Paesi Baschi: liberazione nazionale e questione sociale

Storia e prospettive in un'intervista a un militante indipendentista.


Paesi Baschi: liberazione nazionale e questione sociale Credits: https://www.flickr.com/photos/theklan

Proviamo con questa breve intervista ad analizzare questo rapporto parlando con un militante della sinistra indipendentista basca, che ci darà qualche indicazione utile a riguardo.

Ci puoi descrivere le origini del conflitto tra Paesi Baschi e Spagna e le sue componenti sociali e rivendicative?

Prima di tutto, che anche se il conflitto con lo Stato Spagnolo è quello che è stato più citato il Paese Basco è oppresso nazionalmente anche dallo stato francese. Infatti, il paese basco ha sette provincie divise tra lo stato spagnolo, il sud, e lo stato francese, il nord. In realtà, l'assimilazione culturale è molto più forte ed efficace in Spagna piuttosto che in Francia. Per ora ci concentreremo nel percorso del nazionalismo rivoluzionario o radicale in Hego Euskal Herria (Paese Basco Sud).

Alcuni, da una visione storicista, parlano della conquista del Regno di Navarra nel 1512 per difendere il diritto all’indipendenza, ma questo serve a poco per capire il conflitto moderno. Dovremmo andare alla fine dell’Antico Regime per capire la nascita di questo scontro.
Dalla conquista del Regno di Navarra in poi, le provincie basche godevano di una ampia autonomia mediante i “fueros” o le leggi forali propri. Questa giurisdizione garantiva la proprietà comunale di gran parte delle terre. La gran parte della popolazione erano contadini autosufficienti, anche se molti dipendevano da qualche signore, a cui pagavano l’affitto della casa. Un sistema doganale proprio li proteggeva anche dal commercio con la Castiglia.

Questo sistema rendeva difficoltoso lo sviluppo del capitalismo e la proletarizzazione della popolazione. Perciò, il liberalismo aveva come scopo omogenizzare e centralizzare il Regno. Lo scontro tra il liberalismo e il tradizionalismo portò, a una guerra di successione alla corona tra Don Carlos, sostenuto dai tradizionalisti, e Isabel, sostenuta dal liberalismo. La volontà dell’ampia massa di contadini baschi, immiseriti dalla privatizzazione delle terre e della capitalizzazione dell’economia, li portò, incitati dal clero e dai signori locali, a schierarsi per la difesa dei fueros e ad appoggiare il reazionario e tradizionalista Don Carlos. Attraverso l'unione con il foralismo, il carlismo prese una forza considerevole nelle provincie basche, comparato con il resto del regno.

Dopo vari sommovimenti e tre guerre carliste, i “fueros” furono aboliti nel 1978, passando all’instaurazione della collaborazione economica nelle provincie basche. È dalla fine del 800, con la nascita del Partido Nacionalista Vasco, che non si fa più leva sulla restaurazione delle leggi forali e si lotta per la rottura con il Regno. Alla fine dell'800 la piccola borghesia nazionale basca e la massa contadina sentiva un grosso malessere dovuto alla forzata industrializzazione e immigrazione di quei tempi. L’industrializzazione si era realizzata con capitale straniero, e l’immigrazione, venuta da altre parti dal regno provocava uno scontro culturale e linguistico molto forte. In termini ideologici lo scontro tra il del nazionalismo basco, appoggiato dalla piccola borghesia, dai piccoli contadini e dai pochi proletari baschi, contro la oligarchia e il socialismo degli immigrati. L’oligarchia era anzitutto straniera, e quella basca si era spagnolizzata grazie alla confluenza d'interessi con lo stato. L’ideologia del nazionalismo basco in quei tempi era caratterizzata dal razzismo, l'integralismo religioso e la difesa della cultura e lingua basca (meno importante che la razza).

Il nazionalismo basco, sopratutto in Biscaglia, diventava un forte movimento di massa. Si formavano, così, tre famiglie politiche: il nazionalismo basco (contadini, piccola borghesia basca e alcuni borghesi industriali), il socialismo (proletaria spagnoli) e il liberalismo (l’oligarchia). Il carlismo aveva perso molta forza, ma rimane nelle provincie meno industrializzate. Nei tempi della seconda repubblica spagnola nacque un nuovo partito nazionalista, repubblicano e di sinistra “Acción Nacionalista Vasca”. Con la sua fondazione sorge la “sinistra indipendentista basca”, nonostante essa sia ancora molto minoritaria.

Puoi descriverci la scelta d'imbracciare le armi e la nascita di Eta, quali erano le sue principali rivendicazioni?

Dopo la guerra civile, Franco era ossessionato dal reprimere il movimento socialista-repubblicano e i nazionalismi separatisti. Perciò, l’euskera diventava una lingua vietata nello spazio pubblico. A causa della paura dei genitori per la repressione, c’era un grosso silenzio nella società. Non si parlava di politica. La lotta contro il franchismo comincerà con la rottura di questo silenzio da parte delle nuove generazioni che non avevano vissuto la tragica sconfitta della guerra.

Nel dopoguerra la strategia della direzione del Pnv nell’esilio era di coinvolgere gli Stati Uniti nella lotta contro Franco, come avevano fatto contro il fascismo e il nazismo. Questa strategia perde senso con l’avvicinamento delle relazioni tra Spagna e gli Stati Uniti. Negli anni '50 sorge un gruppo di giovani universitari impegnati nell’attivazione della società basca contro il franchismo e nel risorgimento della cultura e della lingua . Non a caso, il gruppo si chiama Ekin, “attuare” in euskera. La loro attività comincia per lo studio della cultura e la storia basca, sparita in quei tempi. All’inizio, Ekin prova a inserirsi nel Pnv, ma viene rapidamente espulsa. Così nel 1958 si crea l’organizzazione di Euskadi Ta Askatasuna, come parte del Movimento Rivoluzionario Basco di Liberazione. All’inizio, Eta non aveva niente di socialista ma, contrariamente al Pnv, era laica, e la sua concezione della nazione era basata nella lingua basca. Le sue azioni erano ancora solamente propagandistiche: scritte sui muri, collocamenti della bandiera basca in spazi pubblici, volantinaggi...

Negli anni sessanta succedono vari processi che influenzano il percorso ideologico di Eta. All’estero, si stavano sviluppando tanti movimenti di decolonizzazione. All'interno il movimento operaio si stava ricomponendo, nonostante la situazione di esilio e clandestinità dei sindacati. Anche la cultura basca stava risorgendo, ad esempio, con la formazione di alcune scuole clandestine in basco. I movimenti operaio e culturale influirono tanto negli schieramenti di Eta. Il dibattito ideologico si svolgeva tra tre correnti principali: la culturalista, la operaista e la anticolonialista.

Eta si sviluppava anche nel suo repertorio di azione, passando ad azioni di sabotaggio. La V assemblea di Eta, svolta tra il 1966 e il 1968, si decise a definirsi come movimento socialista rivoluzionario per la liberazione nazionale basca, per cui il primo obiettivo è costituire un Fronte Nazionale. È lì che si formula il concetto “Popolo Operaio Basco”, come soggetto principale di riferimento.

Nel 1968 Eta rivendica il suo primo attentato con l’esecuzione del torturatore e capo della polizia segreta, Melitón Manzanas. La spirale “azione - repressione - azione” è cominciata.
Negli anni sessanta ci sono vari discussioni che provocano divisioni. Uno di quei dibattiti si svolge sul carattere della lotta di classe. La linea maggioritaria ritiene che, a causa del differenziato percorso storico, il paese basco costituisce uno sviluppo autonomo per la lotta di classe. Gli altri, individuati nei partecipanti della VI. Assemblea, difendono il carattere statale come carattere per svolgere la lotta di classe. Questi ultimi saranno espulsi. Più tardi, per motivi di modello organizzativo l’organizzazione si divide in due: ETA pm (politico-militare) ed ETA m (militare).

Qual'è lo scenario oggi del movimento antagonista dopo il processo di pace cominciato nel 2011 e in quale direzione si sta muovendo?

È una situazione un po difficile. ETA ha avuto un potere simbolico molto forte nella coesione del Movimento di Liberazione Nazionale Basco. Tutti i movimenti baschi sono stati condizionati, bene o male, dall’organizzazione. La sinistra indipendentista, che costituisce la base organizzativa di questo movimento, è stato fino ad ora la componente sociale più attiva e meglio organizzata di tutta la sinistra basca. Ciò ha fatto sì che la sua influenza sia stato un aiuto per gran parte dei movimenti, ma contemporaneamente c'è stata una grossa difficoltà di movimento dovuta all’alto livello di repressione e di tensione sociale. A livello ideologico, è riuscita a creare un’identificazione tra sinistra e indipendentismo, difficilmente contestabile. Infatti, è difficile trovare una persona di sinistra che faccia un discorso contro il diritto di autodeterminazione. Anche il Pnv, che controlla da tanti anni le istituzioni basche, è stata forzato ad svolgere delle politiche sociali più “socialiste” che lo stesso partito socialista spagnolo.

L’attività armata impediva la normalizzazione delle candidature della sinistra indipendentista nelle istituzioni. Questa situazione è diventata insostenibile nell’ultimo decennio. I divieti delle candidature della sinistra indipendentista, la chiusura del giornale ETA, i continui arresti dell’organizzazione giovanile (considerata come terrorista dalla legge spagnola), hanno forzato il cambio di strategia.

La sinistra indipendentista ora si trova in una fase di accumulazione sociale e di risoluzione (di una parte) del conflitto. Il problema è che questo cambio ha portato a una certa “rilassamento” oppure uno “scontento” delle parti più attive. Ma è anche una opportunità per il dibattito e la riflessione, molto difficile con la militarizzazione che implica essere immerso nella dinamica di azione-repressione-azione. Tra gli scontenti, si critica l' istituzionalizzazione che sta portando avanti la sinistra indipendentista. Perciò, si stanno creando nuovi gruppi fuori dell’organizzazione “ufficiale”, ma questi gruppi hanno delle difficoltà a trovare consenso a causa dell’alta coesione della sinistra indipendentista.
Dall’altra parte, il non interesse dello stato nel disarmo ha frustrato questo processo. La sua risposta è stata sempre di continuare con la repressione. Un punto importante è quello di cercare una soluzione per i 400 prigionieri politici che si trovano ancora dispersi in tutte le carceri dello stato, lontani delle loro famiglie, che ogni mese devono fare ore di macchina per una visita di 40 minuti [Piccoli ma determinati gruppi sostengono la necessità dell'aministia per tutti i prigionieri, NdA]. Lo stato non vuole fare nulla per cambiare questa politica di dispersione. La situazione non cambia per i tredici prigionieri con malattie gravi. È chiaro che lo Stato non voglia risolvere il conflitto. Eta ha dichiarato poco tempo fa che l’8 aprile, questo sabato, passerà, di forma unilaterale, al suo completo disarmo. Senza dubbio, sarà una giornata storica.

Come si relaziona il vostro pensiero del "socialismo" con le altre esperienze nel mondo, vi considerate internazionalisti?

Come detto prima. I processi di decolonizzazione hanno un gran influenza nel movimento basco di liberazione nazionale e sociale, anche se è difficile considerare al paese basco una colonia nel senso economico, per il fatto che gode di diritti sociali relativamente "migliori" che altre parti dello Stato. Comunque l'oppressione sociale e nazionale (in senso culturale) è molto presente. La solidarietà con gli altri popoli del mondo è stata innegabile. Il nazionalismo di sinistra è indirizzato a rispondere all’oppressione sociale e all’assimilazione culturale in cui lo stato è il massimo responsabile, ma siamo ben coscienti che questa situazione è peggiore in altri parti del mondo. Si definisce Euskal Herria come situazione autonoma rispetto alle altri parti dello stato, ma sempre solidale con chi è oppresso sia nello stato che in altri parti del mondo. C’è stata una relazione molto forte, ad esempio, con l’Irlanda del Nord, ma anche con i processi del Sudamerica, Palestina... Negli anni 80, il partito HASI situava chiaramente la sua lotta dentro al processo del movimento rivoluzionario mondiale. Askapena, il collettivo internazionalista basco creato nel contesto della rivoluzione sandinista, organizza ogni estate brigate internazionaliste in diversi parti del mondo, dell'Europa e dello stato: Latino America, Palestina, Italia, Catalogna... Circa un mese fa purtroppo un membro della delegazione internazionalista basca nel Kurdistan è stato arrestato dalla polizia turca.

08/04/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
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L'Autore

Matteo Bifone

La città futura

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

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