quello predominante di matrice sovietica, e l’attuale transizione al capitalismo dell’entità sorte dalla violenta dissoluzione della Federazione socialista di Jugoslavia, in funzione della costruzione di una società liberal-democratica. Ora, come è noto, in Jugoslavia avevano convissuto pacificamente popoli diversi per cultura, religione, lingua etc., nonostante i duri conflitti fomentati durante la seconda guerra mondiale dai fascismi, volti a mettere in contrasto tali popolazioni sulla base del principio: divide et impera. Tale principio è tornato a essere centrale nel complesso passaggio alla transizione al capitalismo, che ha riprodotto una situazione di lacerazione fra le popolazioni balcaniche e di conflitti etnici addirittura peggiori di quelli presenti negli anni antecedenti la Prima guerra mondiale. Tanto che la stessa Serbia non è stata solamente separata in modo violento dalle altre repubbliche federate nella Jugoslavia, ma gli è stata imposta la separazione non solo dai serbi-bosniaci, ma dagli stessi abitanti della regione meridionale del Kosovo, tutt’ora sotto occupazione da parte dell’alleanza imperialista della Nato e, in particolare, degli Stati uniti che vi hanno costruito la più grande base militare all’estero.

Ciò nonostante il Kosovo è il “paese” europeo che ha fornito in percentuale il maggior numero di volontari al terrorismo fondamentalista dell’Isis, macchiatosi di spaventosi crimini contro l’umanità in particolare nella guerra per smembrare la Siria, secondo i piani delle principali potenze imperialiste occidentali. Così, nella fase di transizione a un regime liberal-democratico, nonostante il protettorato imperialista della Nato, almeno 400 kosovari si sono uniti ai terroristi islamici internazionali dell’Isis, intenti a dissolvere il paese arabo meno assoggettato dal pensiero unico dominante e dal ritorno dell’oscurantismo religioso.

Quindi, un paese che nell’epoca della transizione al socialismo era sempre stato in prima linea per la costruzione del blocco dei paesi non allineati e del Terzo mondo, in lotta contro la guerra nucleare, il colonialismo e l’imperialismo, ora, proprio nel suo territorio posto direttamente sotto il controllo delle grandi potenze liberal-democratiche, diviene il principale paese europeo che ha contribuito alla realizzazione di un’entità territoriale assoggettata al terrorismo fondamentalista, ovvero il sedicente Stato islamico.

Anche in questo caso al drammatico arretramento dal punto di vista della politica internazionale corrisponde un altrettanto spaventoso arretramento nella politica interna, in particolare dal punto di vista economico e sociale, oltre che etico e morale. I reclutatori dei terroristi in Kosovo hanno avuto gioco relativamente facile offrendo un impiego e uno stipendio fisso a quell’incredibile numero di giovani del paese, quasi sei su dieci condannati alla disoccupazione dall’abbandono delle transizione al socialismo – che bene o male aveva garantito la piena occupazione – in nome dell’attuale processo di costruzione di una società liberal-democratica.

Infine, non bisogna dimenticare gli effetti indiretti che ha avuto sugli altri paesi questa inversione di tendenza a livello internazionale, per cui molti Stati che avevano intrapreso una transizione al socialismo hanno ripiegato a una transizione al capitalismo. Abbiamo innanzitutto una spaventosa ripresa a livello internazionale dell’oscurantismo, del fondamentalismo e del terrorismo religioso. Anche i governi socialdemocratici, in secondo luogo, si sono votati al pensiero unico dominante, perdendo sempre più consenso, favorendo in tal modo il populismo radicale di destra che è o è dato come primo partito nei principali paesi liberal-democratici, dagli Usa, alla Francia, alla Gran Bretagna, all’Italia, all’India fino al Brasile.

Esemplare il caso del nostro paese che, dopo esser stato per anni il più avanzato in termini di democrazia reale fra i paesi capitalisti – non certo per merito delle forze liberal-democratiche, quanto piuttosto per la presenza della più significativa opposizione a esse, ossia per la presenza delle più influenti forze comuniste nei paesi a capitalismo avanzato – è tornato pressoché immediatamente, dopo la dissoluzione dell’Urss, a essere di nuovo il più significativo laboratorio di elaborazione del populismo di destra e di un neo o post fascismo adeguato al XXI secolo.


Note

[1] Yurii Colombo, Essere giovani a Mosca: lavori sottopagati, libri e politica di nicchia, in “Il manifesto” del 4/8/2019.

20/10/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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