La posta in gioco della guerra in Siria - Parte II

Per un’interpretazione non ideologica del conflitto siriano dopo la presa di Aleppo


La posta in gioco della guerra in Siria - Parte II
Segue da parte I

La capacità di egemonia che ha permesso, insieme al controllo dell’esercito e a un’abile politica delle alleanze, al governo siriano di mantenere e riconquistare ampi tratti del territorio, ha le proprie radici nella storia del paese. Quest’ultima è egualmente indispensabile per intendere le ragioni della guerra in Siria e il ginepraio di interessi nazionali e internazionali che ne rendono difficile la comprensione.

L’attuale governo siriano è espressione del Partito del Risorgimento Arabo Socialista meglio noto come Partito Baʿth, che ha profondamente caratterizzato la storia della Siria moderna, dal compimento del processo di decolonizzazione fino alle attuali tragiche vicissitudini. Tale partito ha ancora oggi una certa credibilità fra una parte non marginale dei siriani, in quanto è stato l’indubbio protagonista di un processo rivoluzionario, che è alla base della modernizzazione del paese mediante il rovesciamento dell’Ancien régime. Sorto come movimento anticolonialista e panarabo, guidato da esponenti del ceto medio riflessivo, il partito si è costituito attraverso la fusione con una formazione socialista che aveva la sua base di massa nei contadini, componente decisamente maggioritaria del proletariato siriano.

Sebbene in Siria, al contrario che in Iraq, abbia prevalso l’ala sinistra del Ba’th, quella più legata a una visione del mondo socialisteggiante, la scarsità di intellettuali organici al proletariato, anche per la prevalenza del proletariato rurale su quello urbano, ha fatto sì che il partito conquistasse il potere con un colpo di Stato militare. Da allora i militari hanno avuto un peso decisivo nella politica siriana che, se ha a lungo favorito il pieno controllo del monopolio della violenza legale non ha favorito lo sviluppo di una adeguata capacità di egemonia, anche per il relativamente limitato sviluppo della società civile. Così, nonostante il prevalere dopo la conquista del potere della componente filosovietica, la modernizzazione e il tentativo di sviluppare una transizione al socialismo, a partire da un significativo processo di nazionalizzazioni, ha mantenuto un’impronta autoritaria e dirigista, una rivoluzione più dall’alto che dal basso.

Il mancato sviluppo della democrazia socialista, lo scarso sviluppo della coscienza di classe e di conseguenza il mancato innesco della lotta di classe dal basso, attraverso lo sviluppo di movimenti sociali, ha favorito, dopo la cocente sconfitta nella Guerra dei sei giorni, l’affermazione dell’ala moderata del partito guidata da Hafez el-Assad. In tal modo l’élite, più o meno influenzata dal marxismo, ma non in grado di sviluppare adeguatamente un corpo di intellettuali organici, è stata progressivamente emarginata e si è affermato una sorta di dispotismo illuminato, di cesarismo progressivo. In tal modo, il già problematico avvio della transizione al socialismo ha subito una decisa battuta di arresto, alla già carente rivoluzione dal basso si è sostituita una rivoluzione passiva, che ha favorito l’affermazione di un’ideologia panaraba, nazionalista, antimperialista e antisionista, ma essenzialmente interclassista.

Con la crisi del movimento antimperialista, ulteriormente accentuata dal crollo del blocco sovietico, principale alleato a livello internazionale della Siria, il paese si è trovato sempre più in difficoltà e la capacità di egemonia del partito unico al governo è entrata progressivamente in crisi, facendo sì che il suo potere si fondasse sempre più sul monopolio della violenza legale. Inoltre il laicismo della classe dirigente, che ha il suo fondamento nel fatto che il Ba’th ha attratto soprattutto esponenti delle minoranze religiose, piuttosto diffuse nel paese, non è stato in grado di penetrare e di radicarsi a fondo nelle masse popolari, sempre meno coinvolte nella vita politica attiva. Inoltre, l’appoggio all’Iran nella guerra con l’Iraq, ha fatto sì che il partito-stato non abbia più potuto sventolare la bandiera del panarabismo e i settori più arretrati del popolo siriano sono divenuti facile preda della propaganda islamista fomentata e diffusa dai paesi arabi maggiormente reazionari e dalla Fratellanza islamica, con la collaborazione della Turchia e dei paesi occidentali.

L’opposizione islamista è stata domata con il pugno di ferro dal Ba’th sempre più dominato da Assad padre, ma la lotta all’oppio del popolo non può esser certo vinta mediante politiche proibizioniste, imposte dall’alto, ma soltanto risolvendo i bisogni reali delle masse e favorendo il loro sviluppo culturale e politico. Così l’islamismo ha continuato a diffondersi nei settori più arretrati del popolo siriano, rimanendo la principale forza di opposizione, pur non rappresentando certo un’alternativa progressista.

Hafez el-Assad è riuscito a resistere agli attacchi dell’imperialismo – sempre più oggettivamente colluso con l’opposizione islamista – grazie all’alleanza con la Russia e l’Iran e grazie al sostegno dato alla coalizione imperialista che ha aggredito l’Iraq nella prima Guerra del Golfo. In tal modo però, il governo ha dovuto sostanzialmente ammainare la stessa bandiera dell’antimperialismo, uno dei capisaldi della propria capacità di egemonia.

Inoltre il culto della personalità costruito intorno alla figura di Hafez el-Assad non poteva che creare un pauroso vuoto di potere alla sua morte, al punto che il partito – per mantenere il potere – ha dovuto cooptare come capo del governo il figlio Bashar, sostanzialmente privo della vocazione alla gestione del potere e del carisma necessario al suo esercizio. Nella difficile situazione internazionale, creatasi con la fase di restaurazione apertasi dopo la dissoluzione del blocco sovietico, e dinanzi all’offensiva imperialista scatenatasi dopo gli oscuri eventi dell’11 settembre, il Ba’th ha cercato di mantenere il potere portando avanti una politica di distensione a livello internazionale e di coesistenza pacifica con i proprio nemici reazionari, a partire dalla Turchia di Erdogan. Si è così affermato un processo di liberalizzazione, per diversi aspetti assimilabile in parte alla Perestroika, in parte alla politica seguita negli ultimi anni dalla Cina.

Ciò ha rafforzato l’appoggio al governo della componente progressista della borghesia, sempre più affermatasi come classe dominante, e del ceto medio riflessivo, ma ha ulteriormente indebolito la capacità di egemonia sulle masse popolari, sempre meno coinvolte nella politica attiva e sempre più indebolite dal punto di vista sociale. Tale situazione esplosiva non poteva che deflagrare con le Primavere arabe che – pur originate da un grandioso movimento popolare sorto contro il bonapartismo regressivo dei governi egiziano e tunisino, per altro corrotti e filo imperialisti – rimanendo prive di una direzione consapevole, non sono state in grado di passare dalla ribellione alla rivoluzione. Anzi, esse sono state facilmente strumentalizzate in paesi come la Libia, la Siria e lo stesso Egitto, dalla principale opposizione organizzata, quella islamista, per altro potentemente sostenuta non solo dalle petromonarchie del Golfo, ma dalla Turchia e dalle potenze occidentali.

Indeboliti dalla perdita di egemonia, dovendo ricorrere nuovamente al monopolio della violenza legale, i governi libici e siriani hanno rapidamente perduto il controllo della situazione, anche per l’intervento diretto e indiretto delle potenze imperialiste, delle monarchie dispotiche del Golfo e della Turchia, in cui ha prevalso il cesarismo regressivo di Erdogan.

Se la Libia è stata rapidamente travolta, la Siria – grazie alle più sagge politiche di alleanze a livello internazionale, al sostegno delle minoranze religiose e a una maggiore capacità, per quanto residuale, di egemonia – è riuscita a resistere. L’intervento della Russia ha impedito l’aggressione imperialista, il sostegno dell’internazionale sciita, che ha svolto negli ultimi anni una funzione oggettivamente antimperialista, ha consentito, grazie anche alla copertura aerea russa, di contrattaccare le forze ribelli sempre più egemonizzate dalle componenti fondamentaliste e dall’internazionale terrorista sunnita.

Ciò ha reso sempre più difficile un intervento diretto nel conflitto dell’imperialismo occidentale, tanto che gli Stati Uniti, dinanzi alle difficoltà a gestire a livello internazionale le sempre più palesi connivenze con il terrorismo islamico, hanno finito con il ripiegare sull’appoggio agli indipendentisti curdi, anche perché i rapporti con l’Arabia saudita si erano guastati dopo l’accordo con l’Iran. Inoltre i rapporti con la Turchia erano divenuti tesi, per l’appoggio alla componente della classe dominante che, dopo la rottura con Erdogan, ha sempre più cercato sostegno nel mondo occidentale. L’alleanza con Ankara è definitivamente saltata con l’appoggio indiretto al fallito colpo di stato in Turchia e con l’appoggio agli indipendentisti curdi di sinistra in Siria, principale spina nel fianco della politica sciovinista di Erdogan.

Tale rovesciamento delle alleanze, prodotto dalla politica al solito estremamente spregiudicata e utilitarista degli Stati uniti, dominati dall’ideologia liberista che dà l’assoluta preminenza al profitto privato, non poteva che favorire il progressivo riavvicinamento fra la Turchia e la Russia, favorito dalle tendenze bonapartiste dei rispettivi governi.

Questi continui rovesciamenti delle alleanze – ancora più radicali dopo la vittoria elettorale dell’ultrareazionario Trump che, per distinguersi dalle politiche della precedente amministrazione, sembra disponibile a un riavvicinamento con la Russia e di conseguenza a una più netta presa di distanza dal fondamentalismo islamico – non possono che creare sconcerto in quelle componenti della sinistra schieratesi in modo poco critico con una delle forze in campo. Difficile sostenere infatti le tesi filo occidentali delle sinistre moderate, considerata la sostanziale connivenza dell’Occidente con il fondamentalismo islamico e, in primis, con i regimi dispotici del Golfo. Difficile sostenere la bandiera della Russia di Putin, quale campione della lotta all’imperialismo, dopo la sua alleanza con Erdogan e il possibile riavvicinamento con gli Usa di Trump. Altrettanto difficile appare la posizione di chi si è schierato incondizionatamente con i curdi, sempre più egemonizzati da posizioni nazionaliste, che li hanno portati ad accettare l’alleanza con l’imperialismo americano; per non parlare di chi si è schierato incondizionatamente con i ribelli siriani, egemonizzati dalle componenti reazionarie. Sempre più urgente appare, dunque, l’esigenza da parte della sinistra di rielaborare una propria autonoma visione del mondo, sulla cui base rilanciare una azione politica non più subalterna a forze politiche egemonizzate da altre classi sociali.

14/01/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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L'Autore

Renato Caputo

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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