L’enigma del Califfato nero

L’Isis colpisce a Berlino, riconquista Palmira e sopravvive tra impotenze e ambiguità


L’enigma del Califfato nero Credits: http://www.amerikaninsesi.com/a/suudi-arabistanda-93-isid-militani-tutuklandi/2739372.html

Il 5 febbraio 2003 il segretario di Stato Colin Powell si presentò al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con quelle che a suo dire erano le prove del possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. Due anni dopo sarebbe stato lo stesso Powell ad affermare che diverse parti della sua relazione erano basate su affermazioni non affidabili. Tuttavia, all’indomani dell’11 settembre, quel tipo di “prove” furono sufficienti a scatenare un’aggressione ingiustificata contro un paese già fiaccato da due precedenti guerre e da un lungo embargo.

Eppure l’esercito iracheno, nonostante il deterioramento evidente, contava ancora all’epoca circa 400mila uomini di cui circa 60mila facevano parte del corpo d’elite della Guardia Repubblicana e ai quali si aggiungevano i circa 40mila uomini dei “Fedayyin di Saddam”. Il conflitto iniziato il 20 marzo 2003, veniva dichiarato terminato dal presidente Bush, atterrato sulla “Lincoln”, il 1° maggio seguente (“Missione Compiuta”, ricordate?). Poco più di 40 giorni furono sufficienti a disarcionare Saddam

Dicembre 2016: il sedicente Stato Islamico, capeggiato dall’ex prigioniero degli Usa a Camp Bucca, Abu Bakr Al-Baghdadi, affronta dal 2014 gli attacchi aerei di una coalizione di 18 paesi a guida Usa. Tra essi spiccano oltre agli Stati Uniti: la Francia, il Regno Unito, l’Arabia Saudita, il Qatar, la Giordania, con il supporto logistico di Italia e Germania.

Dalla fine del settembre del 2015, l’Isis deve fronteggiare anche l’intervento militare russo in Siria, in alleanza con l’esercito regolare di Damasco, le milizie sciite Hezbollah, i pasdaran iraniani e le milizie curde della Rojava. Sul versante iracheno, inoltre, le truppe del Califfato sono incalzate dall’esercito di Baghdad, supportato in vario modo da Iran e Stati Uniti.

Sorprendentemente, però, il 12 dicembre scorso l’Isis riconquista Palmira (liberata dall’esercito di Damasco a fine marzo) con una violenta controffensiva in cui impiega tra i 4mila e i 5mila miliziani. Il 19 dicembre, peraltro, il Califfato nero rivendica anche l’attentato di Charlottenburg a Berlino che provoca la morte di 12 persone e decine di feriti.

Domanda: come è possibile che in due anni abbondanti di guerra uno schieramento così possente non abbia sconfitto un gruppo di terroristi che a detta dell’inviato speciale di Obama presso la Coalizione Internazionale contro l’Isis, Brett McGurk, conterebbe attualmente tra i 12mila e i 15mila combattenti?

In realtà, sul piano strettamente militare non c’è nessuna risposta plausibile. Ce ne sono diverse, invece, su quello politico-economico.

Innanzitutto, nonostante la lunghissima striscia di sangue e orrori che si trascina dietro fin dalla nascita, lo Stato Islamico non è univocamente considerato un nemico dall’Occidente (Usa, Francia e Gran Bretagna) e ancor più dai suoi alleati arabi, ovvero le monarchie petrolifere del Golfo. Per essere più chiari, è certo che Al Baghdadi venga considerato un feroce terrorista se agisce in Europa o negli Stati Uniti, lo è molto di meno se invece i suoi uomini combattono in Siria contro l’esercito di Assad e forse persino in Iraq. La riconquista di Palmira, secondo alcuni analisti, si è potuta verificare solo perché il Califfato ha spostato i suoi uomini dal cosiddetto assedio di Mosul in Iraq fino alla Siria, senza che la Coalizione occidentale li abbia disturbati con la sua pur incontrastata aviazione.

Inoltre, tutte le forze presenti nell’area mediorientale che va dal Mediterraneo al Golfo Persico e che teoricamente osteggiano l’Isis sono limitate a loro volta da interessi contrastanti e/o da influenze corruttrici. Si tratta di una specie di “puzzle” al cui centro rimane come sospeso in equilibrio instabile il Califfato di Al Baghdadi.

Le forze militari di Assad hanno difficoltà a riconquistare e tenere tutto il territorio siriano, nonostante l’intervento militare russo (l’unico di qualche reale efficacia contro l’Isis, insieme a quello curdo), iraniano e degli sciiti di Hezbollah: per la sanguinosa liberazione/riconquista di Aleppo si è sguarnito il fronte più a sud. Forse ora dopo la vittoria nella seconda città più importante del paese si apriranno nuove prospettive nella guerra contro l’Isis.

Da parte sua, il governo iracheno da più di due mesi sta assediando la città di Mosul. A metà dicembre le forze irachene avrebbero liberato la metà orientale della città, ma le operazioni sono rallentate dall’incubo che si finisca per combattere casa per casa come ad Aleppo e inoltre dal fatto che Baghdad è già arrivata a impegnare il 30 per cento del suo bilancio per il conflitto.

La Turchia, come si è scritto in un recente articolo su questo giornale, ha certamente l’ambizione di espandere la sua influenza in tutta l’area, dalla Siria all’Iraq, e di sostituire con la sua presenza quella dello Stato Islamico, ma le vittorie dell’esercito di Assad, la combattività della Rivoluzione Curda del Rojava e l’ostilità dell’Iran ne rendono difficile l’attuazione. Peraltro, come dimostra l’assassinio dell’ambasciatore russo Andrey Karlov da parte di un giovane poliziotto turco, avvenuto ad Ankara quasi in contemporanea con l’attentato in Germania e rivendicato dalla coalizione islamista Jaish al Fatah (di cui fa parte l’ex Al Nusra), il corteggiamento di organizzazioni estremiste in funzione anticurda e antisiriana lascia residui pesanti nello stesso apparato statale turco. E tutto ciò nonostante la “purga” che il regime autoritario di Erdogan sta mettendo in atto da mesi con la scusa del golpe del 15 luglio scorso.

Infine, bisogna riconoscere che vi è un radicamento del Califfato nel territorio abitato da popolazioni sunnite a cavallo del confine tra Siria e Iraq. Un radicamento non certo ideologico, ma favorito (in misure molto diverse tra loro) dalle politiche settarie che tutti gli stati dell’area hanno portato avanti, con l’unica eccezione, di nuovo, della Rivoluzione della Rojava nella Siria settentrionale.

Conclusione: l’Isis è comunque destinato alla sconfitta, ma ciò che lo ha prodotto, ciò che lo mantiene ancora in vita, rimarrà e va individuato bene se lo si vuole combattere davvero: esso è l’oscuro miscuglio di ingerenze imperialistiche, di settarismo religioso in tutte le varianti disponibili e di autoritarismo politico.


Sitografia:

Sull’assedio di Mosul e sulle difficoltà economiche del governo iracheno: http://www.internazionale.it/opinione/zuhair-al-jezairy/2016/12/17/iraq-mosul-guerra-futuro

Sulla riconquista di Palmira da parte dell’Isis: http://www.analisidifesa.it/2016/12/il-califfo-si-riprende-palmyra/

Sull’intervento occidentale contro lo Stato Islamico: http://www.analisidifesa.it/2016/12/o-gli-usa-mentono-o-lisis-e-immortale/

24/12/2016 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Stefano Paterna

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“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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