L’eradicazione della povertà estrema in Cina (pubblicato il 23 settembre sul quotidiano cinese “Guangming”)

Molto si parla dell’eradicazione della povertà estrema in Cina, ma come è stato concretamente possibile?


L’eradicazione della povertà estrema in Cina (pubblicato il 23 settembre sul quotidiano cinese “Guangming”)

Da decenni si è sviluppato un denso dibattito sulla natura socialista o ibrida della società cinese di cui ovviamente non si può dar conto brevemente in questa sede. Mi limiterò a ricordare che per gli studiosi cinesi essa si trova attualmente “nella fase primaria del socialismo”, nella quale lo Stato dà impulso a un’educazione patriottica, collettivista, internazionalista e comunista (articolo 24 della Costituzione del 1982) di tutta la popolazione. Inoltre, secondo lo studioso Zhang Boying, importante esponente del marxismo cinese, il comunismo è il risultato di un processo molto lungo, che può anche subire regressioni, ma che resta “un ideale che l’umanità persegue” ancora oggi (Il Socialismo con caratteri cinesi. Perché funziona?, 2014: 66).

Meno discussioni e divergenze si sono registrate a proposito dell’eradicazione della povertà estrema nel grande Paese asiatico. Infatti, nell’ottobre del 2021 il segretario generale delle Nazioni Unite, il portoghese Antonio Guterrez, ha lodato la Cina per il processo di avanzamento nell’eradicazione della povertà ed ha invitato la comunità internazionale a fare fronte comune per risolvere ed affrontare i problemi del nostro tempo, in primis la pandemia. Guterres ha ringraziato la Cina per il ruolo da lei giocato nel delineare e nell’implementare gli Obiettivi dello sviluppo sostenibile, rimarcando inoltre che il Paese asiatico si distingue per l’impegno messo nell’emancipare gli esseri umani da tutte le forme di povertà; fenomeno che costituisce una delle prime missioni del mondo attuale.

Questa affermazione è del tutto condivisibile se, per esempio, prendiamo in considerazione le parole con cui David Harvey, grande marxista britannico, descrive l’imposizione al mondo del cosiddetto neoliberalismo come il risultato della restaurazione del potere di classe ai danni dei lavoratori, che nei Trenta anni gloriosi avevano conquistato molti diritti e migliorato le loro condizioni di vita. Per combattere l’inflazione, la stagnazione dei tassi di profitto, alla fine degli anni Sessanta le élite globali sono intervenute sul costo del lavoro, abbassando i salari, aumentando lo sfruttamento, combattendo le organizzazioni sindacali, precarizzando i lavoratori (Breve storia del neoliberalismo, il Saggiatore, Milano 2007). Ovviamente, dopo la rottura del patto tra lavoro e capitale realizzato nel secondo dopoguerra, evidente per esempio nella Costituzione italiana del 1948, questa svolta ha fatto crescere a dismisura le disuguaglianze e la povertà sia nei Paesi a capitalismo avanzato, secondo Fidel Castro sotto-sviluppanti, sia in quelli sottosviluppati. 

Pur riformando profondamente la sua economia ed entrando nel 2001 nel WTO, la Cina sembra aver ottenuto risultati diversi, non sempre di facile lettura, sui quali ci soffermeremo brevemente. Essa non ha applicato le terapie shock, imposte a molti Paesi dal Washington Consensus, ha coniugato socialismo e mercato, innescando per anni una crescita straordinaria che ha favorito il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di cittadini. Dal 1978 in poi si sono implementate riforme che hanno ridotto il numero delle imprese statali, sono state sciolte le comuni agricole sostituite (1978-1983) da un “sistema di responsabilità individuale”, che attribuisce ai contadini appezzamenti di terra in affitto a lungo termine e la possibilità di vendere i loro prodotti sul mercato. Al contempo sono state create imprese cittadine e di villaggio, che si distinguono per il loro dinamismo economico e capacità competitive (Harvey 2007: 160) e che alla fine si sono aperte al capitale straniero, il cui arrivo ha stimolato l’apparizione del settore privato. Il potere politico e amministrativo delle comuni è stato assegnato ai governi delle città e dei villaggi, istituiti secondo i dettami della Costituzione del 1982. In seguito, questi governi avrebbero fatto propri beni industriali delle comuni, trasformando queste strutture obsolete in TVE (Township and village enteprises) (ibidem: 163), le quali offrivano manodopera a società straniere che le rifornivano di tecnologia e di marketing (ibidem: 174). 

Secondo Giovanni Arrighi (Adam Smith a Pechino. Genealogie del XXI secolo, v. Accumulazione senza spoliazione, Milano 2008) la nascita delle imprese di municipalità e villaggio è stata incentivata dal decentramento fiscale che ha aumentato l’autonomia delle amministrazioni locali, e dall’introduzione della valutazione dei quadri di partito in base ai risultati economici del loro territorio. Le imprese di municipalità e villaggio sono state anche gli agenti principali dell’impiego razionale delle risorse e della redistribuzione dell’eccesso di manodopera delle campagne in attività industriali ad alta intensità di lavoro, favorendo il reinvestimento locale dei profitti, lo sviluppo economico senza spogliare i contadini della terra.

Riportiamo alcuni importanti dati ricavati da un articolo di John Ross, pubblicato nel 2020 da Marx XXI, secondo i quali per la Banca mondiale nel 2018 un individuo appartenente a un Paese povero vive in media 64 anni, mentre chi vive in un Paese ricco può giungere a 81. La stessa situazione si riscontra nelle aree periferiche dei Paesi avanzati e negli ultimi anni si può osservare un peggioramento (attualmente in Italia ci sono cinque milioni di poveri, negli USA oltre 40 e in costante aumento).

Il Rapporto sul lavoro del governo cinese definisce a livello nazionale la soglia di povertà, ma si confronta con i criteri internazionali. Secondo la Banca Mondiale è povero chi ha disposizione 1,9 dollari al giorno ai prezzi internazionali del 2011 (parità di potere d’acquisto). Secondo questo criterio, i primi dati comparabili a livello internazionale disponibili per il mondo e per la Cina sono del 1981 e i più recenti del 2015, benché la Cina stia avanzando nella direzione di diminuzione della povertà. Scrive Ross: “Tra il 1981 e il 2015, la Cina ha ridotto il numero di coloro che vivono in una povertà, definita tale secondo i criteri internazionali, di 868 milioni di persone, su una riduzione totale mondiale di quasi 1,17 miliardi. Pertanto, la Cina rappresenta il 74%, quasi i 3/4, delle persone che sono uscite dalla povertà nel mondo. Gli ultimi dati della Banca Mondiale mostrano che tra il 1981 e il 2016 la Cina ha ridotto del 99,1% il numero di persone che vivono in condizioni di povertà secondo i criteri internazionali all’interno dei suoi confini. Entro la fine del 2020 lo avrà ridotto del 100 per cento”.

Certamente, credo, che bisognerà tenere conto degli effetti della pandemia, delle turbolenze economiche e finanziarie a livello internazionale dovute alla guerra per procura tra Russia e Ucraina e all’impatto delle sanzioni occidentali sul sistema commerciale globale. Del resto, l’organizzazione Oxfam avverte che probabilmente alla fine del 2022, 260 milioni di persone cadranno nella povertà estrema, rendendo questo mondo ancora più ingiusto e disuguale.

Secondo il già citato sito Tricontinental il programma di riduzione della povertà in Cina ha coinvolto la società nella sua interezza. Non si tratta dunque di un programma specifico elaborato dal Partito comunista o dal governo. Al contrario, si è articolato nella forma di una mobilitazione massiccia da parte dei vari settori sociali, che si è avvalsa di metodologie diverse e decentralizzate su ampissima scala, come non si era fatto mai prima in nessun luogo.

Vediamo di entrare nei dettagli anche per fare chiarezza su molti fraintendimenti e mistificazioni. Secondo lo stile cinese, che ama numerare i suoi momenti operativi, il Programma di riduzione focalizzata della povertà è così riassumibile: un introito, due sicurezze (cibo e abiti) e tre garanzie (servizi medici basici, abitazione con acqua potabile ed elettricità, educazione gratuita e obbligatoria). Partendo dall’ovvio presupposto che la povertà non può essere affrontata soltanto con l’attribuzione di un’entrata, il suddetto programma si ispira alla nozione di povertà multidimensionale, proposta da Amartya Sen, la quale consente di individuare al contempo i diritti civili e sociali dell’essere umano. Sulla base di questo concetto è stato formulato nell’ambito delle Nazioni Unite l’Indice di povertà multidimensionale (IPM), che misura dieci indicatori nelle dimensioni della salute, educazione, servizi basici infrastrutturali, i cui risultati sono stati pubblicati 10 anni prima che si raggiungessero gli Obiettivi dello sviluppo sostenibile lanciati dall’ONU (Agenda 2030), i quali assai difficilmente si concreteranno per quella data, stanti le attuali complesse condizioni internazionali.

Il modo cinese di affrontare l’eradicazione della povertà estrema è stato anche definito “la generazione di sangue”, in quanto si tratta di una strategia volta alla crescita diretta dal governo e basata sull’azione degli abitanti delle campagne – essendo le zone rurali interne più povere rispetto a quelle costiere -, in cui lo sviluppo del mercato ha giocato un ruolo importante; ruolo però che è sempre stato sorvegliato dalla dirigenza politica.

Questo modo di procedere è stato definito da Harvey “neoliberismo con caratteristiche cinesi” messo in opera da uno Stato keynesiano, che mantiene il controllo dei capitali e dei tassi di cambio (2007: 180). Secondo le parole di John Stiglitz la Cina “non ha mai fatto confusione fra i fini [il benessere della popolazione] e i mezzi [le privatizzazioni e la liberalizzazione degli scambi]” (cit. In G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, cap. 1).

Fu con la visita di Xi Jinping al villaggio di Shiba Dong, nella provincia di Hunan nel novembre del 2013, che prese avvio questo ambizioso progetto, basato su questi procedimenti: individuazione delle famiglie povere, di chi avrebbe dovuto intraprendere l’opera di riduzione della povertà, delle misure appropriate da implementare anche per impedire la ricaduta nella stessa. In primo luogo, ci si è preoccupati di identificare i nuclei familiari poveri, inviando personale in tutto il Paese e impiegando le tecnologie digitali. Nel 2014 800.000 quadri del partito hanno visitato e contattato tutte le famiglie del Paese, individuando 86,62 milioni di poveri in 29,48 nuclei familiari e in 128.000 villaggi. Successivamente i dati sono stati verificati e nel caso corretti.

A questo processo hanno partecipato i comitati di villaggio, i governi municipali e gli stessi abitanti del luogo con riunioni pubbliche. È stato creato un articolato sistema di informazione e di gestione, che monitora tutte le fasi della realizzazione del processo.

Giustamente i cinesi sostengono che non può esistere un’organizzazione senza organizzatori. E quale organizzazione migliore del PCC, che contava nel 2021 95,1 milioni di membri e 4,9 milioni di organizzazioni del Partito a livello basico, ossia i comitati degli abitanti dei villaggi, istituzioni pubbliche, organismi e imprese statali e sociali? I segretari del Partito hanno seguito passo passo questa grandiosa impresa, muovendosi ai cinque livelli di governo (villaggio, città, distretto, provincia). Complessivamente sono state formate 255.000 squadre, composte da tre milioni di quadri ben preparati, che si sono stabiliti nei villaggi poveri. Questo straordinario impegno ha permesso alla Cina nel 2020 la sconfitta della miseria estrema.

Nello stesso tempo, la dirigenza cinese è perfettamente consapevole del fatto che la grande crescita ha provocato problemi ambientali e sociali, quali la migrazione consistente alle città che ha accresciuto la disuguaglianza tra le zone rurali e quelle urbane, la concentrazione sulle coste dell’apparato industriale non ha corrisposto allo sviluppo delle più arretrate regioni occidentali e centrali. Al XIX Congresso del PCC del 2017 Xi Jinping ha evidenziato queste contraddizioni, sottolineando i caratteri diseguali e inadeguati dello sviluppo da un lato, e il desiderio di miglioramento delle condizioni di vita da parte della popolazione.

Una volta raggiunto questo primo obiettivo, Xi ha prefigurato che tale processo dovrà completarsi con il raggiungimento di una società moderatamente prospera, in contrapposizione al consumismo elitario dell’Occidente, nella quale sono valorizzate nei cittadini non solo le esigenze materiali e spirituali, ma anche l’aspirazione a un più sviluppato Stato di diritto, a una maggiore democrazia, alla giustizia sociale e a condizioni ambientali più sicure. 

30/09/2022 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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